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Le riforme che non riformano

di Fulgo Graziosi

È abbastanza recente la notizia della riforma del Senato che, al proprio interno reca anche l’annuncio della possibile totale abolizione delle Province. Qualche rappresentante del Governo, addirittura, si è sollevato dalla poltrona per festeggiare la vittoria. Noi, al suo posto, ci saremmo alquanto contenuti, soprattutto perché i conti delle ipotizzate economie non tornano. Appare quanto mai inutile attendere l’esecutività del provvedimento varato di recente dal Parlamento per l’abolizione delle Province. Di fatto l’Ente Provinciale è agonizzante dal momento in cui sono stati aboliti i Consigli Provinciali. Provvedimento di dubbia valenza costituzionale. Oggi, nel nostro Paese, diventa tutto possibile nel nome delle riforme. Che sia necessario aggiornare la gestione della cosa pubblica è fuori di ogni dubbio. Le innovazioni, però, andrebbero fatte con i piedi per terra, poggiate sulla base di un consolidato passato, in maniera da progettare valide, efficaci e efficienti innovazioni amministrative, capaci di inserire il Paese nel volano dei Paesi più avanzati.

Non appena insediato l’attuale Governo annunciò che sarebbero state abolite le Province, malgrado le stesse incidessero per il solo 4,5% sulla spesa pubblica nazionale per 110 Amministrazioni, a fronte del ben più pesante 72% delle venti Regioni. La restante spesa, pari al 23,5%, è rappresentata dalla gestione di ben 8.800 Comuni. A questo punto sarebbe stato auspicabile che il Consiglio dei Ministri avesse una pronta diagnosi con l’occhio clinico di un bravo chirurgo, ma anche con quello del semplice padre di famiglia. Avrebbe dovuto immediatamente rilevare che la neoplasia della spesa pubblica è annidata nella gestione delle Regioni, che si sono appropriate di compiti e funzioni non assegnate dalla Carta Costituzionale.  Proprio qui il chirurgo avrebbe dovuto affondare oculatamente il bisturi per estirpare la massa tumorale, o per lo meno per conseguire le auspicate economie, che sarebbero state di gran lunga più tangibili rispetto alla spesa delle Province. Invece, pur di riformare qualcosa, il Consiglio dei Ministri ha preferito offrire ai contribuenti lo specchietto delle allodole, affermando che la soppressione di 110 Consigli Provinciali avrebbe consentito alle casse dello Stato una ipotetica economia di circa un miliardo di euro, senza neppure fornire una analitica dimostrazione della bontà dell’iniziativa.

Vorremmo precisare, onde evitare facili deviazioni interpretative del discorso, che non siamo contrari alle razionali riforme, come abbiamo precisato in precedenza. Avremmo auspicato, invece, che il Governo avesse provveduto alla costituzione di appropriate e razionali macroregioni, cinque o sei al massimo, riconducendo le stesse nell’alveo delle attribuzioni costituzionali, finalizzate alla programmazione e controllo delle attività amministrative territoriali, non già alla gestione delle stesse che, secondo la logica, avrebbero dovuto essere assegnate alle Province, consolidandone e rafforzandone la struttura. Inoltre, sarebbe stato opportuno riordinare strutturalmente le Regioni, ridimensionandone i privilegi, del tutto simili, se non superiori, a quelli dei parlamentari. Questi atti, sicuramente, avrebbero dato luogo a tangibili e significative economie per lo Stato. Infatti le Regioni non dovrebbero legiferare, come erroneamente si afferma. Dovrebbero elaborare soltanto dei semplici regolamenti attuativi entro i limiti indicati dalle leggi dello Stato. In caso contrario si cadrebbe nella ipotesi del sovvertimento della corretta gestione del Paese.

La soppressione delle Province comporterà la restituzione alle Regioni di gran parte delle funzioni e compiti virtualmente delegati in precedenza alle Province. Deleghe virtuali. Attribuite pienamente, o quasi, per funzioni e responsabilità, ma prive dell’adeguata copertura finanziaria, alla quale le Province hanno dovuto far fronte sacrificando gran parte delle risorse economiche dei propri bilanci. Questo particolare, guarda caso, è sfuggito all’attenzione di un Governo che, in questo caso, ha peccato di ingenuità.

Ora è chiamato alla prova del nove. Dovrebbe, non diciamo dovrà, dimostrare ai cittadini che le analisi poste alla base del provvedimento di riforma, per il conseguimento delle economie, siano esatte e riscontrabili. I primi segnali negativi vengono dati proprio dalle Regioni che non vorrebbero l’assegnazione di tutto il personale necessario per la gestione delle materie di ritorno. Anzi, alcune vorrebbero effettuare delle discriminazioni nella scelta delle unità lavorative, prelevando quelle più capaci o, meglio ancora, con inclinazioni politiche più o meno aderenti a quelle di governo, lasciando il resto alle Province per la gestione dei compiti residuali indicati, con molta superficialità, dal Governo riformista. Il personale assegnato alle Regioni, naturalmente, dovrà essere equiparato giuridicamente al trattamento economico dei regionali. Così pure quei dipendenti che resteranno a carico delle Province, ridotte al semplice ruolo di Agenzie Regionali come ipotizzato dal Governo, avranno diritto all’adeguamento dello stato giuridico ed economico così come vuole la giurisprudenza consolidata del settore. L’ultimo esempio lo abbiamo proprio in casa nostra con i diritti economici, assegnati con sentenza, ai dipendenti dell’ARSA, ex Ente Fucino. L’obbligatoria parificazione dei diritti degli oltre 70.000 dipendenti provinciali a quelli dei regionali, tra scatti, promozioni, premi di produttività e indennità di funzioni, comporterà certamente un aggravio della spesa di altri due miliardi di euro a fronte della auspicata economia per la soppressione dei Consigli Provinciali. Quali sarebbero i benefici economici della riforma? E quali dovrebbero essere gli effetti sui servizi che le province dovrebbero erogare ai cittadini? Nessuno. Sono circa due anni,infatti, che le Province non effettuano manutenzioni ordinarie e straordinarie del patrimonio stradale e di quello edilizio. Il mantenimento della viabilità invernale è  completamente a rischio per mancanza dei fondi necessari per la manutenzione dei mezzi e per l’acquisto del carburante. Le Guardie Provinciali non possono esercitare il controllo territoriale per le carenze economiche dell’Ente.

Le riforme si possono e si devono fare quando producono effetti  economici positivi per la collettività. Comunque, se si avesse il coraggio di ammettere di aver commesso errori di valutazione, ci sarebbe ancora tempo per apportare fattive e incisive correzioni con la formazione di razionali ed efficienti macroregioni con compiti e funzioni decisamente diversi da quelli attuali, che hanno reso le stesse Regioni ingovernabili, riducendone sensibilmente il numero ad un quarto delle esistenti.