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Uova alla canapa per combattere il colesterolo

di Antonietta Centofanti

Le galline dalle uova d’oro esistono e vengono nutrite con la canapa. E’ una bella storia quella nata ai piedi del Monte Velino, in un piccolo comune, Massa d’Albe e iniziata nel 2011. Qui madre e figlia – la prima, Marisa Colitti, insegnante in pensione; la seconda Silvia Bambagini Oliva, montatrice con la campagna nel cuore – hanno recuperato i terreni di famiglia, mettendo in piedi una azienda agricola biologica a conduzione familiare.

Fin qui, niente di straordinario se non fosse per l’idea geniale che ha trasformato il ritorno alle origini in una vera e propria sfida, sia salutista che di mercato, complici le galline livornesi. La madre riprende in mano il pollaio della nonna e comincia ad allevare galline e a dispensare uova a parenti e amici. Ma forse si può fare di più. Magari provare a produrre uova, si biologiche, ma meno dannose per chi soffre di colesterolo alto, come Marisa. Detto fatto.

La figlia, pur a digiuno di ogni conoscenza scientifica, per amore e curiosità, decide di sperimentare un nuovo tipo di alimentazione – semi di canapa – per poter incidere sul prodotto finale: l’uovo. In effetti sono noti a tutti gli effetti benefici dei semi di canapa, indicati per prevenire malattie cardiovascolari, ridurre i livelli di colesterolo LDL e rafforzare il sistema immunitario. Perché non provare? Così mamma e figlia si sono messe d’impegno per creare un’azienda agricola – Silvia O. – con metodiche di allevamento e alimentazione tutte particolari. “La novità della nostra produzione, oltre alle modalità di allevamento, biologiche e attente al benessere degli animali – ci dice Silvia – è stata l’intuizione di aggiungere semi di canapa al mangime delle galline rendendolo ricco di Omega 3 e Omega 6″.

Cercando e chiedendo, abbiamo raccolto informazioni sui finanziamenti predisposti dalla Comunità Europea per i giovani imprenditori agricoli. Allora abbiamo scritto un progetto per creare un allevamento biologico di galline ovaiole e dopo tempi amministrativi infiniti e grovigli burocratici che avrebbero scoraggiato chiunque, abbiamo vinto il bando. Ci sono voluti diversi anni, ma ce l’abbiamo fatta“.

L’intuizione di Silvia sull’alimentazione delle galline è stata confermata da ben tre sperimentazioni scientifiche. La prima condotta dall’ Istituto zooprofilattico di Teramo. Nello stesso periodo sono stati pubblicati due studi dal Federal Research Institute for Animal Health e dalla Università di Jena che arrivano alle stesse conclusioni, spiegando come i mangimi a base di canapa possano essere somministrati con sicurezza alle galline, arricchendo il tuorlo delle future uova di sostanze nutritive. Le analisi sono state successivamente ripetute dal Crab di Avezzano, il laboratorio di analisi e ricerca, che in quel periodo svolgeva degli studi sulla canapa autoctona e anche questa volta i risultati coincidevano con il primo esperimento. Oggi l’azienda agricola certificata bio conta 700 galline livornesi, con una produzione di circa diecimila uova al mese (tutte vendute, soprattutto nei negozi di nicchia della capitale), allevate in pollai inseriti in ampi spazi verdi, fatti con legno di castagno e rispettando le caratteristiche richieste per un allevamento biologico.

uova alla canapa

“La produzione va avanti, ma le difficoltà non mancano. Si riesce a non mollare – continua Silvia – soprattutto grazie ai propri mezzi, perché ci sono ritardi a tutti i livelli: dalla approvazione dei progetti alla erogazione delle varie tranche del contributo. Si è lasciati soli e la cosa più paradossale è che io, che rappresento una piccola azienda, devo seguire, anche per la commercializzazione, le stesse regole di Amadori”.

Ma Silvia non si scoraggia e insegue nuovi progetti: sperimentare altri tipi di mangimi e puntare ad un allevamento biologico dalla nascita, un incubatore.“Vorrei focalizzarmi sul mangime senza mais, un po’ per capire come erano le uova prima della scoperta dell’America, un po’ per usare i grani antichi autoctoni. Il mio sogno rimane però quello di chiudere la filiera e diventare un bio incubatore, che metta a disposizione pulcini bio dalla nascita. E questo sogno potrebbe essere anche quello di tanti giovani se si investisse sul loro futuro, anziché mettere i bastoni tra le ruote. Senza risorse proprie addio progetti europei. Costringere le nuove generazioni ad abbandonare baracca, burattini e sogni è la peggiore scelta politica che si possa fare. Soprattutto in zone come la nostra, ad un passo da Roma, di grande bellezza e con terre fertili. Ma la regione preferisce finanziare Amadori con 10 milioni di euro”.