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La parabola discendente del Sindaco Di Pangrazio

Come nelle migliori favole, c’era una volta un Gianni che ci piaceva. Scapigliato e contro gli schemi, con accenni antisistema ma temperati, fuori dai partiti, arrembante all’assalto della nomenklatura politica marsicana. Il tecnico prestato alla politica senza peli sulla lingua che prometteva di distruggere i gruppi di potere che avevano immobilizzato per anni Avezzano, il manager pubblico che promise idee nuove, facce nuove, aria nuova.
Moltissimi ad Avezzano gli hanno creduto, tant’è che nel 2012 è diventato Sindaco con un ampio consenso. Certo, si capiva che dietro non aveva moltissima cultura proveniente da studi classici, non era certo un accademico, non sapeva tenere un discorso in pubblico, si vestiva e parlava “sportivo”, ma queste pecche furono considerate dettagli dai cittadini che lo votarono in massa.

Gianni era essenzialmente uno stile nuovo per la politica marsicana, e questo stile nuovo fu per la gente sufficiente garanzia anche di novità nei metodi di governo. Si presentò del resto con un solido e credibile Programma di mandato, scaturito da menti fine e da decine di incontri sul territorio e con la gente.
Una formula perfetta che trascinò alla vittoria il Gianni che ci piaceva. Egli si trovò così alla guida di Avezzano ed iniziò il mutamento del Gianni che ci piaceva nel Gianni della realtà, che ci piace di meno. Poteva andare diversamente? Certamente. Gianni avrebbe potuto e dovuto eliminare le sacche di spesa comunale improduttiva – a partire dal sistema degli appalti dei servizi pubblici e delle gestioni delle partecipate – e recuperare risorse importanti per lo sviluppo e l’occupazione produttiva. Avezzano si sarebbe rimessa in moto e la gente avrebbe apprezzato. Ma Gianni è stato subito bloccato nella sua azione risanatrice dalla necessità, diciamo “familiare”, di sostenere il fratello Peppe alle elezioni regionali. Per aiutare la carriera politica del fratello Peppe, il Sindaco ha contato sui fedelissimi e sulle amicizie. Con i fedelissimi ha costituito il suo “cerchio magico” e con le amicizie (imprenditori e portatori di voti del territorio) ha dovuto stipulare accordi ed accordicchi che, di compromesso in compromesso, hanno del tutto vanificato la pulsione innovativa e dirompente del Gianni che ci piaceva. Tant’è che al Cam poco è cambiato e lo stesso negli appalti dei servizi pubblici, mentre la spesa già improduttiva del Comune è cresciuta oltre ogni misura, costringendo il Sindaco ad aumentare vertiginosamente le tasse locali. E così il Gianni che ci piaceva si è rapidamente trasformato nel Gianni che non ci piace più.

Si è circondato di mediocri che senza di lui sarebbero stati delle assolute nullità, e che essendone consapevoli sono totalmente ai suoi ordini. Il prezzo da pagare è stata la fuga dei migliori – gli assessori De Angelis, Presutti e molti altri – e la pulsione dell’uomo solo al comando. Il Gianni Sindaco è stato preso dalla nevrosi a voler scegliere tutti lui, a volere dappertutto solo i suoi, un accentramento di ogni cosa sulla propria persona. L’assenza al fianco del Sindaco di competenze e di figure forti per autorevolezza ed esperienza ha confezionato un’immagine sgradevole della giunta comunale, molto radicata in città, di arroganza da un lato e di prono ossequio dall’altro.
L’immagine ed i comportamenti contano: in politica contano moltissimo. Vedere tanto spesso il Sindaco «pappa e ciccia» con i vecchi politici, con le lobby ed i gruppi di potere che fanno sempre ed innanzi tutto gli affari propri, non è sembrata gran cosa ai cittadini di Avezzano. In quattro anni Di Pangrazio ha “cambiato” quattordici assessori, riesumando esponenti dell’opposizione che ora sono in maggioranza e spedendo invece in opposizione persone che lo avevano eletto Sindaco. Un caos totale, un trasformismo sistemico, una gestione ondivaga. Il Gianni della realtà, infine, spinto dal suo temperamento e dalla mancanza di risultati, azzoppato da un sondaggio che dimostra plasticamente il suo fallimento con la città, si è sentito e si sente indotto, per reggersi in sella, a dire troppo spesso cose nuove e forti che restano solo parole, a stupire con annunci improvvisati, a rilanciare le proprie fortune con i vecchi strumentari della politica come l’”asfalto elettorale”.
Certo, sappiamo fin troppo bene che la realtà dei fatti è diversa da quella dei propositi. Ma quel Gianni che ci piaceva, forse piaceva a Gianni stesso. E oggi, forse, anche lui — ci piace credere — ricorda ogni tanto quel Gianni che fu, e con un certo rimpianto.

PSC