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La provincia taglia lo stipendio a Di Pangrazio

di Pierluigi Palladini
“Ho visto un Sindaco, il Sindaco di Avezzano, che piangeva ché lo stipendio di due terzi gli avevan tagliato”. S’è talmente infuriato che subito, col suo avvocato, ha denunciato tutti ed ora attende che un giudice gli dia ragione. E gli restituisca anche il denaro.
Giovanni Di Pangrazio, insomma,  di nuovo in guerra con la Provincia dell’Aquila, ente dal quale dipende, a causa dell’applicazione di una norma della Legge Severino messa in applicazione dall’Anac di Raffaele Cantone, quella chiamata inutilmente in causa per i ritardi nei lavori pubblici in tutto il territorio comunale, che ha preso in analisi la situazione del primo cittadino di Avezzano ed ha adottato i provvedimenti previsti. In buona sostanza, lo scorso anno è scaduto l’incarico dirigenziale alla Provincia e, quindi, sulla scorta dell’inconferibilità di un incarico del genere ad un cittadino che ricopra la carica di sindaco in un centro al di sopra dei 15mila abitanti e comunque di una certa rilevanza, lo stipendio è stato ridotto.
Di Pangrazio ritiene che questa normativa, come del resto tutto l’impianto della Legge Severino, secondo le sue passate e ripetute dichiarazioni, sia incostituzionale perché va a ledere i diritti di un cittadino che per fare il sindaco va ad essere penalizzato professionalmente e anche da un punto di vista pensionistico. Parlando di soldi, in sostanza, il taglio è di 3.000 euro al mese, circa il 60%, con uno stipendio che resta fermo a 1.600 euro al mese oltre a quanto il Nostro percepisce da Sindaco di Avezzano. Insomma, da stipendi d’oro, secondo la visione di Di Pangrazio a stipendio di… legno. Evitando di andare a fare retorici paragoni con i pensionati da 350 euro al mese, cassintegrati, lavoratori in mobilità e a contratti di solidarietà, precari, partite iva, stagisti, vaucher, contratti a termine eccetera, eccetera, sta di fatto che comunque lo stipendio residuo e quello da sindaco dovrebbero bastare per una vita dignitosa. E poi, aggiungiamo noi, il sacrificio sta per finire. A maggio, infatti, il mandato del “DiPangrazioSindaco” si conclude e quindi basterebbe non ricandidarsi per risolvere la questione e tornare agli… antichi splendori. Certo c’è anche da contare che le Province sono in  fase di smantellamento e se così fosse “ilDiPangrazioSindaco” si troverebbe a dover essere spostato alla Regione Abruzzo dove, però, vi sarebbero altre difficoltà burocratiche, non ultima la presenza del fratello, “ilDipangrazioPresidente”.
Ma non basta. Questa non è la prima volta che l’attuale Sindaco di Avezzano si trova ad avere una disputa con Provincia e organi nazionali per questioni inerenti i suoi emolumenti. Nel periodo 2011/2012, lo stesso “DiPangrazioSindaco” si trovò a rispondere all’Amministrazione provinciale di presunti emolumenti conferitigli ma non dovuti. Una bella somma, oltre 600mila euro, che percepì, oltre al suo stipendio da dirigente, fra rimborsi e indennizzi. La vicenda trasse origine da una serie di lettere anonime e poi da alcuni articoli dei colleghi di Primadanoi.it (vedi www.primadanoi.it/news/abruzzo/534853/Danno-erariale—dalla-Provincia.html), da cui si sviluppò un accertamento amministrativo. Accertamento che finì al Ministero il quale, però, pur dichiarando che c’erano molte partite non dovute in quei pagamenti, rimandò tutto alla Provincia dell’Aquila, esclusivamente competente in materia. La Provincia, col dirigente del settore di quell’epoca, chiuse il caso dicendo che “ilDiPangrazioSindaco” aveva un contratto privatistico, incardinato nella Pubblica Amministrazione, e che quindi lo allontanava del tutto dalle regole che valgono per il contratti pubblici. I faldoni furono chiusi, il caso pure e tutto finì lì.
Anche in quel caso l’attuale sindaco si infuriò assai e minacciò querele e denunce perché sosteneva che quelle lettere anonime fossero state spedite da chi stava complottando per non vederlo a capo del Palazzo Municipale di Avezzano, peraltro appena conquistato.
Infine, ho visto un lavoratore, in cassa integrazione, che cercava di arrivare a fine mese. Era arrabbiato ma non piangeva, no, non lo faceva perché per lui valeva l’orgoglio di tirare avanti la sua famiglia con quel che aveva. Eh si, aveva ragione l’immenso Enzo Jannacci: “Sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al Re, fa male al Ricco e al Cardinale, diventan tristi se noi piangiam!”.

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