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Olimpiadi, tra cosmopolitismo e politica

di Enrico Cavalli

Le “Lettere persiane” scritte nel 1721 da Charles Louis De Secondat, barone di Montesquieu, come opera letteraria di confronto libero ed aperto fra diversi punti di vista, in raffronto ad altrettante diverse culture senza chiusure e pregiudizi reciproci, esprime, meglio di altri saggi dell’Illuminismo,  l’ideale  cosmopolita.  Esso poggia nella comunanza di natura e ragione che stabiliscono un ordine universale del quale fanno spontaneamente parte gli individui, ma è debitore tale cosmopolitismo, tanto di quello ellenista che soprattutto cristiano quando afferma la collaborazione e solidarietà fra le classi sociali e stati internazionali. Con il Romanticismo che facendo salva la singola autonomia nazionale, esprime valori che appartengono a tutto il genere umano, il cosmopolitismo si trasmuta in universalismo onde realizzare un linguaggio comune al genere umano per l’affermazione degli ideali di pace e giustizia nel mondo. Lungo l’800, si succedono orientamenti culturali e politici che propongono un futuro senza guerre per l’umanità in nome di confronti solo di competizione leale e di scambio fra i popoli.

Come forma di dialogo fra le nazioni, emerge lo sport moderno che oltre i tratti tipici di derivazione britannica della cura di sé, fair play, competizione, avrà da parte del fautore delle Olimpiadi moderne Pierre De Coubertin, proprio il cosmopolitismo. In realtà, il barone francese chiamerà internazionalismo il valore che lo sport era chiamato ad esprimere in un mondo che a cavallo dei secoli XIX e XX stava per vivere nuovi conflitti. Del resto alle Olimpiadi antiche tutti erano ammessi in nome di una cultura comune ed ora ai Giochi moderni ogni nazione gareggiava con altre  in nome dell’ideale di pace internazionale. Alla base del nuovo olimpismo, era che niente come lo sport avrebbe potuto garantire un ordinato sviluppo di società sempre più competitive e soggette ad acuti conflitti sociali. Le cose non sempre sono andate e sino ai nostri giorni in questo modo. I Giochi cinque cerchi iridati, nella loro gestazione, assegnazione, svolgimento hanno risentito dei fattori di politica mondiale con clamorose mancate presenze ed esclusioni, insomma, boicottaggi reciproci di paesi o blocchi di nazioni, tutte queste scelte consapevoli di avere portata planetaria vista la importanza del messaggio olimpico.

“Citius, Altius, Fortius!”, accanto a questo motto classico delle Olimpiadi c’è ne un altro ufficioso e più noto, ovvero, lo sport e la politica devono restare separati. La storia delle Olimpiadi moderne si intreccia con quella della politica internazionale ed alle tante trasformazioni degli ultimi centoventi anni. Due idee stano a guidare questa breve disanima delle Olimpiadi moderne. La prima riguarda il ruolo peculiare del movimento olimpico retto dal Comitato olimpico internazionale (CIO) e le stesse Olimpiadi, nelle relazioni internazionali. Questi soggetti,  sono alla pari dell’ONU ed organizzazioni internazionali, anzi,  il CIO ha una sua struttura, un proprio regolamento ed organi, finalità, i mezzi, budget ecc. Il CIO perfino,  può rivendicare un’estensione globale perché vanta 204 comitati olimpici nazionali e propri ambasciatori, invece, l’Organizzazione delle Nazioni Unite riconosce 193 Stati membri.

Si accennava che sin dalla nascita del movimento olimpico, i tanti slanci internazionalisti e pacifici sono convissuti con sentimenti nazionalisti e sciovinisti, spesso generatori di tensioni e rivalità nazionali. Le medesime origini delle Olimpiadi moderne, hanno dovuto fare i conti con la cultura politica di fine Ottocento e nelle sue contraddizioni come il darwinismo sociale, la crescita di nazionalismi europei e tensioni colonialiste. La idea cosmopolita e pacifista alla base delle prime edizioni olimpiche da Atene 1896, si vede assottigliata da un mondo pronto al bellum omnium contra omnes e del resto i Giochi di Saint Louis del 1904 hanno caratterizzazione quasi commerciale ed a sfondo razziale. La Grande Guerra, cancella la edizione del 1916 e nel 1920 lo spirito di egoismo delle nazioni vincitrici impedisce ai paesi sconfitti di andare ad Anversa in Belgio  Negli anni tra le due Guerre mondiali, le Olimpiadi paiono recuperare lo smalto iniziale perché diventano pienamente internazionali ma per ciò stesso  politici visto lo scontro epocale fra le democrazie liberali ed i totalitarismi di destra e sinistra. Lo sport è parte importante del consenso  cercato dai dittatori in cerca di masse disciplinate e considerate sane, i Giochi di Berlino 1936 rendono tutto questo reale e la immagine di Hitler corrucciato dalla vittoria del nero atleta americano Jesse Owens, eprime tale tensione. La II guerra mondiale segna anche la sconfitta dell’ideale olimpico, che però senza le ostilità belliche avrebbe avuto per teatro nel 1942 la mussoliniana Roma, e,  per inciso, la stessa L’Aquila all’avanguardia impiantistica avrebbe avuto parte importamte.

Che lo sport faticava ad evere autonomia rispetto alla politica tantomeno la radice cosmopolita dell’agonismo di massa, fu compreso a Londra 1948, quando, si impedì di gareggiare alle nazioni sconfitte, Giappone,  Germania, ora divisa in due, non così per l’Italia che grazie all’armistizio del 1943 vi prese parte, soprattutto, perché siamo negli anni dello scontro fra West democratico ed East sovietico. L’URSS non andò alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 e dal 1958 in poi organizzò una competizione sportiva internazionale chiamate Spartachiadi ed amplificando il problema della partecipazione ai Giochi moderni dei professionisti. D’altra parte, i paesi occidentali chiedono di risolvere il problema del doping in uso dagli atleti negli stati totalitari, sebbene, la questione non abbia confini ideologici. Un recupero pieno del cosmopolitismo  olimpico, avviene in occasione di Roma 1960 (L’Aquila, ospitò partite del torneo di calcio) e Tokyo 1964, allorquando parteciparono molti nuovi stati dell’Africa nera ed Asia usciti dalla decolonizzazione. La vita delle Olimpiadi, nonostante gli sforzi diplomatici del CIO risentiva del salire di tensioni su scala internazionale. A Città del Messico 1968 presero la scena le proteste dei diseredati e antirazziste di tutto il continente Americano( strage di studenti messicani e denuncia razzista di atleti neri statunitensi);  il conflitto israelo-arabo, porta al rapimento ed uccisione di atleti ebrei da parte di terroristi palestinesi in diretta mondiale a Monaco di Germania nel 1972; la lotta all’apartheid sudafricano, indusse un centinaio di stati del continente nero a boicottare i Giochi di Montreal 1976, precisamente, in dissenso agli All Blacks neozelandesi in tournèe nel paese degli Springbroks. Ma, a dettare le regole dei rapporti all’interno dell’olimpismo più che la mitica Carta olimpica, sono le due superpotenze nucleari USA e URSS e l’ultima fase di questo colossale conflitto, clamorosamente, incide per i Giochi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984; alla XXI edizione, per protesta all’invasione russa dell’Afghanistan, mancano, (non l’Italia si noti) gli statunitensi, Canadà, Germania Ovest, Giappone, Cina, e sessanta fra nazioni arabe ed africane, ma, ai XII Giochi invernali di Lake Placid del febbraio di quell’anno c’è un antefatto memorabile quale la sfida di hockey su ghiaccio fra russi e americani, questi ultimi quasi a presagio, vittoriosi; alla XXII edizione, mancano le nazioni del blocco sovietico ormai in disfacimento, tranne la dissidente Romania e in polemica al gigante russo dopo 30 anni, fatto storico significativo per il futuro dello sport, torna la Cina.

Con il nuovo ordine mondiale seguito alla caduta del muro di Berlino nel 1989, le Olimpiadi e gli ideali ad essa connessi, sembrano riprendere il passo progressista della fase pionieristica di De Coubertin. Intanto, dal 1992 con le Olimpiadi di Barcellona che registrano il fatto davvero cosmopolita del Paraolimpismo,  il CIO chiese ufficialmente alla comunità internazionale sotto il supporto dell’ONU di osservare la tregua per ogni rassegna olimpica che dal terzo millennio viene ospitata anche in sfere asiatiche dal grande sviluppo economico. I fenomeni della globalizzazione, richiesta di diritti civili, problemi ambientali, infine, anche quelli del fanatismo politico e/o religioso, ora condizionano la nuova frontiera delle Olimpiadi e che sempre più debbono portare avanti lo spirito internazionalista o cosmopolita che dir si voglia, inevitabilmente, a Rio De Janeiro 2016, magari, alla insegna del pensiero di altro illuminista del calibro di François-Marie Arouet detto Voltaire e che nel suo racconto filosofico “Zadig” del 1745, tiene a dire che: ”avete giuocato al pallone e siete stato sobrio”.