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Lorenzo Declich e l’Islam in 20 parole

di Andrea Giallonardo

Lorenzo Declich è uno dei maggiori esperti italiani del mondo islamico, traduttore dall’arabo di molti saggi e romanzi ha collaborato con diverse testate giornalistiche di spessore tra cui LIMES, la rivista italiana di geopolitica. Nel 2015 ha pubblicato l’Islam Nudo: opera in cui ha condensato i risultati degli studi che per decenni ha condotto sulla cultura araba. Martedì 12 luglio è stato qui a L’Aquila per presentare il suo nuovo libro: L’Islam In 20 Parole. La presentazione si è svolta alle 18:30 presso la libreria Polarville in Via Castello, niente giacca e cravatta per Declich il cui abbigliamento semplice lasciava trasparire una personalità incline all’azione ed agli studi svolti sul campo piuttosto che in un ufficio. Ha esordito dicendo che nella vita è stato un gran viaggiatore e ciò lo ha portato a conoscere molto bene un mondo, quello islamico, con cui noi occidentali ci confrontiamo poco e male.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 molta gente in Europa ed USA ha basato le proprie idee circa la cultura islamica su presupposti errati e luoghi comuni fuorvianti, questo non è stato dovuto solo alla paura generale ma anche ad un certo giornalismo da quattro soldi praticato da persone in mala fede oppure molto poco informate. Sia chiaro, ha precisato l’autore, avere dei pregiudizi è un po’ come l’avere dei difetti, è naturale, ciò che conta è come si lavora su di essi. Siamo abituati a vedere l’Islam come un blocco monolitico mirante a schiacciare il mondo occidentale, non c’è nulla di più falso. L’Islam, come del resto il Cristianesimo, è caratterizzato da più confessioni ed i popoli di religione islamica non sono così simili ed uniti tra loro come potremmo pensare. Allo stesso modo attribuiamo ad una parola araba un unico e limitante significato quando ne ha molteplici. La strumentalizzazione di parole come jihad o fatwa è tipica sia dei populismi occidentali che degli integralismi islamici. La fatwa, ad esempio, non è sinonimo di condanna a morte; noi siamo abituati a considerarla una condanna da quando, nel 1989, l’Hayatollàh Khomeini ne emanò una contro lo scrittore indiano Salmon Rushdie per il suo libro I Versetti Satanici. Da allora in Occidente si dà un’interpretazione riduttiva di questo termine, con fatwa infatti, nella maggior parte dei casi, si indica un parere giuridico, peraltro non vincolante, diretto ai giudici da parte di esperti di diritto islamico.
Noi italiani, quando pensiamo all’Islam, lo facciamo utilizzando gli strumenti concettuali che abbiamo ereditato dal Cattolicesimo, confessione in cui vi è il Papa a decidere ciò che è lecito fare e ciò che invece non lo è. Per i mussulmani non è così, nella loro società vi sono varie interpretazioni delle Scritture proposte, o molto più spesso imposte, da moltissime scuole diverse ed in competizione fra loro. Da questo Declich è giunto ad analizzare il concetto di umma, parola che indica la comunità dei fedeli nella sua interezza. Per un occidentale questo termine equivale alla volontà degli islamici di unirsi in maniera più o meno segreta a danno dell’Occidente ma non è così. Il concetto di umma consiste più che altro in un sogno di unità e concordia, lo stesso sogno nutrito dai cristiani quando predicano l’unità tra cattolici, ortodossi e protestanti. Da questi concetti a quello di jihad il passo è stato breve, inutile dire che gli estremisti islamici ne danno un’interpretazione strumentale e limitante; la parola jihad significa letteralmente sforzo, slancio per raggiungere un dato obbiettivo sia esso materiale o spirituale. Sono relativamente pochi i mussulmani che appoggiano la jihad contro l’Occidente mentre sono milioni quelli che la praticano contro le proprie mancanze ed i propri difetti. Resteremmo sorpresi, poi, nel sapere che vi sono assai più jihad tra i mussulmani che non tra essi e l’Occidente e che i giovani protagonisti delle primavere arabe, represse nel sangue, chiamavano le loro lotte e rivendicazioni proprio con tale termine
Appare chiaro, quindi, come la polisemìa di molte parole arabe e l’uso strumentale che di essa viene fatto da pochi ma pericolosi esaltati generino fraintendimenti e portino a tirare grossolane conclusioni. E’ per sfatare falsi miti e far chiarezza su molti concetti che Lorenzo Declich ha scritto questo libro, un’opera in cui tra aneddoti ed esperienze di vita l’autore focalizza l’attenzione esattamente su venti tra le parole arabe più conosciute e più fraintese.