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La Vesuvius chiude: spia del crollo della Marsica

di Pierluigi Palladini

Toh, ha chiuso la Vesuvius di Avezzano. Ma chi se lo sarebbe mai immaginato. Cento persone che perdono il posto, cento famiglie, molte composte da giovani, senza reddito e con poche aspettative, e una nuova risorsa di questa terra che si va a fare benedire. Il tutto fra lo stupore generale di istituzioni locali e media. Stupore? Ma come si fa a parlare di stupore in una zona dove la deindustrializzazione sta raggiungendo livelli spaventosi e quando il sindacato da anni chiama inutilmente a raccolta chi dovrebbe sviluppare leggi ad hoc per favorire sviluppo e, quindi, occupazione e benessere?

Parlare di stupore e meravigliarsi per questo ennesimo funerale dell’industria locale vuol dire che in questi ultimi cinque – sei anni si è stati tranquillamente nel salotto della propria casa a trascorrere pomeriggi sereni con gli amici fra sollazzi e passatempi? La Vesuvius è solo l’ultimo caso. La partenza della Micron con la cessione dello stabilimento a L-Foundry che a sua volta ha ceduto il pacchetto di maggioranza alla SMIC e che comunque ora opera in cassa integrazione (poca cosa ma, sempre C.I.G.O. è !!), la drammatica riduzione di organici della cartiera Burgo, le chiusure delle aziende Lombardi, Presider e Presafer, nonostante una strenua resistenza del patron Donato Lombardi che nulla ha potuto contro un mostro più grande anche della sua volontà, la chiusura della Kidco, della Brenta, della Marel, della Silver Car (dove peraltro è quasi finita anche la mobilità), della Oliit, della Vepral, della Pittini, della Olivetti, della Tecnosistemi e, potremmo andare avanti per ore nell’elencare aziende metalmeccaniche, chimiche, cartarie, elettroniche, informatiche che sono perite senza nemmeno provarne la rianimazione.
Inutile dire, poi, che a questo sconsolante panorama va aggiunta l’ultima tegola e cioè, l’esclusione della Marsica dai fondi regionali per le aree di crisi 107/3c. e dire che con “due fratelli al comando”, qualcuno ha, logicamente, pensato che di rischi non se ne dovessero correre. Invece, a quanto pare, i fratelli si sono distratti, evidentemente nel salotto di casa di cui sopra, e D’Alfonso ha potuto, quindi, operare il suo disegno. Un disegno che sta passando indisturbato e che sta travolgendo sanità, istruzione e giustizia.
Ma torniamo al lavoro. L’effetto domino procurato da questo disastro, annunciato e, sempre adottando il detto andreottiano del “pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca”, probabilmente preordinato, si è ribaltato direttamente anche sul commercio e sul terziario di Avezzano. Il centro cittadino pullula di locali chiusi e vetrine vuote. Si alternano piccole pizzerie, bar e quelle che in Spagna si chiamerebbero “tapas” dove si praticano prezzi popolari per mangiare cose semplici in compagnia. Insomma, la caduta del reddito e dell’occupazione in questa zona ha raggiunto limiti spaventosi che stanno minando la coesione sociale ed economica della città. Ma Avezzano è anche il centro della Marsica e una sua crisi irreversibile trascinerebbe nel baratro tutta la zona.

antonello-tangredi-2-1Su questa situazione gravissima e grottesca al contempo, abbiamo sentito uno dei sindacalisti e analisti storici della situazione occupazionale e industriale di Avezzano e della Marsica, il segretario provinciale della Fim-Cisl, Antonello Tangredi.
«Ripercorrere le tappe del maleventum abbattutosi nel Nostro territorio esordisce Tangredi -, è cosa di ordinaria amministrazione per chi, di lavoro, con il lavoro e con i problemi dei lavoratori, ha a che fare tutti i giorni da tanti anni ma, credevo che l’esempio della deindustrializzazione degli anni 90 – chiusura della Cesav, della Ericsson, dell’Acatel ecc., avesse insegnato qualcosa soprattutto a chi avrebbe dovuto favorire le aree interne! Invece no, si è continuato a favorire chi già stava bene e, l’esempio dell’ex 87.3 C, ne è l’ultimo. Avezzano e la Marsica, eccezion fatta per Balsorano, furono tagliate fuori dalla politica dell’inizio anni 2000 e, la “nuova” 107/3c, ne è la riprova! Non mi piace dare colpa alla politica per le sue “deficienze”, per questo motivo, sono nati movimenti e partiti di protesta! Mi piacerebbe pensare a persone con qualche idea per ridare una speranza alla Nostra gente che – continua il sindacalista della Cisl – , dopo tanti torti, sicuramente lo meriterebbe. Nel 2002 (mi pare), portammo 2000 lavoratori della Marsica all’Aquila per protestare contro l’esclusione dall’87.3c: un fiume di gente che si opponeva all’esclusione dei possibili aiuti all’industria e che affidò il proprio destino, ancora una volta nelle mani di chi, della politica, ne stava facendo una cosa “privata”. Prima della scadenza del primo decennio del 2000, invece, ancora un’altra sciagura, questa volta, quella definitiva che ha lasciato in piedi, anche se ridimensionate, solo poche aziende e, casa, qualche migliaio di famiglie, ormai prive anche del sostegno dell’Inps. Il nucleo industriale di Avezzano, Celano e Carsoli, quando i capannoni non sono pieni di “schifezze” di ogni genere, sembrano come i mulini a vento di Don Chisciotte. I nomi di tante fabbriche e di tanti lavoratori, sembrano solo ricordi di un’era industriale del passato remoto, invece, sono passati pochi anni. Non è vero che i Lavoratori, si sono imborghesiti e non hanno voglia di rimettersi in gioco, come sostiene qualche “fanfarone” delle Organizzazioni Padronali o qualche sciocco politicante; la Nostra gente ha dimostrato di sapere accettare e vincere le sfide del futuro, anche quando si è trattato di rinegoziare al ribasso, salario e diritti: è ora di finirla! Nella passata legislatura Regionale – riprende Tangredi -, mi pare di ricordare che la Marsica fosse rappresentata da 8 o 9 deputati (da ambo gli schieramenti) e, malgrado la massiccia rappresentanza, ZERO (0 in numeri ndr) benefici per le aree interne e nessuna importanza nel quadro di riferimento istituzionale. Mi viene da pensare seriamente a cosa potremmo appellarci oggi: forse alla potenza che politicamente esprime un “numero immaginario”? Lo sforzo comune, oggi, senza includere ancora la “politica”, dovremmo farlo solo e ancora, per tenere in VITA ciò che è rimasto ma, purtroppo, sacrificando ancora qualcosa da parte di chi ha già dato tanto».

Di ciò, però, pare non ne siano coscienti le istituzioni, il Sindaco di Avezzano definì “quattro sfigati” coloro che non apprezzavano la sua opera, e la cosa può anche starci perché uno sfigato di disastri se ne intende, ma anche i media pare abbiano improvvisamente smarrito la memoria su sette anni di rovinosa caduta di questa città. E allora la Vesuvius non ha chiuso. La Vesuvius, in questo panorama, altro non è che un “omicidio” annunciato.