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La notte del terrore e degli eroi

L’Omelia dell’Arcivescovo Metropolita dell’Aquila, Mons. Giuseppe Petrocchi, tenuta la notte del 6 aprile 2016 nella Basilica di San Giuseppe Artigiano.

“In questa liturgia facciamo “memoria” delle 309 persone che hanno perso la vita durante il sisma che, sette anni fa, si è abbattuto su l’Aquila e sul territorio che la circonda.

Fare “memoria”, lo sapete, vuol dire non solo ricordare, ma rivisitare, alla luce della Pasqua, quei tragici avvenimenti.

Quella, carissimi fratelli, fu la notte del terrore, ma anche degli eroismi. Proprio così, mi hanno raccontato che dentro la catastrofe, provocata dalle forze della natura, sbocciarono sublimi gesti di amore.

In genere non si dice mai che tanti “martiri” del sisma (li ho definiti così al mio ingresso in questa Diocesi) sono andati incontro alla morte non semplicemente a causa dei crolli, ma per gesti di totale dedizione.

Se una mamma si trova al piano terra, vicino alla porta di ingresso, e ha i bambini che dormono al piano superiore, quando avverte la scossa non penserà a mettersi subito in salvo, scappando fuori, ma correrà sopra, dai figli. E se, mentre sta salendo le scale, le macerie le piombano addosso e la uccidono, non è giusto spiegare la sua morte solo invocando le leggi della fisica, perché bisogna interpretarla con le leggi del cuore.

Mi chiedo, quante persone sono morte compiendo gesti di solidarietà? So di mamme che hanno coperto, con il loro, i bambini che avevano a fianco; di famigliari, sorpresi dalla scossa tellurica nel posto sbagliato, proprio perché si erano offerti di assistere persone anziane e non lasciarle sole; di tanti che avevano preferito cedere posti “più sicuri” della casa a parenti o amici. Dio solo conosce gli abissi di questo oceano di generosità! Quella notte, penso, anche Dio ha pianto, perché Dio si commuove davanti all’amore-crocifisso!

E poi, quanti, tra i sopravvissuti, hanno cercato di portare soccorso, scavando a mani nude in mezzo alle macerie? Quanti, nel freddo della notte, dimentichi di se stessi, si sono spesi senza misura per dare sollievo alla gente spaventata, che si era riversata per le strade e per le piazze? Quanti hanno condiviso le poche cose che avevano a disposizione, per offrire un aiuto a chi era nella sofferenza? Quanti si sono messi all’ultimo posto, prodigandosi con coraggio e altruismo, per essere accanto a chi aveva bisogno?

Queste testimonianze, Aquilani carissimi, vi fanno onore, e sarebbero da raccogliere, per consegnarle alle generazioni che verranno.

Ma anche se questi episodi non fossero riportati nelle cronache di quei giorni tristi, vi assicuro che sono già stati tutti scritti, con i caratteri indelebili della carità, nel Libro della Vita, custodito al cospetto di Dio. Sono pagine sacre che rappresentano il vostro motivo di vanto nel Signore. Quella notte, con il sangue, è stato composto un inno alla carità che rimarrà per sempre. Infatti, l’amore non muore, anzi, proprio la Pasqua ci rende certi che l’amore è più forte della morte: per questo, di fronte all’amore, la morte è già morta.

Fra poco verranno scanditi a voce alta, durante la preghiera eucaristica, i nomi di queste sorelle e di questi fratelli che sono entrati nell’eternità di Dio. Vi confido che, quando sono arrivato, quasi tre anni fa, ho chiesto che mi venissero portati i giornali in cui comparivano le foto delle vittime del sisma. Era, per me, un bisogno dell’anima associare ad ogni nome un volto: era anche un modo di “personalizzare” la preghiera. Se un giorno venisse fatto un monumento di ampie dimensioni, permettetemi di proporre che venga collegato al nome di questi “caduti” anche la loro foto. Sì, dico “caduti”, perché il terremoto ha nuovamente mosso guerra a L’Aquila, e, anche questa volta, la perderà. E’ una vittoria questa, che dobbiamo ai 309 martiri e ai loro famigliari: è una vittoria che dobbiamo alle nuove generazioni e a tutti gli Aquilani che hanno creduto che L’Aquila, con la forza della sua indomita fede, avrebbe vinto la morte. Per questo continuo a dire che non basta ricostruire L’Aquila; L’Aquila deve risorgere: in senso cristiano e umano!

So che il dolore evocato da questa ricorrenza è immenso, e il dolore, come la gioia, conosce una infinità di registri e di intensità. Ci sono dolori acuti e profondi, che scavano il cuore, come capita a figli che perdono i genitori o i fratelli. Ma c’è un dolore estremo, che trapassa l’anima, ed è quello di genitori che perdono i figli. E’ il dolore più grande, perché associato all’amore più grande!

Nel Messaggio che vi ho recentemente inviato, ho scritto che la Pasqua «porta un messaggio inaudito e sconvolgente: il Dio-fatto-uomo è entrato nella nostra sofferenza. Se ne è reso partecipe e l’ha condivisa fino in fondo (cfr. Is 52,4). Egli è “l’uomo dei dolori, che ben conosce il patire” (Is 52, 3). Per questo «vorrei invitare ciascuno di voi a riconoscere Gesù crocifisso in ogni viso sfigurato e nei gesti sui quali è impresso il segno della sofferenza. E chiedo a ognuno di voi, fedeli carissimi, di accostare il dolore – in voi stessi come negli altri – facendo silenzio nell’anima, per ascoltare Colui che in ogni dolore umano si fa presente e dice: “coraggio, sono io, non temete” (Mt 14, 27)».

Il Vangelo di questa liturgia ci riporta il discorso rivolto da Gesù a Nicodemo: queste parole sono dette a noi, qui ed ora. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17). Ci è stata data la vita eterna: cioè la vita che non muore, perché è la stessa Vita di Dio.

Carissimi fedeli, dobbiamo, sempre meglio, imparare a pensare e a vivere la morte da cristiani. Permettetemi, in questo spirito, di leggervi un biglietto che mi inviò un giovane Scout, dopo la morte di tre ragazzi del suo gruppo, in un incidente d’auto. Lo dedico a tutti i giovani deceduti sette anni fa, durante il terremoto.

«Una domanda, sempre la stessa, ci urge dentro, ci raschia l’anima: perché? Perché queste vite cariche di promesse, di speranze; perché ora, perché così, perché loro? ​Non ci sono risposte, se non quella del coraggio della fede, che ci sussurra dentro che questi amici non sono vissuti invano, perché nulla di tutto quello che abbiamo con loro condiviso sarà distrutto, nulla di tutto quello che di bello ci hanno dato nel breve tratto di strada, percorso insieme, sarà perduto, fino a quando non ci rincontreremo tutti, fra le braccia misericordiose di Dio, nostro Padre.

​Non possiamo lasciarci schiacciare dalla morte: essa è solo passaggio, e oggi, in questa chiesa, insieme all’odore dell’incenso dobbiamo sentire il profumo della risurrezione.

​Sono stati nostri compagni di viaggio e continuano a vivere: questo è assolutamente certo, perché il nostro Dio non è il Dio della morte ma della vita. Questa è la nostra consolazione: essi sono al cospetto di Dio, faccia a faccia con Lui, e forse non comprendono la nostra disperazione, perché mentre noi vediamo ancora in maniera confusa, come in uno specchio, loro vedono un maniera chiara e sanno che il nostro esistere, breve o lungo che sia, termina sempre nella risurrezione, nella gioia eterna, nell’abbraccio del Padre».

Carissimi fratelli e carissime sorelle, prego perché nessuno di voi resti prigioniero di un dolore opaco e senza speranza, inevitabilmente segnato dalla rassegnazione incupita o dalla rabbia aggressiva.

Anche il testo degli Atti, da poco proclamato, ci annuncia che non possono rimanere chiusi nel carcere dell’inimicizia coloro che hanno sperimentato la forza rinnovante della risurrezione: «In quei giorni – ci racconta il brano biblico – si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducèi, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita”. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare» (At 5, 17-21).

Invoco, per ciascuno di noi, l’intervento dell’Angelo del Signore, che ci conduca fuori dalle pareti oscure e soffocanti dell’egoismo e di una visione solo umana della nostra storia. Senza il Vangelo le domande radicali – che, come onde tempestose, si agitano dentro di noi – non trovano risposta. Nessuno, se non il Signore crocifisso e risorto, può spiegarci il significato ultimo della gioia e del dolore, della vita e della morte, del tempo e dell’eternità.

Perciò, mio carissimo fratello, «non restare invischiato nella sofferenza. Non fermarti ad analizzarla; non perderti nel labirinto delle sue ragioni, per ritrovarti ogni volta più avvilito e stanco. Guarda a Gesù crocifisso. Scopri la Sua presenza nel dolore che attraversa la tua vita. Poi, quando lo avrai riconosciuto, abbraccia con fede la tua – che è diventata la “Sua” – croce, e ti accorgerai che “non vi troverai il dolore, vi troverai l’Amore: vi troverai Dio”(Chiara Lubich)».

Maria la Desolata, la donna che ben conosce il patire, ma anche la prima testimone della risurrezione, stia accanto a voi, vi accarezzi con tenerezza, come sa fare una mamma, e vi consoli con le sue dolci parole.

Stasera, insieme con voi, chiedo a Lei, la Madre del Signore, che abbracci, uno ad uno, i 309 martiri del sisma e li accompagni, come suoi figli diletti, nella terra dove il sole non conosce tramonto e la gioia fiorisce senza fine. Sì, nella Casa del Padre: in paradiso! Amen.”