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‘Lo stimolo irrefrenabile di ritoccare la TARI’

Riceviamo e pubblichiamo da Luigi Fabiani, tributarista qualificato ed ex presidente dell’Asm. Una riflessione sull’aumento della TARI.

Primavera. Fioriscono gli alberi, tornano le rondini, la temperatura, quest’anno stranamente anche a L’Aquila, ma non è detta l’ultima parola, diventa più mite. Si ripete, sempre, ogni anno. E’ ciclico. E’ la natura. Da qualche anno, poi, c’è un altro evento che si ripete, a primavera, a L’Aquila. Che sia un assessore al bilancio dell’IdV (De Santis) o un assessore al bilancio dell’IdV (Cocciante) a primavera sente il bisogno, la necessità di aumentare la TARI.

La TARI, tassa sui rifiuti, serve per coprire il servizio che la Società assegnataria del servizio di raccolta, trasporto e affidamento per lo smaltimento dei rifiuti, svolge per il Comune, in base ad un contratto di servizio. Rappresenta un’entrata per il Comune, e non direttamente per la Società assegnataria, il quale la integra, perché il ricavato dell’imposizione da solo non basterebbe, e paga la Società assegnataria. La TARI è la somma di due tariffe: per le unità abitative il numero dei componenti del nucleo richiedente il servizio (quota fissa) e la superficie dell’unità abitativa (quota variabile), ovvero, per le unità non abitative, della quota fissa per metro quadro e della quota variabile per metro quadro.

Non mi dilungo ulteriormente sugli aspetti tecnici. Da un paio d’anni, la compensazione delle minori entrate per il Comune stanziata dal Governo a parziale indennizzo dei danni causati dal sisma (immobili non ristrutturati comportano l’impossibilità di avere un gettito TARI) non è più così certa come tre anni fa o prima. Di questo un amministratore accorto deve tener conto. Prima o poi questa compensazione finirà e la TARI non può essere aumentata all’infinito (che sia il 20% dello scorso anno, il 20 o 50% di quest’anno) perché, soprattutto per alcune famiglie ed in una crisi economica come quella attuale, il balzello comincia davvero ad essere esoso.

Un amministratore accorto deve prevedere che non potendo aumentare i ricavi, bisogna agire sui costi. E quali sono i costi su cui agire, senza diminuire i servizi ai cittadini e altre voci come il sociale, la cultura e le necessarie opere pubbliche?

Faccio un esempio, non per vanto ma solo per far capire qual è la leva su cui agire: l’ASM S.p.A. e l’AMA S.p.A. hanno entrambe un’officina, tutte le partecipate hanno un ufficio amministrativo, un ufficio per le gare, alcune un ufficio paghe interno. Insomma una duplicazione di uffici che la ristrutturazione da me proposta di una unificazione delle partecipate possibili in un’unica società (holding) con rami d’azienda specifici (rifiuti, trasporti, etc.) avrebbe ridotto le spese per gli uffici duplicati (officina, amministrazione, paghe, gare), avrebbe liberato risorse umane (lungi da me l’idea di ridurre il personale) da utilizzare per altri servizi (per esempio i cimiteri o la gestione del progetto C.A.S.E., uno per tutti, senza esternalizzare il servizio, leggi Manutencoop prima o Guerrato ora) ed avrebbe ridotto l’incidenza del costo delle partecipate sul bilancio comunale. Perché in applicazione della spending review, di cui tutti si riempiono la bocca ma nessuno sa come si fa, l’intervento sulle partecipate, tra reintegro “in house” dell’esternalizzazioni, abolizione delle duplicazioni di uffici e ottimizzazione del personale, comporterebbe un risparmio strutturale, e non transitorio, di circa 3 mln. di euro, qualcosa in più sì ed in meno no. Ma lo capisco, l’assessore al bilancio, che sia dell’I.d.V. oppure dell’I.d.V., a primavera hanno uno stimolo irrefrenabile di ritoccare la TARI. E’ più forte di loro, come le rondini, gli alberi in fiore, le temperature miti. E’ la natura.