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(R)esistere nel Parco, c’era una volta Assergi

Quattro alimentari, due macellerie, una tabaccheria, questo era Assergi: un piccolo paesotto che ‘aveva tutto’ e garantiva una buona qualità della vita.
Non è colpa del terremoto stavolta: nel 2009, prima dell’ora X che ha diviso in due le nostre vite, si registrava già un profondo spopolamento della zona, che ha portato anche ad una riduzione repentina delle attività rurali, diminuite a vista d’occhio.
La popolazione tra il 1991 e il 2012 ha registrato uno spopolamento che sfiora il -14%. I dati sono dell’Atlante socio economico delle aree protette. (vedi tabella)

dati parco

Aree protette vuol dire anche vincoli pesanti per l’uomo e per le attività. E Assergi, in questo caso specifico, è un’area protetta perché dal 1995 si trova nel territorio del Parco, ente istituito in quell’anno.
“Se devi fare un orto lo devi fare come dice il parco, ma con i soldi tuoi. Se vuoi recintarti una terra lo devi chiedere al parco tramite un progetto, a carico tuo” – ci spiega un anziano del posto -. “Non dimentichiamo, poi, che i progetti per anni restano in valutazione negli uffici del parco e il tempo passa e noi restiamo fermi”.
Nel secondo schema della tabella vengono messi a confronto i dati  sulla ricchezza pro capite prodotta dai comuni dentro e fuori il Parco: 9630 euro per chi vive all’interno dell’area protetta (natural capital based) in Abruzzo e  11,701 per chi è fuori (not natural capital based). Interessante l’inversione in Val D’Aosta e Piemonte.
Probabilmente in alcune regioni del Nord i Parchi hanno interpretato il territorio. Ci sono enormi zone fuori dall’area protetta dove si fa turismo e c’è sviluppo, come ad esempio in Trentino dove abbiamo la cattiva abitudine di immaginare i posti incantevoli del Trentino come se fossero un grande parco, invece non è così.
Un altro dato significativo, e che abbiamo sotto gli occhi, è che il 44% del territorio del Comune dell’Aquila è nell’area protetta del Parco. I vincoli dell’Ente in questi giorni stanno facendo arrabbiare i tanti allevatori della zona costretti a riportare a valle gli animali al pascolo entro il 31 ottobre, data in cui la Forestale comincerà a multare chi avrà ancora animali nei pascoli del Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga, nonostante l’erba sia ancora verde e abbondante. Gli allevatori del territorio hanno chiesto una proroga di un mese per la monticazione, vale a dire la libertà di pascolare in montagna per mucche, pecore e cavalli, costringendoli a nutrirli con il fieno. “Il nostro lavoro non è tenuto in considerazione”- hanno detto in coro durante un presidio fuori l’Emiciclo.
Oltre ai vincoli del Parco la zona fa i conti con la direttiva europea che trasformerebbe il territorio in una vera e propria riserva. Si tratta di Natura 2000, una rete di siti di interesse comunitario (SIC), e di zone di protezione speciale (ZPS) creata dall’Unione Europea per la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie, animali e vegetali, identificati come prioritari dagli Stati membri dellUE.
In Abruzzo questi siti sono stati imposti nel 1992, quasi in concomitanza con la nascita del Parco, sulla base di uno studio fatto dal Cai dieci anni prima. I Sic non possono trovarsi dove l’ambiente non è recuperabile, questo lo dice l’Unione Europea. Quindi cosa ci fanno in zona Villetta, Montecristo e Fossa di Paganica che sono ‘colate di cemento’?
Con quale criterio è stato individuato il 32 % del territorio abruzzese per imporre i Sic? Perché risulta impossibile declassare o spostare un Sic?
Una ‘nuova riperimetrazione’ permetterebbe a diverse frazioni, da Arischia ad Assergi, di rimanere porte d’ingresso del Parco e svolgere le tipiche attività rurali e manutenere il territorio. Questa sarebbe una spinta per contrastare lo spopolamento e incentivare il turismo con attività ricettive, sportive e culturali che troverebbero nello sci o nel trekking un traino importante, ma che rischiano di essere fortemente limitati.