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L’Aquila ai tempi di Celestino V

Com’era l’Aquila ai tempi di Celestino V? Dalla leggenda dei 99 castelli ai quarti fondatori.

di Floro Panti

La leggenda parla di 99 castelli i cui abitanti edificarono Aquila.

Questo numero, se per castello si intende una intera antica baronia è certamente inferiore, ma se si considerano i vari villaggi costituenti le singole baronie e unità, raccolti sotto un solo nome, forse la leggenda si avvicina alla realtà se non addirittura coincideva con essa. Dal più antico elenco dei castelli del contado che appare agli atti di una tassa raccolta per conto di re Carlo nel 1269, sono elencati 58 nomi. In un diploma che sempre re Carlo fece nel 1294, il 28 settembre (un mese dopo l’incoronazione di Papa Celestino V), ne sono riportati 71. Il catasto formato ai tempi di re Ladislao non oltre il 1414, riporta uno per uno i nomi dei castelli raggruppati quartiere per quartiere e ne cita 81; successivamente 82 dato l’acquisto del castello di Acciano (Aczano). Lo storico Aquilano Bernardino Cirillo ne indica 86 ma elencandoli giunge a citarne 94. Nel secolo XVII ne erano rappresentati 92 dagli stemmi dipinti nel Palazzo di Città. Di seguito trascriviamo l’elenco riportato nel sopracitato catasto formato ai tempi di re Ladislao. Va considerato che dei centri elencati alcuni erano completamente disabitati altri non avevano una corrispondente all’interno delle mura cittadine, altri infine, ed erano la maggioranza, avevano abitanti dentro e fuori le mura .

piantina dell'aquila ai tempi di Celestino V

QUARTO DI S. MARIA PAGANICA: precedeva gli altri nel civile, era secondo nel religioso ed era formato da 27 castelli.

Assergi, Barisciano Inferiore, Barisciano Superiore, Bominaco, Camarda, Caporciano, Civitaretenga, Collebrincioni, Collepietro, Filetto, Forfona, Genga, Gignano, Guasto, Leporanico(S.Nicandro), Navelli, Paganica, Pescomaggiore, Picenza, Poggio Picenza, S. Benedetto in Perillis, S. Demetrio, S. Demetrio della Genga, S. Pio delle Camere, Stefanesco, Tempera, Villa S. Basilio.

QUARTO DI SANTA GIUSTA: era secondo nel civile e precedeva gli altri nel religioso ed era formato da 19 castelli.

Bagno, Barili, Bazzano, Beffi, Campana, Fagnano, Fontecchio, Fossa, Goriano Valli, Ocre, Onda(Onna), Rocca di cambio, Rocca di Mezzo, Rocca Preturo, S. Eusanio, Stiffe, Tione, Torre, Villa S. Angelo.

piantina dell'aquila ai tempi di Celestino V

QUARTO DI S. PIETRO A COPPITO: era terzo nel civile, e nel religioso ed era formato da 15 castelli.

Arischia, Barete, Cagnano, Cascina, Chiarino, Coppito, Forcella, Pile, Pizzoli, Porcinaro, Preturo, Rocca delle Vene, S. Anza, S. Vittorino, Vio.

QUARTO DI SAN MARCIANO: era formato da 16 castelli.

L’Aquila (l’antico villaggio incorporato nella città alla quale dette il nome), Civitatomassa, Corno, Lucoli, Machilone, Piscignola, Poggio Santa Maria, Rascino, Rocca di Corno, Rocca S. Silvestro, Rocca S. Stefano, Roio, Sassa, Scoppito, Tornimparte, Vigliano.

La creazione dei quartieri all’Aquila, risale a Lucchesino da Firenze, più volte regio capitano del popolo aquilano, che nel 1276, la dispose secondo quanto in uso nella sua Toscana. Ma la suddivisione in quartieri nella nostra città, fu un qualcosa di diverso e di originale, come e diversa ed originale era stata la sua nascita, appena 22 anni prima: non fu la città ad essere divisa in quattro parti, ma il contado. Lucchesino non divise la superficie cittadina con una croce ma fece si che fossero i castelli, le terre e le ville del contado a distribuirsi in quattro gruppi secondo la posizione da essi occupata nel contado, delimitandoli in base alla loro appartenenza alla comunità: forconense-valvense (S. Maria e S. Giorgio, successivamente S. Giusta) o amiternina (S. Pietro e S. Giovanni, successivamente S. Marciano).

Ogni comunità costruì all’interno del quartiere una propria chiesa consacrandola allo stesso Santo del Castello di provenienza, una piazza e una fontana. Non sempre però a differenza di quanto avveniva all’esterno, i quartieri costituirono una comunità inviolata. Esistono alcuni esempi, almeno nella ricostruzione fatta dal Franchi, di alcuni abitanti di castelli venutisi a trovare in quartieri appartenenti ad altri castelli, quindi come un’isola estranea. Ma la particolarità non aveva nessuna conseguenza, visto che per coloro che vivevano nella Città l’appartenenza ad un quartiere era data non dal domicilio, ma dall’appartenere per nascita ad un determinato castello.

Cambiando pertanto locale di residenza in Città, cosa all’epoca fra l’altro molto rara, non solo si continuava a appartenere alla parrocchia del paese di origine ma si restava ugualmente al vecchio castello. Con una norma contenuta tra gli antichi Statuti Cittadini del ‘400, che peraltro erano comprensivi anche di disposizioni nel secolo precedente si stabiliva che ogni quartiere avesse la sua bandiera.

Con l’immagine della Vergine, il quartiere di Santa Maria; con l’immagine di San Giorgio dal quale traeva originariamente il nome, il quartiere di Santa Giusta; con l’immagine di San Pietro con le chiavi, quello di S. Pietro; con la figura di San Giovanni con un cartello in mano quello di San Giovanni, poi San Marciano.

Si stabiliva inoltre che in tutte e quattro le bandiere fossero dipinti gli stemmi a gigli del re e della regina Giovanna, nonché l’arma della città, consistente in un’aquila bianca.

Che le bandiere fossero in uso nel 1320 lo si deduce dalla cronaca della guerra fatta quell’anno contro Rieti, dal cantore epico aquilano Buccio da Ranallo che scrive:

Le bannere delli quarti sedevano su la porta, collo gonfalone dello re…..”

Un secolo più tardi , all’epoca della guerra con Fortebraccio da Montone, le bandiere, si distinsero, oltre con altre immagini, anche per il colore

Bianca : Santa Maria a Paganica

Verde: San Giorgio successivamente Santa Giusta

Celeste: S. Pietro a Coppito

Gialla: S. Giovanni successivamente S. Marciano.

RIVALITA’ FRA GLI ABITANTI DEI QUARTI CITTADINI.

Non sempre però la popolazione dei vari quarti cittadini viveva pacificamente.

Alla fine del ‘400 i quartieri si armarono e l’inquietudine sovrastava in particolare in quello di S. Pietro, quartiere popolare e roccaforte della famiglia Gaglioffi e dei loro alleati Casella, francofili accesi; con difficoltà il capo quartiere stentava a tenere a freno il proposito di rovesciare l’oligarchia dominante il Comune, espressione dei filo aragonesi di Santa Maria, quartiere preminentemente mercantile, con a capo la famiglia Camponeschi e i loro alleati gli Antonelli.

Il dissidio continuò a fermentare avendo a base motivi socio-economici, in cui emergeva l’elemento mercantile, fino ad esplodere l’8 maggio 1495.

Furono due mesi di saccheggi e anche di assassini.

La folla arrabbiata dei sanpietrini, prese di mira imprenditori e grossisti del quartiere di Santa Maria apostrofandoli come “ladri”, riferendosi al loro arricchimento.

Un tentativo di pacificazione dovuto all’intervento del commissario francese, del camerario del Comune e di Prospero Colonna, alle prime avvisaglie degli scontri, durò, si può dire dalla sera alla mattina. La guerra civile divampò nella Città, rinfocolata anche da elementi turbativi esterni.

La violenza si scatenò con particolare accanimento nel quartiere di Santa Maria; mercanti caddero assassinati e fondaci carichi di mercanzie e case furono devastate ed incendiate , fra le quali quelle degli Antonelli e dei Perucca.

Ma anche il quartiere di San Pietro venne sconvolto e la famiglia Casella fu travolta anch’essa tanto che i fratelli della stessa casata, Giov.Alessandro e Vincenzo, nonché un loro congiunto Paolo Manieri, essendosi disinteressato della loro sorte il capitano, finirono tutti assassinati, dal popolo insorto.

Questi fatti sanguinosi, con il pericolo di un intorbidirsi dell’atmosfera politica, invogliarono il Consiglio Generale ad occuparsi della sicurezza e della pace interna del Comune ed a ordinare, per salvaguardarle, la requisizione delle armi e la condanna alla pena di morte e alla confisca dei beni per coloro che le avessero posteriormente adoperate.

Data la sua incidenza sulla tranquillità pubblica, fu considerato anche il problema dei numerosi esuli dall’Aquila e dalle altre università del Comune, e deciso di dichiarare ribelli quanti non fossero tornati alla loro residenza.