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Quella cena con Massimo Morgia

Silvio Sarta e Massimo Morgia, il racconto di una cena in una calda Palermo. Era il 1999.

di Silvio Sarta*
Navigare controvento è un’arte strana, quasi fuori dalla logica. Farlo sulla terraferma è più insidioso perché può disorientare anche i  tenaci. Tuttavia continuare ad andare avanti e a mantenere rotte scomode e amate, riempie gli occhi, proprio quanto riescono a fare le stelle della notte sul mare, nel momento in cui tutto sembra meraviglioso e calmo; quando si pensa al futuro come al migliore amico possibile e ci sente forti e, per fortuna, dolcemente fiduciosi.
Eravamo in effetti molto vicini al mare, ne sentivamo il profumo misto che incrocia il cemento delle grandi città che si affacciano su un  porto. Era il settembre del 1999, nella sera caldissima di Palermo. A cena, seduti l’uno di fronte all’altro, Massimo Morgia e io.
Lui già sognava ad occhi aperti esperimenti audaci di squadra del tutto solidale in campo, tutti a difendere e ad attaccare, tutti a vivere la partita come la vita di una comunità schietta e volenterosa. Idee particolari e temerarie all’epoca, almeno in una Palermo che navigava… controvento in serie C, con lo stadio semivuoto, i bilanci societari magri e ossuti e un calciomercato inesistente o quasi. Zamparini sarebbe sbarcato anni dopo con il suo personale circo di investimenti, ricavi, polemiche ed esoneri di allenatori.
C’era un’aria romantica a Palermo, con la chioma abbondante di Morgia, amatissimo – come sempre – dai suoi giocatori, nella forza piena dei suoi 47 anni. In quella cena mi descrisse progetti e novità. La diffidenza iniziale della Palermo ombrosa, certe adulazioni sfacciate, alcune trappole ai suoi occhi comunque visibili. Fu il primo a inventarsi la presenza di una psicologa brava e famosa all’interno dello spogliatoio ( ! ) raccogliendo persino l’interesse del Corriere della Sera, con tanto di richiamo in prima pagina. Vinse e perse, entusiasmò e deluse, ma raramente deluse se stesso, e quando accadde, poiché l’altalena di ciascuno di noi sa essere cronometrica, tolse il disturbo con gigantesca dignità.
Massimo Morgia oggi: 65 anni di cui 48 passati a respirare l’erba del campo di calcio, sogni e ideali freschissimi, filo diretto con tutti, e sempre, sui social, amore per i colori che ha sposato.
Romano, toscano, italiano, profondamente umano, Morgia ha bisogno dell’Aquila quanto la città di lui, in un tempo di mezzo in cui costruire è tutto, anche giocando a pallone.
Massimo, quando ci vedremo guarderemo le montagne come fossero oceano, tanto dall’altra parte c’è sempre un mare.

*Silvio Sarta con Al Centro dell’Attenzione su IlCapoluogo con un appuntamento settimanale di approfondimento e con una rubrica Contro Corrente. [AAA, Al Centro dell’Attenzione]