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Il clero aquilano negli anni della dittatura fascista

di Mons. Orlando Antonini

L’11 settembre ricorre il 65° anniversario della morte di uno dei sacerdoti più esemplari del clero aquilano: don Natale Mariani, nato nel 1889 a Bazzano, ordinato sacerdote nel 1915, tre anni d’insegnamento presso il Seminario Aquilano e le monache di S. Basilio e dal 1918 al 1948 parroco di Tione. Trasferito a Cese di Preturo, vi spirò nel 1951. Nel 2007 Paride Duronio ne ha fatto un romanzo.

don natale mariani

(foto da P. DURONIO, Don Natale- Romanzo, L’Aquila 2007 Foto a pag. 80: “Don Natale in compagnia del calzolaio Angelo Ferri. Alle spalle si notano le macerie del terremoto del 1915.” (gentile concessione di Ruggiero Mariani)

Dio non ha scelto gli angeli, scriveva un autore anni fa riferendosi ai preti, ma essere umani in carne ed ossa attraverso i quali egli fa fluire nei credenti la sua vita. Canali di creta, i preti, che spesso possono trovarsi in più o meno cattivo stato, ma egli fa loro assolvere ugualmente la funzione di canali conduttori, ragion per cui la Chiesa continua ad esistere confermando un’origine non da questo mondo. Don Natale fu tra gli ottimi di tali canali conduttori di vita, in quel di Tione.

Uomo di profonda spiritualità, solida cultura e notevoli doti umane, intellettuali e pratiche poliedriche che mise tutte a disposizione della sua gente, colpì quando disse ai Tionesi appena arrivato: “Sono nato in una famiglia ricca, ma non sono venuto qui per accumulare ricchezze; ho fatto voto al Signore di vivere in povertà… e vorrò spendermi soltanto per voi, fino a morire poverissimo”. Apparteneva a quella categoria di sacerdoti provenienti da casate patrizie che si servirono delle facoltà di famiglia tanto per arricchire le nostre chiese di preziosi paramenti e vasi sacri quanto e soprattutto per aiutare la gente bisognosa.

Il campo nel quale don Natale esplicò maggiormente la sua passione pastorale fu l’istruzione dei giovani. Còlte al suo arrivo a Tione le necessità della popolazione stremata dal terremoto del 1915 e dalla prima guerra mondiale, vide specialmente le necessità educative della gioventù: fino agli anni Venti del ‘900 nei nostri piccoli paesi la scuola pubblica si arrestava alla IV elementare, per cui i giovani erano senza futuro, obbligati a servire nei campi i possidenti locali, per vivere. Così organizzò, usando a volte gli inginocchiatoi dei banchi della chiesa per sedie e le loro panche per scrittoi, corsi di insegnamento superiore per giovani, anche dei paesi vicini. I frutti furono sorprendenti: contadini e pastori, con la preghiera e lo studio, hanno appreso “come l’uom s’eterna”, e molti dei suoi alunni, che agli esami di stato risultavano meglio preparati dei loro coetanei, sono ascesi a gradi notevoli nella società, nell’esercito, nell’amministrazione pubblica.

Questa dedizione ai giovani gli attirò le ire dei gerarchi fascisti, preoccupati che invece di frequentare la ‘Casa del Fascio’ essi affollavano la scuola di don Natale: anche a lui fecero trangugiare l’olio di ricino. Poi, durante l’occupazione tedesca nel 1944, sorpreso a rifornire di viveri i giovani rifugiati alle Pagliare di Tione, fu arrestato e messo in prigione all’Aquila, uscendone per l’intervento dell’arcivescovo di allora, Carlo Confalonieri.

La testimonianza di don Natale per il periodo di occupazione tedesca, tra 1943 e 1945, non fu isolata. Si segnalano altri casi, non meno coraggiosi, compiuti da vari nostri sacerdoti. La posizione ufficiale delle gerarchie ecclesiastiche era di porsi al di sopra delle parti; nella pratica, attraverso appunto i parroci, si cercò per quanto possibile di sostenere le comunità e le persone in pericolo, i partigiani feriti, gli ebrei perseguitati. Oltre a quanto ha scritto nel 2004 Amedeo Esposito in un noto volume circa l’impegno in merito dell’arcivescovo Confalonieri e dei suoi collaboratori, è auspicabile condurre uno studio approfondito sull’opera della Chiesa aquilana in genere, in quelle tragiche circostanze. Alcuni parroci non esitarono ad intervenire presso le autorità tedesche per invocare tratti più umani verso civili prigionieri: è il caso del parroco di Tornimparte don Berardino Santucci. Altri come il parroco di S. Gregorio don Adolfo Riddei e il parroco di Aragno don Antonio Mei aiutarono partigiani braccati o feriti, alloggiandoli nelle soffitte magari in presenza, al piano inferiore, di soldati tedeschi. Altri ancora ebbero il coraggio di esporre la loro vita per salvare condannati a morte.

Don Peppe Bernardi, parroco di Ripa Fagnano, nella primavera del 1944, dietro soffiata di una persona del luogo, che poi egli perdonò, venne arrestato con l’accusa di aver aiutato alcuni giovani ex militari ritornati in paese dopo l’8 settembre 1943, di aver nascosto animali domestici dei parrocchiani nei sotterranei della chiesa per sottrarli alle razzie dei Tedeschi, di aver aiutato prigionieri inglesi. Deportato nella caserma Pasquali all’Aquila e umiliato fino ad esser portato in giro per la città in mutande e con un fiasco in mano, venne condannato a morte ed obbligato a scavarsi la ‘fossa’. Poi per interessamento di un personaggio autorevole fu liberato pochi giorni prima della data stabilita per la fucilazione.

Don Luigi Cinque, parroco di S. Demetrio, si offrì ai Tedeschi in cambio di due inglesi da fucilare. Don Giorgio Giancarlo, parroco di Collepietro, fu messo al muro ad armi spianate affinché rivelasse la presenza in paese degli Inglesi, ma non parlò. E il parroco di Casentino don Ferdinando Camilli, assieme al segretario politico f.f. del Fascio – il ben noto Cav. Antonio Lisi oggi più che novantenne –, salvò dai tedeschi un gruppo di ebrei rifugiati nel paesello, facendoli, col loro consenso, passare per cristiani battezzati.

È giusto far conoscere all’opinione pubblica queste notizie riguardanti don Natale Mariani ed i sacerdoti aquilani ricordati, i quali, come spesso succede al bene, non fanno notizia.