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La faglia attiva cammina verso nord

C’è una nuova faglia più a nord, la terra tremerà ancora per mesi
Il terremoto di mercoledì ha origini diverse da quello avvenuto la scorsa estate. Negli ultimi 3 mesi 18 mila scosse, nella zona rossa vivono 10 milioni di persone

di Fabio Di Todaro per La Stampa
Quello che mercoledì era un sospetto, ieri ha assunto i contorni dell’ufficialità. A provocare le tre scosse che nelle ultime 24 ore si sono diffuse partendo dalla provincia di Macerata non è stata la faglia che nella notte tra il 23 e il 24 agosto scorso aveva dato il via alla distruzione di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Detto ciò, la fenditura coinvolta in questa occasione non è nuova, nel senso stretto del termine. «Probabilmente era pure già mappata, ma per esserne certi attendiamo ulteriori riscontri», puntualizza Massimo Cocco, sismologo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Di sicuro c’è che a interrompere il suo stato di quiescenza sono stati gli avvenimenti di fine agosto. «Adesso sappiamo che c’è un’altra faglia attiva, a nord di quella responsabile del terremoto della scorsa estate – conferma Alessandro Amato, collega dell’Ingv -. Sono contigue e in parte sovrapposte, nella zona di Norcia».

La terra tremerà per mesi
Dalla fenditura, lunga anch’essa 20 chilometri, ha avuto origine una rottura protrattasi per 7-8 secondi, responsabile delle due scosse (magnitudo 5.4 e 5.9) che hanno costretto gli abitanti dell’entroterra marchigiano, della Valnerina e della provincia sabina, a vivere la notte all’addiaccio. «Le sequenze multiple sono una caratteristica di questi terremoti superficiali, ma non è possibile determinare l’intervallo di tempo tra una scossa e l’altra – prosegue Cocco -. A Colfiorito, nel 1997, il sisma si ripresentò dopo due settimane. Questa volta è stato necessario attendere due mesi». Nessuno, però, promette che sia finita qui. Di fronte alle paure di quasi dieci milioni di italiani – tanti sono i connazionali che vivono tra l’Abruzzo, le Marche, l’Umbria e il Lazio – la scienza non ha ancora risposte utili da fornire. I terremoti, come le loro intensità, non possono essere previsti. E quando i movimenti della crosta terrestre hanno una rilevanza non trascurabile, lanciarsi in proiezioni può diventare un azzardo. Lo scenario più probabile lascia immaginare numerose repliche sismiche nei prossimi mesi, in un’area più ampia rispetto a quella che consideravamo fino all’altro ieri. Anche per questo motivo i geologi stanno lavorando per potenziare i sistemi di monitoraggio e capire qual è l’anatomia di questa nuova struttura sismica.

In tre mesi 18 mila scosse
Se l’ultimo sisma non ha provocato morti, lo si deve alla profonda ricostruzione avvenuta nelle zone di Preci, Norcia e Sellino: già colpite dai terremoti nel 1979 e nel 1997. Negli ultimi tre mesi sono stati oltre 18mila gli eventi sismici conteggiati in Italia centrale, in un raggio di 60 chilometri. Nella sola giornata di ieri sono stati 340 quelli registrati dall’Ingv. Di questi, 290 hanno fatto registrare una magnitudo tra 3 e 4, diciotto si sono collocati tra 4 e 5 e quattro anche oltre.

L’«effetto domino» di cui si parla sta tutto qui. Ecco perché la terra, nell’Italia centrale, potrebbe tremare ancora.