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L’Elettra abruzzese di Lavia, eroina gender

di Adriano Emi

Rosso ruggine è il riflesso della terra e del legno del palazzo come rosso-biondi sono i lunghi capelli di tutti i componenti della famiglia radicata nello spazio-tempo eterno del rosso sangue dell’odio.
Si è chiusa la fortunata, estrema regia di Lavia dell’Elettra di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa.
La protagonista abruzzese, nata ad Ortona e diplomata presso l’Accademia Silvio D’Amico, è Federica Di Martino, scritturata tipicamente nei temi della violenza, della vendetta e della liberazione della donna dall’uomo (valga per tutti Kramer contro Kramer di ibseniana ispirazione nel 2012), qui diventa totalmente icona gender, con aspetto e voce maschile, anzi animale: non ha nulla di femminile, dalla voce ai capelli, al volto (reso più spigoloso dal trucco) alle cinghie attorno alle cosce che fanno da sostegno al pugnale fallico che si scopre quando, esaltata, parla della rivolta delle donne che intende compiere da sola.

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È inserita anche qui, vistosamente, la condanna della violenza maschile: l’amante della madre Egisto (Maurizio Donadoni) in panciotto moderno nero, inspiegabile nel colore funereo per un usurpatore a festa, canta ubriaco per metà della sua parte e si rende ridicolo (lui qui rappresenta la più bassa parodia del maschio), rendendo meno disumano il suo omicidio che appare meritato: abusa di Elettra con le mani, la palpa, la quasi strangola e le sputa addosso (con vera saliva) come a ricordare precedenti tentativi di stupro. D’altronde la versione sofoclea del mito insiste sull’odio per il nuovo re lasciando l’uccisione dell’indegno successore di Agamennone come obiettivo ultimo e dunque più alto di tutta la tragedia, permettendo dunque un’interpretazione politica grazie al suo ambiguo testo. Il senso che vuole dare Lavia non lascia invece doppie interpretazioni: la giustizia è armonia di bene e male entrambi necessari, ma questo Oreste (Jacopo Venturiero) guerriero di un futuro postapocalittico che, come Mad Max, torna indietro in un tempo arcaico, è di aspetto sovrabbondante, quasi parodico, e decisamente femminile (un nastro sorregge i lunghissimi lisci capelli così simili a quelli della madre), affronta quel passato eterno che è la radice del male: l’odio materno. Il palazzo (ventre mitico) da cui sono stati originati lui e le sue sorelle è in rovina: il ritorno di Oreste è dunque il futuro che torna a confrontarsi con le macerie arcaiche origine di tutto, che sono la terra (della) madre: è la categoria del logoro-realistico di Francesco Orlando, la reggia sventrata dal tempo che denuncia se stesso come accumulo di oggetti non funzionali per un maschio che si ripete impotente da millenni di fronte allo stesso scenario che diventa ritorno del represso.
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Rosso ruggine è il riflesso della terra e del legno del palazzo come rosso-biondi sono i lunghi capelli di tutti i componenti della famiglia radicata nello spazio-tempo eterno del rosso sangue dell’odio. Le numerose ragazze del coro sono vestite di rosso e nero, cantano e danzano amplificando urla, pianti e invocazioni. Se ci sono varie ellissi del testo, c’è un senso di fedeltà all’originale nella messinscena: il palazzo fa da skene; orchestra e spazio degli attori non sono separati; è sfruttata la luce naturale che a Siracusa tramonta di fronte alla skene; tanto pubblico è costituito da giovani studenti in uno spazio loro dedicato, proprio come era ad Atene. Il testo è sintetizzato ma due tagli lasciano perplessi: mancano le battute in cui Oreste era ricordato dalla sorella come «soltanto mio», parole che servivano a connotare la maternità surrogata della vergine che non giacerà mai con nessun uomo (questo etimologicamente significa “Elettra”), e mancano le grida di Clitennestra (Maddalena Crippa) che supplicava Oreste di non ucciderla (madre e figlio originariamente nel teatro greco interpretati dallo stesso “secondo attore” che dietro la skene faceva entrambe le voci) e, di rimando, sono espunte anche le parole con cui Elettra comandava di uccidere senza dubitare: in questo modo tutta la possessività morbosa e il potere manipolatore della sorella sul fratello si perdono. La traduzione di Nicola Crocetti realizzata per questa regia in realtà riporta le battute di questo fuori scena che dunque Lavia ha prima voluto e poi espunto in una seconda decisione e non per questioni di tempi: cinquanta secondi di silenzio sostituiscono le urla di Clitennestra e l’invito di Elettra a colpire: non si tratta dunque di un taglio ma della scelta drammaturgica del silenzio.

Se il maschio usurpatore è meschino, anche Oreste non è grande stratega, vero uomo è Elettra. Sua sorella Crisòtemi (Pia Lanciotti) è l’unica anima femminile in un corpo di donna, unica dalla recitazione naturale, anzi, a contrasto con la sorella che si rotola e contorce nella segatura e che, come la madre, grida con potente voce maschile e artificiale, è aggraziata nel gesto, nella parola e nell’aspetto, senza ricorrere mai né a note gravi né ad urla scomposte.

Parimenti composta è la recitazione del personaggio che, anticamente, era recitato dallo stesso “terzo attore” che impersonava Crisòtemi. Si tratta del Pedagogo (Massimo Venturiello) che del suo racconto epico della finta morte d’Oreste fa un monologo impressionante che ci appare incredibilmente vero, commovente nella sua grandezza eroica e suscita i più fragorosi applausi.

L’unico eroismo possibile di ciò che resta del maschio può dunque riecheggiare soltanto in un racconto inventato.

Superba la scena del riconoscimento dei fratelli, il volto femmineo di Oreste dalle lunghissime chiome è commosso dalle deformazioni mimiche della Di Martino che trasmette urla di dolore soprattutto quando soffoca espressionisticamente le parole nel pianto afono. Tutta la sua recitazione è basata qui sul corpo animale che si butta a terra, tecnica ben nota ai Greci.

La riuscita metallica delle voci è un effetto non voluto, il debutto era avvenuto senza microfoni ma Lavia, vista la maleducazione del pubblico, è stato poi costretto ad adottare i microfoni: l’effetto, comunque, acuisce la sensazione di ritorno dal futuro. Maddalena Crippa, madre-mostro satanica, accentua qui la sua tipica recitazione urlata, baritonale, declamatoria, come baritonale d’altronde fu la migliore Clitennestra della produzione italiana Alida Valli in Il lutto si addice a Elettra.

È esaltato il monologo autistico di Elettra, allucinata dalla visione del popolo, che lei immagina congratularsi con le due sorelle assassine: grazie soprattutto al raddoppiamento «saremo libere, libere!» Lavia riproduce dunque, magnificamente (e forse senza averlo premeditato) il senso che della tragedia sofoclea dà Genet in Le serve (cosa che non viene mai notata), e sottolinea così la disforia (più che l’isteria) delle Elettre contemporanee insieme a quella frustrazione che era già nel testo di Sofocle. Oreste torna spaventato dal suo atto di matricidio che dovrà nuovamente compiersi, il suo è rituale nel mito. Elettra esalta l’essere donna non più schiava, ma la stessa cosa, rispetto all’ucciso marito Agamennone, fa Clitennestra-Crippa: Sinfonia d’autunno di Maurizio Panici vedeva l’attrice nel celebre ruolo edipico di Eva in competizione con la madre, e ora invece è lei madre: il “ritorno di Clitennestra” di cui parla Massimo Fusillo (La Grecia secondo Pasolini) si compie anche nelle carriere.

Le rovine del palazzo rappresentano anche il tempo millenario che si erge circolarmente come giudice rituale e, insieme, come destino già scritto rispetto ai combattenti del futuro (la coppia omoerotica Oreste e Pilade) che agiscono in base a un oracolo che nella caricatura diventa esaltazione della violenza e sua sublimazione (da cui la scomparsa delle grida di Clitennestra). Il corpo esposto grondante sangue della madre morta ormai innocua è feticcio di un atto tribale che serve alla costruzione del futuro. Se Oreste è insicuro e non cresciuto (neanche artisticamente), Elettra rivendica libertà di donna con acconciatura, volto e voce da uomo, in una scena che già originariamente era del primo attore sempre uomo. La grazia composta di Lanciotti è dimenticata insieme alle sue uniche parole di condanna che non verranno ascoltate né dai fratelli né dal regista che di questi ultimi benedice il crimine. La scenografia postatomica diventa in questo modo lo specchio dei matricidi androgini, l’animalità di Elettra in chiave gender trasporta così il mito femminile ancestrale nella categoria del postumano.
Chiudono la messinscena, per decisione arbitraria di Lavia, i versi della seconda strofe del secondo canto del coro, e quindi a tutta la storia (della tragedia e del mondo) è dato il senso che Elettra matricida è, senza tracce di dubbio, figlia saggia e ottima, senza possibilità di ripensamento finale, è tolta la sospensione tragica del dubbio sulla veridicità dell’oracolo di Apollo: la frase «se l’oracolo era giusto» diventa «l’oracolo era giusto», il destino è necessariamente questo, la giustizia non esiste senza violenza, la guerra tra popoli nemici trova il germe e la giustificazione nell’inevitabile catena d’odio e vendetta, perché, recita la battuta finale del coro: «nessun uomo che abbia un animo nobile e libero può vivere nella vergogna di se stesso»

Articolo e fotografie di Adriano Emi