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Il ritorno in città per la riapertura delle scuole

di Fulgo Graziosi
“Ciò che era nostro e che abbiamo perduto, ma è il timore di perderlo che ci fa scegliere i fiori del ricordo per farne un bouquet”. (Colette, Sidonie-Gabrielle).
Il viaggio di avvicinamento alla città avveniva, di solito, in autunno e in concomitanza con la riapertura della scuola. L’autobus partiva dalla piazza di Castel del Monte alle sei e trenta del mattino. Bisognava svegliarsi almeno un’ora prima per effettuare gli ultimi preparativi prima della partenza. Nell’aprire le imposte della finestra della camera, lo sguardo veniva invaso da una luce tersa, intensa,  da uno spettacolo indescrivibile. Da un mare di candida nebbia, esaltata dai raggi radenti di un sole nascente, spuntavano le vette più alte della dorsale appenninica. Questo tipo di illuminazione  rendeva ancor più evanescente lo spettacolo, mentre la sottostante vallata del Tirino sembrava un lago spumeggiante  di quegli spruzzi e di quel ribollire delle acque ossigenate e nebulizzate da un’alta e abbondante cascata. Con estrema rapidità lo sguardo spaziava a più di duecento gradi, muovendosi agevolmente dal Monte Bolza a Forca di Penne, dal Morrone alla Maiella, dal Sirente al Velino, fino al Terminillo. In questo spaziare si impressionavano nella mente alcune immagini. Le piccole casette bianche  degli abitanti di Forca di Penne, meglio conosciuti come Testimoni di Geova. Le cime grigio celesti del Sirente. La Maiella madre, perennemente innamorata del Gran Sasso. La maestosità e l’imponenza della Rocca di Calascio. Tutti questi fotogrammi venivano fissati in indelebili diapositive sulle quali il grigiore delle mura della roccaforte, contrastando con lo sfondo di un cielo azzurro intenso ed estremamente pulito, rendeva ancora più nitidi e decisi i contorni del castello, assunto più volte da noi ragazzi a simbolo di fierezza, di indipendenza, di tranquillità. Dal mare di nebbia giungeva il vociare sommesso, lungo le vie del paese, delle persone mattiniere. Parlavano a bassa voce per non disturbare il sonno dei bambini e il riposo degli ammalati. Gli adulti, che godevano ottima salute, non avevano diritto a questa forma di umano rispetto. Ad essi non era consentito poltrire. Anche la campana del manzo capofila del gregge, che si avviava  mestamente verso il Tavoliere delle Puglie, emetteva un suono ovattato, attutito dalla spessa coltre di nebbia. Sui davanzali delle finestre più vicine si scorgevano i colori degli ultimi gerani, alterati e sbiaditi dal pulviscolo nebulizzato delle goccioline di nebbia. La borsa con i libri era più pesante del solito. L’idea di tornare in città non mi allettava affatto. Questo stato d’animo doveva essere talmente evidente da destare compassione e solidarietà nelle persone che incontravo. Mi salutavano affettuosamente e, incoraggiandomi, cercavano di sollevare il morale, dicendomi che ci saremmo rivisti presto. Il tempo, tanto, passa in fretta. Prima di salire sull’autobus era necessario mantenere in vita certe ataviche usanze. Infatti, come i pastori dannunziani, mi dissetavo alla “fonte alpestre” posta in mezzo alla piazza. Il sapore e la freschezza di quell’acqua li avrei portati nel cuore per la durata del primo trimestre. Un ultimo sguardo al campanile della Chiesa, sulla cui sommità era sistemato l’enorme orologio illuminato. I miei occhi, però, non vedevano le grandi lancette e non riuscivano a leggere neppure i grossi numeri romani disegnati sul quadrante. Attraverso i vuoti delle celle campanarie lo sguardo fissava sull’azzurro del cielo sogni e fantasie che, solo a quell’età, possono essere fantasticati. Finalmente, il torpedone si muove con pesante lentezza. Scricchiola da tutte le parti, cigolando ad ogni sobbalzo. I freni stridono violentemente. Provocano un senso di fastidiosa irritazione. Lo sguardo fruga sotto i pini del piccolo parco antistante le Scuole Elementari alla ricerca di alcuni colori, di taluni fiori che nel corso dell’estate avevo quasi ignorato. Sui bordi di una vasca circolare, piena d’acqua e con un alto zampillo centrale, quasi in posizione diametrale erano poste quattro piante di rose ad alberello di colore bianco, giallo, rosa e rosso intenso. Erano fiorite nuovamente, prima di entrare nella fase della quiete invernale. Erano piene di turgidi boccioli. Taluni completamente aperti per mostrare orgogliosamente l’intensità e la delicatezza di quei colori che non avevano nulla da invidiare a quelli estivi. Nei pressi del cimitero cominciavo a guardare alle mie spalle per carpire le ultime immagini del paese, che avrei voluto portare con me in città. L’intenso polverone che si alzava dalla strada sterrata mi impediva di guardare verso le finestre di casa. Prima di arrivare a Calascio, nei pressi del valico, una fugace vista metteva in mostra la sommità della vetta di Monte Camicia, attorno alla quale la prima candida neve aveva applicato un elegante colletto bianco di cotone inamidato. Questo colletto contribuiva ad esaltare ulteriormente la posizione della montagna protesa alla conquista degli azzurri spazi. Nelle acque chiare del laghetto sottostante si specchiava elegantemente la parte orientale  della Rocca di Calascio, felicemente rischiarata dalla luce del sole dell’est.  Calascio mi era rimasto sempre impresso per le coperture piramidali che sovrastavano i campanili delle Chiese. Non erano frequenti nella zona circostante coperture del genere. L’intero complesso urbano del paese subiva la incombente dominazione dei bastioni della Rocca che, quasi per incanto, spuntano dalla roccia, così come sbucano i fiori da un giardino roccioso. Da quella posizione partivano, di giorno e di notte, segnalazioni e messaggi diretti ai punti di avvistamento di Rocca di Cambio e Forca di Penne. Una sorta di video telegrafo dal fascino tanto strano, quanto misterioso. Questi fatti attraevano il mio interesse fino al punto di intravedere, nelle notti d’estate, fasci luminosi lanciati nell’oscurità delle tenebre alle popolazioni amiche e alleate per avvertirle dell’immediato pericolo o di una lieta novella. Nel frattempo, l’autobus era arrivato a Santo Stefano di Sessanio. La sosta al cospetto della Torre Medicea, che sovrasta il paese, faceva capire che ero giunto ai margini di quel territorio a me tanto caro e congeniale. Nel discendere verso Barisciano la strada attraversa il bosco che, in quel periodo, espone agli occhi del viandante la tavolozza con i colori più belli dell’intero anno. Sulla destra, verso l’alto, spiccavano le punte dei pini di un verde intenso e pulito. Più in basso, le foglie delle querce avevano assunto un deciso color ruggine, quasi metallico. I colori delle foglie dei faggi variavano dal giallo tenue al  giallo carico, dal rosa al rosso intenso. Qualche prunus, o albero di Giuda, posto più in basso, ostentava le fronde di un deciso color prugna. A questi colori, forse, si è ispirato Missoni per i colori dei suoi maglioni. Una coppia di poiane volteggiava tra le radure del bosco alla ricerca del cibo per la colazione mattutina. Il fischio lacerante del richiamo di un’aquila reale in perlustrazione di caccia faceva immediatamente levare in volo un gruppo di gracidanti cornacchie, starnazzanti accanto alla carcassa di un animale morto. Ci hanno accompagnato fino alla sottostante pianura gracchiando e prendendo in giro tutti quelli che, come me, lasciavano gli spazi della libertà per andare a vivere nella cittadina costrizione. Il torpedone cercò di darmi l’ultimo aiuto nell’affrontare la salita di Porta Napoli, ansimando e sbuffando, fino al punto di farmi credere che si sarebbe fermato. Non sarebbe servito a nulla perché eravamo pressoché arrivati a destinazione. Mancavano poche centinaia di metri per raggiungere il capolinea: Piazza Duomo. Giunti sulla piazza, i più giovani, come me, furono avviati direttamente a scuola, mentre i grandi si fecero carico di portare i bagagli presso le rispettive abitazioni. L’impatto con la massa studentesca che rumoreggiava sotto la scuola fu quasi traumatico. Poi, riconoscendo i vecchi compagni e scambiando cordiali sorrisi di saluto con gli amici più cari, il trauma e la malinconia scomparvero, lasciando il posto a quella spensierata maniera di affrontare i problemi della giornata in maniera veramente goliardica e, cioè, con molta filosofia. In aula, dopo aver fatto conoscenza con i nuovi arrivati e dopo averli classificati e inquadrati, si fece immediatamente un silenzio profondo, non appena l’insegnante di turno salì sulla pedana della cattedra. Non si udiva volare una mosca e, a stento, si udiva il respirare di ognuno di noi. Guardai intorno e mi accorsi, quasi con piacere, che non ero il solo ad affrontare voli pindarici per raggiungere quei luoghi che avevo lasciato solamente da qualche ora. Cercavo sulle pareti delle immagini, degli spunti, dei particolari che mi riportassero nel mio ambiente naturale e, inavvertitamente, gli occhi fissarono i vetri della finestra che dava sull’esterno. Scoprirono, incastonato nell’azzurro del cielo, un meraviglioso “bouquet” fatto di fiori e di colori dei miei ricordi più belli. A distanza di tanti anni vedo ancora oggi quel “bouquet”, fisso e indelebile nella memoria, quale inconfutabile testimonianza per aver saputo trattenere tutte quelle immagini che mi fanno capire di non aver perduto nulla delle mie caratteristiche giovanili: la fierezza, l’indipendenza, la volontà, la forza d’animo e, perché no, anche la umana cortesia. “Se aggiungi poco al poco, ma lo farai di frequente, presto il poco diventerà molto.” (Esiodo).