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Il messaggio dell’arcivescovo Petrocchi per la Santa Pasqua

Settimana santa quella che inizierà domani, lunedì: l’Arcivescovo Metropolita dell’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi, fara’ visita ai malati dell’ospedale San Salvatore.
Nella mattinata il Vescovo alle 9.30 incontrera’ il manager Asl e la direzione sanitaria dell’ospedale per poi recarsi in visita ai malati ricoverati nel nosocomio aquilano accompagnato dal cappellano padre Corrado Lancione.
Martedì santo, invece, si rechera’ al carcere delle Costarelle per portare gli auguri per la S. Pasqua al direttore del penitenziario, agli agenti e ai detenuti che incontrerà nelle loro celle.
La visita sara’ guidata dal cappellano del carcere don Renzo D’Ascenzo.

Intanto, è stato diffuso il messaggio dell’arcivescovo Petrocchi per la Santa Pasqua.

La Pasqua rappresenta la vittoria della vita sulla morte, il trionfo della grazia sul peccato: è l’irruzione dello Spirito di Dio che ha cambiato la storia del mondo, trasformando il dolore in amore. Carissime/i sorelle e fratelli, vorrei, in questo Giubileo della Misericordia, proporvi alcune riflessioni sul mistero della sofferenza, pensata e vissuta secondo il Vangelo. Nel racconto della passione secondo Matteo appaiono, con incisiva evidenza, due modi di portare la croce: quello di Simone di Cirene, il quale fu costretto a prenderla su di sé (cfr. Mt 27,32); e quello di Gesù, che l’ha assunta liberamente e per amore, nella totale obbedienza al Padre. Proprio la celebrazione della Passione del Signore, che spalanca le porte alla gloria della sua Risurrezione, ci invita a lasciarci raggiungere e avvolgere dalla voce “silenziosa” della croce: l’unica “parola” capace di dare significato e valore compiuto alla nostra sofferenza. Quella del patire, lo sappiamo, è una esperienza universale: nessuno attraversa l’esistenza senza incontrarla, prima o poi. Perciò, la sofferenza è una compagna inevitabile: anzi, quanto più cerchiamo di scacciarla, tanto più ce la ritroviamo accanto, rafforzata e resa ancora più negativa. La celebrazione della Pasqua porta un messaggio inaudito e sconvolgente: il Dio-fatto-uomo è entrato nella nostra sofferenza. Se ne è reso partecipe e l’ha condivisa fino in fondo (cfr. Is 52,4). Egli è «l’uomo dei dolori, che ben conosce il patire» (Is 52,3). Per quanto cerchiamo, non troveremo una sofferenza così piccola che sia rimasta estranea al Signore crocifisso, né una così grande (come le tragedie immani in cui hanno perso la vita milioni di persone) che non sia stata compresa nel suo abbraccio. A ben pensare, sulle strade della nostra vita avviene il contrario di quanto è accaduto sulla via del Calvario: lì fu il Cireneo ad essere caricato della croce di Gesù; nella nostra storia, invece, è Gesù a farsi carico della nostra croce. Croce che spesso trasciniamo, ritenendola una insopportabile condanna che si è abbattuta sulla nostra esistenza. Ma quando la nostra croce diventa la Sua, e noi la abbracciamo con Lui, essa smette di essere il giogo che ci incatena e ci schiavizza: allora il carico della tribolazione si fa leggero e – si stenta quasi a dirlo – diventa “dolce” (cfr. Mt 11,30). Proprio il dolore accolto e offerto per amore spalanca davanti a noi la porta splendente che immette nella gioia della risurrezione. I n questo clima di comunione, così spiritualmente intenso, vorrei invitare ciascuno di voi a riconoscere Gesù crocifi sso in ogni viso sfigurato e nei gesti sui quali è impresso il segno della sofferenza. E chiedo a ognuno di voi, fedeli carissimi, di accostare il dolore – in voi stessi come negli altri – facendo silenzio nell’anima, per ascoltare Colui che in ogni dolore umano si fa presente e dice: «coraggio, sono io, non temete» (Mt 14,27). Parole sacre, queste: parole da ricevere con fede, da vivere con amore, da comunicare nella speranza. Sono molti i volti del dolore. E tutti raccolti in “quel” Volto, il Volto dell’Uomo-Dio crocifisso, sul quale dobbiamo fissare il nostro sguardo commosso. C’è il dolore spirituale, quello che ti macera dentro, e quello fisico, che ti strazia il corpo. Ci sono i dolori inflitti dagli altri e quelli che noi stessi ci siamo provocati. Ci sono i dolori che ci toccano in prima persona, e quelli – forse ancora più gravi – che ci lacerano nella persona dei “vicini” (penso a genitori che hanno perso i figli o li vedono malati, oppure invischiati in esperienze deleterie…). Dolori visibili e dolori nascosti. Dolori raccontati e dolori custoditi nel segreto del proprio cuore: noti solo a Dio. Io vorrei farmi “prossimo” di ogni fratello che soffre, stringergli la mano e dirgli con affetto: “anche io sto con te”. della sofferenza, pensata e vissuta secondo il Vangelo. Nel racconto della passione secondo Matteo appaiono, con incisiva evidenza, due modi di portare la croce quello di Simone di Cirene, il quale fu costretto a prenderla su di sé (cfr. Mt 27,32); e quello di Gesù assunta liberamente e per amore, nella totale obbedienza al Padre. Proprio la celebrazione della Passione del Signore, che spalanca le porte alla gloria della sua Risurrezione, ci invita a lasciarci raggiungere e avvolgere dalla voce “silenziosa” della croce: l’unica “parola” capace di dare significato e valore compiuto alla nostra sofferenza. Quella del patire, lo sappiamo, è una esperienza universale: nessuno attraversa l’esistenza senza incontrarla, prima o poi. Perciò, la sofferenza è una compagna inevitabile: anzi, quanto più cerchiamo di scacciarla, tanto più ce la ritroviamo accanto, rafforzata e resa ancora più negativa. a celebrazione della Pasqua porta un messaggio inaudito e sconvolgente: il Dio-fatto-uomo è entrato nella nostra sofferenza. Se ne è reso partecipe e l’ha condivisa fi no in fondo (cfr. Is 52,4). Egli è «l’uomo dei dolori, che ben conosce il patire» (Is 52,3). Per quanto cerchiamo, non troveremo una sofferenza così piccola che sia rimasta estranea al Signore crocifisso, né una così grande (come le tragedie immani in cui hanno perso la vita milioni di persone) che non sia stata compresa nel suo abbraccio. ben pensare, sulle strade della nostra vita avviene il contrario di quanto è accaduto sulla via del Calvario: lì fu il Cireneo ad essere caricato della croce di Gesù; nella nostra storia, invece, è Gesù a farsi carico della nostra croce. Croce che spesso trasciniamo, ritenendola una insopportabile condanna che si è abbattuta sulla nostra esistenza. Ma quando la nostra croce diventa la Sua, e noi la abbracciamo con Lui, essa smette di essere il giogo che ci incatena e ci schiavizza: allora il carico della tribolazione si fa leggero e – si stenta quasi a dirlo – diventa “dolce” 11,30). Proprio il dolore accolto e offerto per amore spalanca davanti a noi la porta splendente che immette nella gioia della risurrezione. n questo clima di comunione, così spiritualmente intenso, vorrei invitare ciascuno di voi a riconoscere Gesù crocifisso in ogni viso sfigurato e nei gesti sui quali è impresso il segno della sofferenza. E chiedo a ognuno di voi, fedeli carissimi, di accostare il dolore – in voi stessi come negli altri – facendo silenzio nell’anima, per ascoltare Colui che in ogni dolore umano si fa presente e dice: «coraggio, sono io, non temete» (Mt 14,27). Parole sacre, queste: parole da ricevere con fede, da vivere con amore, da comunicare nella speranza. Sono molti i volti del dolore. E tutti raccolti in “quel” Volto, il Volto dell’Uomo-Dio crocifisso, sul quale dobbiamo fissare il nostro sguardo commosso. C’è il dolore spirituale, quello che ti macera dentro, e quello fisico, che ti strazia il corpo. Vorrei ripetervi una frase che mi ha aiutato nei momenti difficili: «Quando arriva un dolore, rifletti su cosa voglia da te. L’Amore eterno non manda nessuna sofferenza solo per farti piangere» (Emanuel Geibel). Sì, amici carissimi: «l’amore di Dio – diceva san Francesco di Sales – è sempre più grande di quanto possa essere il tuo dolore»: perciò tutto vi può essere immerso, e in esso tutto può trasformarsi in grazia (cfr. Rm 8,28). È per questo che la celebrazione del Venerdì santo non si arresta davanti alla soglia cupa e desolata del sepolcro. Proprio mentre sostiamo davanti alla tomba del Signore, possiamo intravedere già i bagliori che annunciano la risurrezione. Vorrei raggiungervi uno per uno e lasciarvi un messaggio che resti scritto nell’anima. Ascolta fratello, ascolta sorella: poiché Gesù, il Verbo fatto carne, ha preso su di sé ed ha sofferto il tuo dolore, il tuo dolore in Lui è già stato reso amore; Egli lo ha trasformato in un sorgente di grazia e di benedizione. Sta a te aprire questa fonte segreta e attingere in abbondanza l’acqua della purificazione, della pace e della comunione che da essa zampilla. E dopo averne assaporato la forza rinnovante, offrirla agli altri, con la semplicità e il sorriso di chi sa farsi davvero vicino. Se il dolore resta in te solo dolore, se il dolore in te non diventa amore, se il dolore non rappresenta uno squarcio nell’anima dal quale penetrano i raggi della carità di Dio, se il dolore resta muto e non si effonde nel canto dell’alleluja, questo attesta, fratello, che il tuo dolore non lo hai ancora condiviso con il Signore, crocifisso e risorto. Proprio così: infatti sul dolore che non è trasfigurato nella gloria della Pasqua resta impresso il sigillo della morte. Da quel dolore non sgorga alcun fiotto di luce: esso resta oscuro, fa male e basta. Invece il dolore, vissuto con Gesù, non parla il linguaggio livido della disperazione ma annuncia la lieta notizia dell’Amore: esso è dono, divino ed umano. «Senza amore non si vive – è stato scritto – senza dolore non si ama» (Nino Salvaneschi). La sapienza della croce ci svela proprio “il passaggio segreto” che ci conduce oltre le mura opprimenti del “solo-dolore” e ci immette nella libertà del “dolore-reso-amore”: nella condizione di figli che, riconoscendo in tutto la mano provvidente di Dio, esclamano:«Abbà, Padre» (Rm 8,15). È una intuizione, questa, che – per quanto in modo “velato” e incompiuto – il Signore, attraverso vie misteriose, può suscitare anche in uomini di altra fede religiosa o di buona volontà, capaci di farGli posto e di lasciarlo agire. Quanto più, dunque, può realizzare questo miracolo nel cuore dei credenti! Ho letto, tempo fa, una poesia, delicata e profonda, di un poeta persiano, vissuto circa mille anni fa. La dedico soprattutto ai giovani: ai giovani in età e a coloro che restano giovani nell’anima. Così canta Saadi: «Quando venni al mondo, la vita mi mise in mano una coppa: la bevvi fino in fondo e vi trovai una perla, la gioventù. La gioventù mi diede la sua coppa e dopo averla bevuta mi trovai tra le labbra il rubino dell’amore. L’amore mi offrì la sua coppa, bevvi anche quella, e in fondo c’era il diamante del dolore. Disperato, bevvi fino all’ultima goccia anche la coppa del dolore, e con somma meraviglia vi trovai Dio». È questo l’augurio che vi faccio, fratelli carissimi: ve lo consegno a voce bassa, quasi sussurrata, con il gesto affettuoso di uno che parla all’orecchio dell’amico. E’ un augurio forte, specie nel tempo sacro di questo Giubileo. Non restare invischiato nella sofferenza. Non fermarti ad analizzarla; non perderti nel labirinto delle sue ragioni, per ritrovarti ogni volta più avvilito e stanco. Guarda a Gesù crocifisso. Scopri la Sua presenza nel dolore che attraversa la tua vita. Poi, quando lo avrai riconosciuto, abbraccia con fede la tua – che è diventata la “Sua” – croce, e ti accorgerai che «non vi troverai il dolore, vi troverai l’Amore: vi troverai Dio» (Chiara Lubich). Maria vi accompagni in ogni passo del vostro cammino con la Sua materna protezione e, tenendovi per mano, anche nei giorni segnati dalla sofferenza, vi conduca verso l’alba radiosa della Pasqua di Risurrezione. Amen!