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Riforme affrettate, i nodi tornano al pettine

di Fulgo Graziosi

I vecchi detti non sbagliano mai. Sono frutto di consumate esperienze. Infatti, si dice spesso, specialmente ai giovani che vanno di fretta, che “la gatta furiosa fece i figli ciechi”. Cosa che, puntualmente, sta avvenendo in questi ultimi tempi con il Governo Renzi. Abbiamo cercato più volte di sollecitare l’attenzione dei parlamentari sulle annunciate riforme e sull’attuazione delle medesime con gradualità e nel rispetto delle norme statutarie. In alcuni casi, invece, si è preferito aggirare la Costituzione, ponendo in liquidazione le Province in nome di una illusoria economia di spesa. Oggi le Province sono state praticamente asfissiate e non concorrono alla spesa pubblica se non in maniera del tutto irrisoria. I Consigli Provinciali, fonte di spesa secondo Renzi, non esistono più. Le risorse economiche sono state pressoché tagliate, per cui l’Ente non è più in grado di produrre i servizi istituzionali. Infatti le strade, subiscono un inarrestabile processo di degrado. Sugli argini stradali l’erba raggiunge altezze considerevoli e, a volte, creano uno stato di pericolo, riducendo la visibilità in corrispondenza delle curve. L’acqua scorre come torrenti sui piani viabili, le cui pertinenze sono prive di canali di scolo e le cunette sono ingombrate da sterpaglie, buste di plastica e rifiuti di ogni genere. La viabilità invernale è quasi inesistente. Per fortuna viene in soccorso degli utenti il clima. Nevica poco, quasi per niente. Se dovessero verificarsi precipitazioni nevose, come negli anni passati, sarebbe un bel guaio. Le Province non sono in grado di acquistare i carburanti necessari alla movimentazione dei mezzi. Non potrebbero acquistare neppure i cloruri occorrenti per evitare la formazione del gelo sulle pavimentazioni stradali. Non sono neppure in grado di sottoscrivere le polizze assicurative per la responsabilità civile. Tutto ciò sempre in nome di una presunta strategia per conseguire considerevoli economie. Invece, di economie non si parla più. Proprio in questi giorni, autorevoli Istituti, hanno lanciato un grido di allarme per l’inarrestabile aumento della spesa pubblica originata da Regioni e Comuni. Nel momento in cui si cominciò a parlare della caotica riforma delle Province furono prodotti dalle organizzazioni di categoria e dagli stessi Ministeri dei convergenti studi, dotati di illuminanti istogrammi, attraverso i quali si evidenziava che la spesa pubblica degli Enti Locali era rappresentata dalle Regioni per il 73%, dalle Province per il 4,5% e dai Comuni per il 22,5%. L’Amministratore accorto dove avrebbe operato tagli per conseguire consistenti economie? Sulle fonti di spesa più elevate. Invece, per offrire lo specchietto delle allodole ai cittadini, fu decretata la morte delle virtuose Province. La prova del nove come si può effettuare? Basterebbe mettere a confronto gli Enti sotto inchiesta della magistratura. Su 110 Province soltanto qualcuna è sottoposta alle attenzioni della magistratura. Delle Regioni, invece, non se ne salva nessuna. Addirittura qualcuna di esse è ancora sottoposta a duplice e triplice indagine. Alla luce di queste preoccupanti notizie di aumento della spesa pubblica, quali potrebbero essere i provvedimenti e i correttivi da adottare? La scelta sarebbe piuttosto ardua. Si ridurrebbe ad un solo provvedimento. Ravvedersi e tornare indietro. Mancherebbero importanti e basilari elementi: una buona dose di umiltà per riconoscere le errate decisioni adottate con troppa fretta; riportare in auge le Province, più efficaci e affidabili sul territorio, e riportare le Regioni, riformandole e riducendole seriamente, all’esercizio del ruolo costituzionale della programmazione e controllo, compiti decentrati dello Stato, togliendo di mezzo la “legiferazione”, in quanto le Regioni non legiferano. Emettono soltanto meri regolamenti di attuazione delle leggi statali sul territorio di appartenenza. Qui si potrebbero conseguire palpabili economie, restituendo al Paese efficienza, efficacia, economia e dinamicità. Elementi completamente offuscati dai farraginosi ingranaggi regionali. Inoltre, non serve mettere a credere agli italiani che la riforma costituzionale è mirata ad apportare sostanziali modifiche al funzionamento del Senato. Non servirebbe la riforma, se si riuscisse a pensare alla redazione di un apposito “regolamento” per la velocizzazione degli esami degli atti di competenza. Invece, si vuole creare un ulteriore contenitore che, così come concepito, non servirebbe a nulla, se non a garantire “l’incolumità parlamentare” anche ai Presidenti delle Regioni già sufficientemente compromessi. Forse, una riforma da effettuare, con tutta l’urgenza che il caso richiede, dovrebbe mirare alla eliminazione dell’incolumità anche per i parlamentari, o, per lo meno, limitare l’efficacia della stessa soltanto all’esercizio delle funzioni nella stesura dei provvedimenti di legge. Se di economie si vuole parlare, sarebbe bene che l’attuale Governo proibisca l’uso delle carte di credito e dei bancomat da parte dei Ministri, Sottosegretari, parlamentari, presidenti di Regioni e Province, Sindaci e consiglieri di ogni genere. Allora sì che si potrebbe parlare di oculate riforme nel segno dell’economia, senza dimenticare la definitiva eliminazione dei “rimborsi”, meglio ancora “finanziamenti”, ai Partiti che, oltretutto, ottengono cospicui interventi economici da parte dei privati.