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Cronache dei terremoti aquilani

Ci avviciniamo al 6 aprile e la mente va al terremoto di sette anni. Ma, si sa, la storia dell’Aquila è costellata di terremoti: Floro Panti, nel suo articolo, riferisce come i diversi sismi sono stati riportati nelle cronache del tempo.

di Floro Panti

TERREMOTO DEL 1349

Anche Buccio da Ranallo , il cantore epico Aquilano conosce il terremoto del settembre 1349, ne è stato anzi testimone sgomento , come per la peste nera dell’anno precedente, e così pure dei disperati propositi della popolazione quanto alla loro sventurata città.

Così scrive:

“ Multi homini credevano non foxe (da) abitare

Et anche comensaro parichi ad scommorrare

Chè ne voleano gire fore ad habitare:

Credeanose che aquila non se degia refare.

Bernardino Cirillo nel suo “ Annali della Città dell’Aquila” scritto a Loreto il 20 Maggio 1540 descrive così gli eventi.

“Mandò poi Iddio in quest’anno medesimo (1348) una general pestilenza per tutta Italia, che poi si stese nelle regioni esterne anchora. Fù si horribile, e si acuta, quanta altra mai sia nell’historie antiche o nuove ricordate. Questa fu la gran peste della quale, Giovan Boccaccio poeta da Certaldo, fa mentione nel Decameron suo. Fra l’altre città ch’afflisse, fu la nostra patria l’Aquila , ove se le accompagnò una carestia estrema di tutte le cose , e in tempo, che per la guerra deg’Unghari, e le gran spese fatte in quelle sedizioni, era il popolo ridotto all’estremità grande.

………Nell’Aquila particolarmente non rimase che un terzo degl’habitatori, onde fu necessario per provvedere alla prosperità, e alle successioni, si facessero molti parentati disuguali, accompagnando in matrimonio fanciulle e vecchi insieme, nobili e ignobili, ricchi e poveri, e molti religiosi, e monache posposto il timor d’Iddio , per confermar le loro casate, abbandonati i conventi si congiungarono . Cessata poi la peste nel 1349 “Ma sopravvenne un terremoto de i grandi e spaventevoli che si sentisser mai, che rovinò gran parte delle mura della Città e tanti edifici di Chiese, torri e casamenti, che per lo spavento del terremoto e la polvere elevata della rovina, era rimasto ciascuno sbigottito. Si trovaron morti ottocento persone di ogni forte, che furon sotterrati e fracassati dalle rovine, con danno inestimabile de i cittadini, de i quali pochi eran che non lacrimassero del danno de i morti, delle case , della robba e poche chiese rimasero in piedi, onde fu necessario che venissero in gran numero di genti dal contado per nettar le strade de i cimenti e rovine, horribel cose a vedere. Fu la paura tanta delle genti che di nuovo ricorrendo a Dio, si misero ah habitare alla campagna. ……Ma i nostri Aquilani spaventati da tante influenze che lor continuamente sopraggiungevano ….. cominciarono a pensare che quel sito che i loro maggiori havevano eletto di questa Città fosse infausto e che gli habitatori fossero destinati a mai riposar, onde andaron immaginandosi di voler la Città abbandonare tornandosene ad habitare i lor luoghi di prima del contato.

Ma il conte Lalle (Camponeschi) che vidde ne gl’habbitatori questo pensiero che si eran perduti di animo, fece radunare un consiglio generale, dove con grandissime parole di molta eloquenza essortò tutti a stare saldi alle calamità che a lor mandava Iddio, sopportarle con pazienza, con ferma fiducia di Iddio…….

TERREMOTO DEL 1461

(INIZIO 26 NOVEMBRE TERMINE FEBBRAIO 1462)

Altamente efficiente, e poi perciò più volte ricordato polemicamente in occasione poi della catastrofe del 1703 fu l’intervento del potere pubblico, il quale fin dalle primissime scosse (novembre) provvide a riempire di logge di legno la piazza del mercato e di tende il campo di Fossa ed il largo dei tiratori nella zona del cantiere di costruzione della basilica di S. Bernardino.

Bernardino Cirillo nel suo “ Annali della Città dell’Aquila” scritto a Loreto il 20 Maggio 1540 (ca. 80 anni dopo ) descrive così gli eventi. “ Nel mese poi di dicembre dell’anno medesimo il dì di S. Barbara (4 dic), nell’Aquila, e per tutto il regno cominciarono a sentirsi horribili terremoti, che continuarono per tutto il mese, nel penultimo dì del quale (30 dic), ne fù sentito uno così grande, che un simile, non che maggiore fù udito in memoria delle genti giammai. Era stupor grande vedere la rovina dei palazzi, e altri edifici della città.

Le colonne della tribuna, e testudine della chiesa di San Bernardino, si spezzarono tutte, onde nel rifarle, fu mutato il disegno , e furon fatte quelle che hoggi si vedono in piedi.

Similmente la tribuna maggiore della Chiesa di Colle Maio venne in rovina, et essendo nell’altar di essa conservato il SS Sacramento, se ben si spezzò l’altare, e il tabernacolo ove era riserrato, fù nondimeno ytovato il sacramento illeso miracolosamente, fattogli nella rovina riparo alcune pietre quadrate, che in segno del miracolo fino ai miei tempi è solito mostrarsi.

Furon le campane della giustizia e l’orologio scosse, e caddero dalla torre del Palazzo. Rovinarono in gran parte le chiese di, san Massimo, di Santa Giusta, di Sant’Agostino, di San Domenico, di San Silvestro, e di Santa Maria Paganica, e d’altre pure assai.

Ne palazzo del Capitano furono oppresse assai genti, e le strade pubbliche per i cementi rovinati non potean praticarsi. Fù per ordine del Vescovo( Amico Agnifili) fatto un’altare in piede alla piazza, nel quale fù collocato il Santissimo sacramento, ritrovato nell’altare di Colle Maio, è quivi si celebravan le messe, et il popolo stava ad udirle sù la piazza non si confidando di star sotto i tetti.

Furon trovate circa ottanta persone sotto le rovine oppresse per questi gran terremoti, oltre molti poveri che nell’hospidale di San Piero di Sassa, e di San Giacomo alla Porta di Paganica perirono.

Fecero parimenti nel contado assai danni, che rovinò il castel di San Sano (sant’Eusanio?) totalmente, e fù lo spavento degl’habitatori tanto, che ancora i terremoti fossero cessati, non ardivano di rientrare a dormir nelle loro case, standosi fermi nelle tende, e padiglioni, che le piazze, e per la campagna fuori havean piantati.

Nell’altre parti del regno, oltre le comune rovine, e oppressioni de genti, aià passato da alcune terre si profondaron totalmente. Boviano (?) fra l’altro andò sozzopra havendo nel sito di esso lasciato un lago di acqua.

Fece il Re Alfonso (d’Aragona) raccogliere il numero delle genti oppresse di queste rovine in tutto il regno, e trovò ch’arrivava al numero di trentamila, e più.

Il devozionismo di massa più acceso fu perciò suscitato, per così dire a freddo, quando il terremoto era già passato da qualche mese, e nell’atmosfera particolare della quaresima, ad opera dei Celestini, che già si erano resi protagonisti di un episodio singolare, imponendosi il digiuno finchè non fossero state ritrovate, come lo furono, miracolosamente, le ostie consacrate dispersesi dal tabernacolo fracassato della cappella maggiore.

TERREMOTO DEL 1703

(Inizio novembre 1702 terremoto il 2 febbraio (Domenica festività della Candelora)

(Antinori)

Era stato l’inverno del 1702 temperato e placido e sereno fino al principio di marzo. Era stato poi seguito da piogge sino al finire di giugno cui era seguita l’està calda e secca assai, né senza gravi malattie. Col principiare di novembre eran cominciati gli austri e le piogge, quasi quotidiane che avevan recato notabili danni ai campi, alle rive dei fiumi, ai ponti ed ai molini. In questo quadro vengono ad iniziare delle scosse di terremoto che si ripetono di notte e di giorno per i tre mesi successivi:

“… Molte scoppiavano e scuotevano, altre rimbombavano e scuotevano, et altre ancora facean treamare la terra, con rimbombi sotterranei caminanti, tenendo in continua agitazione, l’umana miseria che oppressa dalle proprie colpe, aspettava ne’ vani pronostici d’una aggravata coscienza, l’ultimo dì e l’estrema desolazione….

“Ai dì 19 febbraio 1703 si son radunati li sottoscritti cittadini in pubblico e general consiglio chiamati mediante le diligenze usate dalli signori dottori Giacomo Filippo Cherubini e Serafino Galle, in difetto di non esservi stata né campana né tromba, nella pubblica piazza, e propriamente davanti la baracca della chiesa di S. Massimo per ordine dell’Illustre Marchese della Rocca Don Marco Garofalo preside e vicario di questa provincia con intervento del Sig Auditore Don Stefano Grillo in mancanza del Sig. Governatore….”

Questo è il proemio della reformagione che segna con ammirevole tempestività, presenza di spirito e soprattutto robustezza di coscienza civica, la ripresa della vita pubblica aquilana , diciassette giorni dopo il catastrofico terremoto del 2 febbraio 1703 per la designazione delle cariche pubbliche incaricate di coadiuvare l’intervento straordinario governativo nell’impostazione programmatica dei fondamenti della ricostruzione. Aver imposto quest’ultima con perseveranza e sangue freddo alle dubbiezze delle sfere responsabili ed allo cittadini scoramento degli stessi cittadini, è infatti il merito innegabile di Marco Garofalo, questo spiccio e sbrigativo personaggio la cui relazione del 13 aprile 1703 al Vicerè marchese di Villena costituisce il più lucido ed efficace colpo d’occhio sulle conseguenze effettive del terremoto:

“ La città dell’Aquila fu, non è; le case sono unite in mucchi di pietre; li rimasti edifici non caduti stavano cadenti. Non so che altro posso dire di più per accreditare una città rovinata….Nè tutta l’applicazione di questi cittadini né la pietosa assistenza dell’Eccellenza Vostra o la gran potenza di Sua maestà può ridurre in poco tempo questa città in qualche perfettione ma, secondo la mia corta intelligenza, così come a poco a poco con il tempo si miglioreranno alcune delle rimaste patite abitazioni et altre in parte si rifabricaranno, così non so ritrovar raggione per persuadermi che si habbia a desistere di dare assistenza o levar d’animo a questi cittadini per necessitarli hora a disabitare…..

Con molta costanza hanno resistito in questo inverno a’ patimenti abitando dentro le mal composte baracche, et hora non solo di buon animo le migliorano ma molti avendo allontanato le rovinate mura dal suolo dove per prima erano le loro abitazioni, in questo suolo istesso, benché cinto dalle rovine di altri prossimi edifici, vi hanno formato le abitazioni di legno….. Dalli naturali col concorso nelli mercati si continua dalle terre convicine la contrattazione, et alla giornata si accresce, con il commodo che porta il smaltimento delli viveri; et questo miglioramento della comunicatione non solo contribuisce all’utile particolare delli contadini di molte terre convicine ma ancora al real servitio perché si facilitano li regi pagamenti e mantengono quieti gli animi delli naturali.