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Le confessioni di Don Chisciotte

Signore, perdonatemi l’ardire. Ho dovuto portare con me Don Chisciotte. Non ho potuto fare diversamente. Si è raccomandato, promettendomi di dare una spintarella alla pratica di ricostruzione di quella mia modesta casetta in centro storico. Devo pur cercare una via buona per poter rientrare a casa.

Carissima, vedo che ti sei accodata anche tu. Hai capito come vanno certe cose al giorno d’oggi. Come mai Don Chisciotte ha chiesto il tuo aiuto? Che cosa deve chiedermi?

Signore mio, il massimo cittadino sa bene quali siano i nostri rapporti personali. Quanti consigli preziosi mi avete dato e quante volte avete suggerito la retta via da seguire. Non ho indagato più di tanto. Mi ha detto solamente che sono faccende personali, forse di coscienza.

Mia cara, fallo passare. Intanto avverto uno dei segretari per la stesura del verbale.

Signore, ecce homo! Non me lo strapazzate troppo perché potrebbe essermi utile, … se mantiene le promesse.

Caro il mio grande Hidalgo, vieni avanti. Mettiti pure comodo dove vuoi. Non è sontuosa come quella dei Quattro Cantoni, ma è abbastanza decente. Ecco siedi su quella poltroncina con l’inginocchiatoio davanti. Prima di cominciare a parlare aspetta un attimo, sta per arrivare Celestino per redigere un verbalino degli argomenti che andremo a trattare. Va bene? Ora ci siamo tutti. Puoi iniziare il tuo prologo.

Il segretario Celestino. Ritengo che si debba seguire il protocollo. Perciò, ecco la cenere con cui il penitente si deve cospargere il capo e la corda che dovrebbe sistemare attorno al collo.

Celestino emerito, non starai mica pensando che si debba suicidare. Sentiamo prima che cosa ha da dire.

Signore, prima di passare ai formali saluti, da nobile cavaliere mi inginocchio e mi segno di croce. Non si sa mai. La mia è una visita formale. Se vogliamo, anche di capitale importanza. Lontano dai frastuoni del Consiglio, dalle beghe quotidiane, dalle continue tirate di giacca a desta e a manca, ho raccolto le mie idee e, in un profondo esame di coscienza, ho deciso di venirmi a confessare direttamente da Voi. Ho bisogno di togliermi parecchi pesi, molti fardelli, che non lasciano in pace la mia coscienza.

Caro Don Chisciotte, resta pure in ginocchio. Sai benissimo che ti sono stato sempre vicino, anche quando hai fatto l’arrogante e non hai voluto ascoltare i miei proverbiali consigli. Sei caduto in basso tante volte. Ti ho sempre aiutato a rialzarti. Ora mi sembri tanto preoccupato. Vediamo se posso esserti utile in qualche maniera. Parla. Parla tranquillamente. Siamo solamente noi tre.

Mio Signore, grazie per l’accoglienza. Evito l’inconcludente giro di parole che ha caratterizzato i miei interventi ufficiali, pubblici, privati e televisivi. Voglio confessare le mie debolezze, il mancato rispetto degli impegni e delle promesse, gli atteggiamenti da guascone che ho assunto nella poco oculata guida della infernale macchina amministrativa aquilana. Ho peccato e, perciò, chiedo il Vostro perdono.

Carissimo, non è così semplice come la metti tu. Una volta si concedeva l’indulgenza facilmente, ma solamente dopo aver fatto una lauta offerta alla parrocchietta. Queste strutture, purtroppo, si sono trasferite nelle segreterie dei partiti che non accettano confessioni. Vorrebbero l’esame critico introspettivo degli errori commessi e l’immediata restituzione dei beni. Potrei “condonarti” i peccati soltanto moralmente, dopo averli riconosciuti e denunciati ufficialmente a me o al mio delegato. Perciò, vai avanti nella esposizione dei fatti, ma in maniera ordinatamente capillare.

Signore, non è tanto facile. Non so neppure da dove iniziare. Potrei iniziare dalla mia prima elezione. Fui candidato alla guida di questa città con la sinistra. Non ero proprio un uomo di sinistra. Appartenevo ad una metastasi della sinistra. Poi, sulla “via di Piazza Palazzo” sono stato folgorato e mi sono convertito a sinistra.

Caro Hidalgo, i cittadini, gli elettori, non sanno nulla di tutti questi intrallazzi. Vero?

Signore, se lo avessero saputo, non sarei qui a confessarmi. Ho iniziato il cammino amministrativo gonfiandomi come un otre per spargere nell’etere, meglio dire nel vuoto, i programmi e i proclami che non avevano nulla di concreto. Solo parole inutili.

Sei sulla buona strada. Vai avanti. Adesso elenca i peccati che più ti pesano. Trascura le inezie perché sono troppe.

Signore, penso che non basti una vita per confessarmi a dovere. Comunque, ci provo. Tra i peccati più gravi figurano: la mia conversione al PD per ottenere la seconda candidatura; l’aver perduto troppo tempo per andare appresso alle chimere di una programmazione sterile, del tutto inesistente; di aver messo a credere ai cittadini che avrei abbassato la pressione fiscale; l’aver snobbato tutte le istituzioni locali, pubbliche e private, poiché ho ritenuto che non fossero degne della mia attenzione; mi sono comportato male nella gestione del Consiglio comunale, arrivando a offendere i miei avversari della minoranza; ho alzato troppo la voce nei confronti dei Governi Monti, Letta e Renzi; ho cercato di restituire la “fascia” a Napolitano e non ci sono riuscito; ho tentato di rientrare in Ospedale e non mi hanno voluto; ho cercato di mettere a credere ai cittadini che avrei ricostruito L’Aquila in cinque anni e non mi hanno creduto; ho costruito le rotatorie che non funzionano; ho promesso che avrei realizzato il “Ponte dei Sospiri”, dalla Mausonia a Porta Napoli, e non ho trovato neppure un aspirante suicida; ho aumentato la TARI per costringere Renzi a darmi i soldi per il pareggio di bilancio, ma il pareggio è assai lontano e non posso annullare l’aumento della tassa, perché i soldi mi servono per pagare i buffi dei consumi e degli affitti delle sedi comunali. Una sola cosa penso di aver fatto di buono: ho acceso il tripode della Perdonanza in pompa magna, ho indossato anche la fascia tricolore. Penso di aver detto tutto. Potrei aspirare ad ottenere l’assoluzione, anche se con qualche penitenza. In via subordinata mi accontenterei di una assoluzione parziale. Signore, ci conto.

Caro Don Chisciotte, puoi iniziare a contare, se vuoi. Dovrai contare tanto. Forse dovrai raggiungere cifre quasi uguali alla valutazione dei danni che Monti avrebbe dovuto finanziarti. Senza perderci in chiacchiere devo dirti che non hai alcuna speranza di essere assolto. Hai commesso peccati troppo gravi. A parte le fandonie che hai cercato di mettere a credere ai tuoi concittadini, devo rilevare che hai offeso pesantemente Monti, Letta e Renzi, senza renderti conto della loro appartenenza alla tua famiglia politica. Questa non è materia che mi riguarda. L’assoluzione chiedila a loro, ammesso che ne abbiano la facoltà. Per la TARI hai affermato il falso. Fatti assolvere dai cittadini, se puoi! L’incensata che hai voluto lanciarmi con l’accensione del tripode, te la potevi risparmiare. Rivolgiti direttamente a Celestino. Ha qualche conto in sospeso con te. È convinto che tu abbia manovrato tutte le leve per ritardare la ristrutturazione della sua sede, con il preciso scopo di ridurre la Perdonanza religiosa alla stregua di una sagra paesana, meglio ancora di una “giostra”. Mi ha fatto sapere che, quando venne incoronato Papa, portò all’Aquila Re, Marchesi, Baroni, Conti dell’Europa. Non ha portato gentarella da strapazzo che strimpella, strombetta, fa rumore e spara. Ha detto che anche di smetterla con i “Cantieri dell’immaginario”, che sperperano solo quattrini. Metti seriamente mano alla ricostruzione della città e della sua casa. Forse dovrai espiare le tue colpe da solo. Torna quando avrai finito. Nell’anno tremila, se tutto va bene.

Signore mio, altro che assoluzione! Così, posso rinunciare a qualsiasi speranza per la ricostruzione della mia casetta. Fino a quando non espierà le colpe, l’Hidalgo non potrà pensare ad altro. Signore, concedetemi la forza di vivere fino a quando Don Chisciotte si presenterà nuovamente al vostro cospetto per ottenere il perdono e, poi, richiamatemi pure accanto a voi e, insieme, aspetteremo l’arrivo di Don Chisciotte alla casa del Padre. E così sia.