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Il mio viaggio nei paesi del terremoto

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di Nando Giammarini

Una violenta scossa tellurica durata una manciata di secondi, alle 03.36 di mercoledì 24 agosto, gettò nello sconforto, nella disperazione e nella paura interi paesi dell’Alta Valle del Velino, del Tronto, dell’Aterno. Una manciata di secondi che rasero al suolo la bella cittadina famosa nel mondo per i suoi spaghetti e tante sue Frazioni; il vicino Comune di Accumoli, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto seminando terrore e morte. Alcune Frazioni del limitrofo Comune di Montereale , pur non registrando vittime furono seriamente danneggiate tanto che  S. Lucia – ultima Frazione del comune di Montereale, al confine con Amatrice, quindi il Lazio – fu evacuata L’ora maledetta – 4 minuti dopo il terremoto dell’Aquila,il 6 aprile 2009 – tornò a scoccare segnando il destino di tanti paesi sconvolgendo ed azzerando la vita di tanta povera gente intenta a riposare in quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro e tranquillo del mondo: la propria casa. La bestiale furia nera  uccise  290 persone tra cui molti giovani e bambini. Un tributo di vite umane altissimo che la natura ha preteso dai suoi figli. E le scosse – che a questo punto non credo siano di assestamento, si ripetono ad elevata intensità, provocando ulteriori crolli delle case fatiscenti rese tali da quella principale delle 03.36 – continuano imperterrite. Ero in ferie a casa a Cabbia di Montereale quando la forte scossa di 6.2 mi fece uscire immediatamente con tutta la famiglia. Il primo pensiero fu per mia madre anziana e corsi subito a metterla al sicuro. Lei , che aveva sentita la forte scossa, era già in piedi e mentre usciva di casa rivolgeva orazioni S. Emidio: protettore dei terremoti. Intanto mi aveva chiamato il capo redattore del Centro, Giustino Parisse, per sapere qual’era la situazione di Cabbia ed avevo raggiunto telefonicamente alcuni miei amici di Amatrice ed Accumoli. Loro – essendo riusciti a fuggire dalle proprie case, poi crollate, mi confermavano la gravità della situazione . Riuscì, successivamente a mettermi in contatto con Linda Giorgi , presidente della Pro Loco di Montereale la quale mi informò che i ragazzi della Pro Loco erano ad Amatrice – proprio a ridosso della chiesa di S.Francesco, per la manifestazione i “ Borghi in festa” e rientrati alle tre alle   quattro ci facevano già ritorno in qualità di soccorritori. Alle prime ore del mattino una colonna di P.C. di Caganano Amiterno, di cui faceva parte anche mio figlio, Fabrizio, partiva immediatamente alla volta della cittadina sconvolta per portare aiuto e sostegno. Di ora in ora la situazione si aggravava, aumentavano il numero dei morti e dei feriti e la terra continua a tremare. La paura e la tristezza ti prendono sconvolgendo la tua vita fino all’anima. Sono ormai quasi le 8, scendo in paese ed ecco arrivare il Sindaco di Montereale, Massimiliano Giorgi che ringrazio a nome di tutto il paese il quale, visibilmente provato, ci invita a non rientrare nelle case. Al contempo annuncia il montaggio delle tende nelle prossime ore. Andiamo a prendere un caffè a Cagnano Amiterno e troviamo il bar affollato come non mai a quell’ora. Segno evidente che c’è un grosso evento in atto. Seguo costantemente l’evolversi della situazione e tra le varie notizie volte a fare accapponare la pelle le immagini di tanta gente avvolta in plaid e vestiti di fortuna seduta con lo sguardo perso nel vuoto ti segna in modo indelebile. Elicotteri sfrecciano nel cielo il cui rumore si confonde con l’urlo delle sirene delle ambulanze intente a trasportare feriti all’ospedale dell’Aquila. Mi torna in mente un mio articolo di Prima Stampa di un paio d’anni fa in cui dichiarandomi contrario alla chiusura dell’ospedale scrivevo che l’alta Valle del Velino e del Tronto sono  territori ad alto rischio sismico quindi il Grifoni non doveva essere assolutamente chiuso. Due  giorni dopo , per non creare problemi alla rete dei soccorsi,mi incamminai di buon’ora alla volta di Amatrice. Lungo la Salaria la nebbia a tratti sembrava volesse nascondere l’enorme  tragedia. Arrivai al bivio che porta alla, una volta, bella cittadina dei famosi  spaghetti ma la polizia stradale non ne volle  sentire di farmi accedere. Chiesi un passaggio ad una colonna di soccorritori del Lazio che mi accompagnarono fino a  Sommati. Dopo una buona mezzora riuscì a raggiungere Amatrice ed uno scenario apocalittico si presentò ai miei occhi. Una situazione analoga al terremoto dell’Aquila e,per alcuni aspetti, simile  a quello del 1980 in cui  intervenni a Caposele come soccorritore. Cercai alcuni miei amici ma non c’era traccia, i loro cellulari erano muti. Non ressi a tanta tristezza e disperazione.   Decisi di recarmi  ad Accumoli. Questo era uno dei paesi più verdi, essendo incastonato in boschi di faggio e castagni, ospitale che ben conosco per avervi prestato servizio elettorale negli anni della mia gioventù. Arrivai a Fonte del Campo e la  G.di F. mi disse di accedere dall’altra parte, lato Libertino. Al bivio una casa semi diroccata con delle profonde lesioni sulle pareti e delle donne con lo sguardo imperterrito sembrava non volessero rassegnarsi ad un destino tanto atroce che ha sconvolto la loro vita.  Gli unici  inconsapevoli di  un simile disastro erano degli animali da cortile che continuavano a beccare la fresca erbetta a ridosso di un piccolo ruscello. Di passare non se ne parlò proprio. Lasciai la macchina e raggiunsi a piedi il piccolo borgo dell’Alta Valle del Trono. All’ingresso del paese una casa crollata con delle potrelle curvate ad “S”  mi diedero  la reale dimensione del disastro. Arrivai in  piazza ed i vigili del fuoco stavano aprendo quello che era un ufficio postale. Una giovane donna bionda con gli occhi gonfi di lacrime salutava i suoi compaesani ed i soccorritori.  Un agente della forestale mi chiese i documenti ed alla vista del mio tesserino dell’ordine dei giornalisti mi disse che in paese non si poteva accedere se non accompagnati dai VVFF. Mi rivolsi a loro che gentilmente mi  dissero essere in attesa  una troupe di giornalisti e che se avevo la pazienza di aspettare mi avrebbero accompagnato. Mi identificarono insieme agli altri colleghi e ci   diedero  il casco di sicurezza. Arrivai a quello che consideravo uno degli scorci più belli di Accomuli ma non riescì a riconoscerlo. Il terremoto ha cambiato per sempre il suo aspetto. Parlai con la gente ed il denominatore comune era la paura e lo sconforto che  aveva colpito  questa Comunità di montagna. Una mia amica    riuscita  miracolosamente a salvarsi-   tra i calcinacci e la polvere con suo figlio e gli anziani genitori – irriducibile  ed attivissima accumolese, amante delle tante bellezze della montagna a conclusione del colloquio telefonico   mi disse un po’ risentita” Ma ci voleva il terremoto per parlare di Accumoli” .Risce sia valle con il cuore in gola pensando ai tanti morti dei centri vicini ed un sentimento di umana pietà mi accompagnò nel tragitto fino a Cabbia di Montereale. Intanto colonne di soccorritori continuavano ad arrivare. Al di la di tutto, è il gran cuore d’Italia

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