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L’Aquila, la seconda città del Regno di Napoli

di Floro Panti

Il XV secolo fu il secolo d’oro della Città. L’Aquila divenne per lo sviluppo politico e cultura la seconda Città del Regno di Napoli e fra le sette Città più illustri d’Italia. Questa sua importanza non la rese, purtroppo, immune da guerre di conquista e insurrezioni cittadine.

Nel 1423, la Città fu sottoposta ad un duro assedio di ben 13 mesi da parte del Conte Braccio da Montone, signore di alcune Città Umbre che intendeva inglobarla nei suoi domini. La Città ne uscì vittoriosa per effetto della titanica battaglia del 2 giugno 1424, passata alla storia come la battaglia di Bazzano, ottenendo ulteriori privilegi che ne accrebbero lo sviluppo.

Venti anni dopo terminò il possesso Angioino del reame e dopo una lunga e tenace resistenza, L’Aquila si piegò al nuovo sovrano, Alfonso I di Aragona firmando, il 6 ottobre 1442, l’accordo di Pentima (l’antica Corfinio). Questa pace raggiunta portò ad una ripresa dei commerci. Il 1 agosto 1447 il nuovo sovrano attuò la riforma della Dogana della mena delle pecore in Puglia, che ebbe, come e facile immaginare una portata notevole nell’economia cittadina, tenuto conto del predominio che aveva la pastorizia in questo campo.

Nel 1458, L’Aquila ottenne la concessione di uno Studium , ossia una Sede Universitaria e dal 1481 Adamo da Rothweill introdusse la nuova arte della stampa a caratteri mobili. Pur in questo ritrovato splendore, in città non sempre la popolazione dei vari quarti cittadini, viveva pacificamente. Alla fine del ‘400 i quartieri si armarono e l’inquietudine sovrastò in particolare in quello di S.Pietro quartiere popolare e roccaforte della famiglia Gaglioffi e dei loro alleati i Casella, francofili accesi; con difficoltà il capo quartiere stentò a tenere a freno il proposito di rovesciare l’oligarchia dominante in Comune, espressione dei filo aragonesi di Santa Maria, quartiere preminentemente mercantile, con a capo la famiglia Camponeschi e i loro alleati gli Antonelli.

Il dissidio continuò a fermentare avendo a base motivi socio-economici, in cui emergeva l’elemento mercantile, fino ad esplodere l’8 maggio 1495. Furono due mesi di saccheggi e anche di assassini.

La folla arrabbiata di S.Pietro prese di mira imprenditori e grossisti del quartiere di Santa Maria, apostrofandoli come “ladri”, riferendosi al loro arricchimento. Un tentativo di pacificazione dovuto all’intervento del commissario francese, del Camerario del Comune e di Prospero Colonna, alle prime avvisaglie degli scontri, durò, si può dire, dalla sera alla mattina. La guerra civile divampò nella Città, rinfocolata anche da elementi turbativi esterni. La violenza si scatenò con particolare accanimento nel quartiere di Santa Maria: mercanti vi caddero assassinati e fondaci carichi di mercanzie e case furono devastate e incendiate, fra le quali quelle degli Antonelli e dei Parrucca. Ma anche il quartiere di San Pietro venne sconvolto e la famiglia Casella fu travolta anch’essa, tanto che i fratelli della stessacasata Giovanni, Alessandro e Vincenzo nonché un loro congiunto Paolo Mareri, essendosi disinteressato della loro sorte il Capitano, finirono tutti assassinati dal popolo insorto.

Questi fatti sanguinosi con il pericolo di un intorbidirsi dell’atmosfera politica, invogliarono il Consiglio Generale ad occuparsi della sicurezza e della pace interna del Comune ed ad ordinare, per salvaguardarle, la requisizione delle armi, la condanna alla pena di morte e alla confisca dei beni per coloro che le avessero posteriormente adoperate. Data la sua incidenza sulla tranquillità pubblica, fu considerato anche il problema dei numerosi esuli dall’Aquila e dalle altre università del Comune, e deciso di dichiarare ribelli quanti non fossero tornati alla loro residenza.