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Legalità e prescrizione, le parole del presidente della Corte di Cassazione Canzio

“Io non credo nelle pene esemplari, perché la pena esemplare fa sempre immaginare che qualcuno debba pagare piu’ degli altri per insegnare agli altri come bisogna comportarsi”. Lo ha detto questa mattina, a Pescara, il primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, a margine del convegno sul tema “La sete di giustizia e la voglia di democrazia” rispondendo a chi gli ha chiesto se la legalita’ non sia anche dare pene esemplari a chi commette omicidi come quello di Sara. “Io credo nelle pene giuste, anche rigorose, anche dure ma che siano esattamente corrispondenti, dal punto di vista oggettivo e soggettivo, al comportamento dell’imputato”, ha proseguito Canzio. “Che abbia, questo imputato, il suo processo giusto che sia riconosciuto innocente o colpevole in base ai fatti e che riceva la pena giusta, anche la più dura’, ma che sia quella giusta, non quella esemplare”.

“La Corte di Cassazione, come noto, e’ il luogo dove non si prescrivono i processi. Se il reato gia’ arriva prescritto, e’ prescritto. I tempi dei processi durano massimo sei o sette mesi. L’accertamento dei fatti rimane quello che e’: innocenza, colpevolezza, prescindono completamente da questo valore che pure e’ un valore autonomo e importante, cioe’ la durata ragionevole del processo”. Queste le parole del primo presidente della Corte di Cassazione parlando dell’arrivo in Cassazione delle vicende relative ai crolli a L’Aquila, nel terremoto del 2009. “Ricordo quegli anni, dal 2009 al 2011, come anni tra i piu’ importanti della mia carriera di magistrato, ormai sono quasi 50 anni, perche’ ho capito cosa significava il dolore delle persone e il dovere di fare per la collettività” ha proseguito Canzio. “E ho visto l’aggregarsi attorno a questi valori di tantissimi magistrati, avvocati e personale di cancelleria che, con grandissimi sacrifici, hanno consentito la ripresa della giurisdizione integralmente, dopo pochi mesi dal sisma, cosa in cui nessuno sperava”. Questo ha significato “avviare le investigazioni, gli accertamenti” dopodiche’ se n’e’ occupata “la Procura”, ci sono stati “i primi giudizi” e quindi si e’ arrivati in “Tribunale, in Corte di Appello, e ora in Cassazione”.