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Ricordare. Perché?

La testimonianza di una nostra lettrice, Cinzia Caroselli.

“ Non posso ricordare ogni cosa”.

Cosi iniziava la potente cantata op. 46 di  Arnold Schoenberg, “Un sopravvissuto di Varsavia”, che introduceva al racconto drammatico della Shoah.

Mi aveva sempre colpito, quell’incipit.

Era come aprire una porta, ed entrare in un’altra dimensione.

Era come assaggiare, nelle prime note strazianti dell’opera, cio’ che sarebbe stato servito di lì a poco: un cibo amaro, che non si sarebbe mai più dimenticato nella vita.

Era conoscere il Terrore.

In questo  anniversario della tragedia che ha colpito noi aquilani sette anni fa, nell’atmosfera di angoscia che si respira da qualche giorno -e che si trasforma, immancabilmente, in una morsa allo stomaco- nel countdown che inizia dal primo di questo mese, diventato per noi  “il più crudele dei mesi”, un ricordo cristallizzato, sospeso in tutto questo tempo è salito alla mia memoria, come un bocciolo di mandorlo che spunta, miracolosamente, dal duro legno di un ramo, a primavera.

E’ la testimonianza di un atto d’amore. Di coraggio e di altruismo che è stato compiuto da due ragazzi nei confronti di mia madre, intrappolata nella sua casa,  quella notte.

Molto è stato scritto sulle prove di coraggio di tanti cittadini, e non solo aquilani, che hanno rivelato il volto buono dell’umanità compassionevole e generosa.

Per molto tempo abbiamo sofferto nell’apprendere dei momenti drammatici e cruciali della tragedia attraverso i racconti dei suoi attori.

Ma a tutto questo mancava il mio resoconto: la testimonianza personale e pubblica di un atto compiuto da due ragazzi, Luca e Marco Esposito, all’epoca poco più che ventenni.

Questi piccoli-grandi uomini hanno fatto la storia nella Storia della nostra città e dei suoi abitanti, quel 6 aprile di sette anni fa.

Luca e Marco, insieme al fratellino più piccolo, vivevano con i loro genitori al primo piano di un palazzo su Viale Giovanni XIII, di fronte all’ingresso di quello che era una volta l’hotel Duca degli Abruzzi. Un palazzo di quattro piani, abitato da diverse famiglie, di cui alcune con persone anziane.

Lì viveva mia madre, che al momento delle scosse decisive si trovava da sola.

Durante quella prolungata e devastante delle 3.32, i muri della casa, benché spessi e solidi, avevano preso a cedere: si squarciavano in boati terrificanti e oscillavano spaventosamente. Cadevano calcinacci dal soffitto, tutto diventava grigio, l’aria intrisa di polvere e di spavento.

Mia madre cercò di guadagnare l’uscita dalla porta ma non vi riuscì perché questa si era scardinata e non si apriva più.

In pochi minuti, si compiva la tragedia di L’Aquila.

In quella manciata di secondi, Luca e Marco uscirono dalla propria abitazione, e invece di riversarsi sulla strada,  corsero a liberare mia madre e una donna disabile che le viveva di fronte. Sfondarono la porta incastrata a calci e spallate, presero di peso mia madre e la portarono fuori dal portone, sulla strada, al sicuro. Poi rientrarono a liberare altre persone.

I loro genitori, M. Esposito e A.D.P. nel frattempo – quanto dura una parola come questa, in termini di tempo, di minuti, di secondi? Quanta vita c’è in quelle lettere?…- scappavano anche loro fin su all’ultimo piano a prestare soccorso a una coppia di anziani che erano rimasti intrappolati da un armadio nella camera da letto, impossibilitati a fuggire.

Ritrovai mia madre incolume, sebbene contusa dalle cadute e dalle oscillazioni dei muri sulla sua schiena. Mi aspettava sul marciapiede, e  già testimoniava del  soccorso ricevuto da Luca e Marco.

Nei suoi occhi, le scene terribili della caduta del tetto dell’hotel, ma soprattutto  l’apparizione di un gruppo di giovani insanguinati e svestiti, che probabilmente scappavano via dall’inferno della Casa dello Studente: non riuscivano neanche a piangere, si abbracciavano l’un l’altro e a fatica respiravano, terrorizzati. Un giovane del palazzo li aveva rivestiti, con scarpe e cappotti suoi.

Bisogna cercare sempre le parole adatte per descrivere l’abisso di spavento, di terrore, di fragilità umana di fronte all’imprevedibile, alla forza cieca e devastante della natura.

Spesso, queste parole rimangono intrappolate nel dolore, incatenate al passato per lungo tempo.

Con fatica cercano una strada per uscire fuori ed essere liberate.

Cio’che Luca e Marco hanno compiuto quella notte, insieme a quei genitori che li lasciarono andare anziché fermarli e metterli al sicuro, ha il peso specifico dell’Amore: una parola umile ma di immenso valore come lo è una vita salvata.

Oggi, desidero pronunciare ancora una volta, insieme a mia madre e alla mia famiglia, nella consapevolezza che non sarà mai abbastanza, un umile, sommesso ma potente grazie a Luca e Marco, che non hanno esitato a rischiare la propria vita per mettere in salvo delle persone, dando prova di grande coraggio ed altruismo, e ai loro genitori, a cui la vita è stata donata con tre splendidi figli perché fosse data ancora.

“Chi salva una vita salva il mondo intero”: sia per voi tutti, Luca e Marco insieme ai vostri familiari, la benedizione di una vita piena.

Oggi, io aggiungo un altro tassello alla ricostruzione di quei momenti, affinché la nostra Memoria sia Dolore e insieme Speranza, Radice e Albero dai frutti dolcissimi.