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Storie di donne dal Centro Antiviolenza

di Raffaella De Nicola

Marta si vergogna e ha paura. E’ un cuore che batte impazzito in una cassa toracica contratta, diga su un respiro rotto. Compone il numero, poi riattacca, alla fine riprende 340.0905655. Si sente in colpa, forse c’è qualcosa di sbagliato in lei. Quando va all’incontro c’è un suono oscuro nella sua testa, sibillino, cosa ci faccio qui? e la tentazione, violentissima, di andarsene, potrebbe coprire tutto anche questa volta, forse. Ma loro, le volontarie del Centro Antiviolenza, preparate da anni di esperienza e corsi, la accolgono bene e diluiscono il suo imbarazzo feroce. Siamo in via Angelo Colagrande, vicino il Torrione, nella Casa delle donne.

Marta è bella ma non sa di esserlo, sta scomparendo davanti a se stessa, invisibile persino ai suoi occhi, smantellata quotidianamente da un uomo che la svilisce e la offende. Deposita parole sulla carta moschicida di quel tavolo, gli oltraggi e le mani maschili che le tappano la bocca mentre viene sbattuta per una pasta scotta. Sulle sue spalle c’è la storia collettiva di tante donne. I suoi tendini, corde di violino scordate, si allentano, ricongiungono significati rimossi: autodifesa, madre di se stessa, amore tossico, amore sano, autostima, consapevolezza. Marta torna a casa, lui di nuovo fende l’aria con il bisturi di parole che fanno danno, si passa il limite invisibile, lei sente il click e si difende, urla, sbraita, minaccia e allora lui si pente e giura e spergiura promesse già tradite, un classico. Marta è lì, di fronte le volontarie che ascoltano la solita storia diversa, le sembra di picconare una roccia di convenzione, educazione, ruoli e amori malati, di sua madre e prima sua nonna, la bella vita di facciata che nasconde il suo cuore di cenere, le mani a sangue su quella parete granitica che pare insormontabile, ed invece non lo è, davanti a donne che le credono e le prospettano un’altra esistenza, un’alternativa possibile, rivoluzionaria, un percorso di autonomia da un amore velenoso. E’ la chiave di violino, di volta, la curva a gomito che la libererà, per la prima volta da anni, dalla paura, dalla manipolazione, dalla dipendenza, in un processo irreversibile ormai avviato riconoscendo la violenza, non obbligatoriamente fisica, il disagio profondo, l’oltraggio. Venti sono le volontarie che operano dal 2007 a L’Aquila, è Lina Faccia a parlarmi, presidente dal 2014 del Centro antiviolenza nato dalla Biblioteca delle donne Melusine , ora Biblioteca Donatella Tellini. Un impegno, dalle 8.00 alle 20.00, sociale, politico ma non partitico , parte civile, e non succede spesso, nel processo Tuccia per lo stupro fuori la discoteca di Pizzoli. Qui non si parla di mimose mercificate o feste stucchevoli ma del rammarico, reale e tangibile, di non avere una casa rifugio, a L’Aquila, il luogo segreto quando si necessita un allontanamento, come a Sulmona, invece, con i sei posti sempre occupati, del supporto istituzionale insufficiente, nonostante il comodato d’uso delle sede da parte del Comune, del monitoraggio capillare del territorio e la messa in rete con il pronto Soccorso e la Questura, di campagne di sensibilizzazione, eventi e della violenza che non fa distinzione sociali o culturali, ma è trasversale appartiene a tutti. Non si tratta solo di violenza domestica ma anche in altri ambiti, di cui tantissime donne fanno esperienza e non sempre riconoscibile subito. 50 le donne seguite l’anno scorso, con le loro storie di frustrazione e coraggio che spezza catene e scardina, anche per le proprie figlie, il modello di donne vittime, traccia un’ evoluzione, genera nuova vita, con la forza di una consapevolezza conquistata che guarda le stesse cose in maniera diversa riannodando i fili di una storia personale interrotta, grande come la terra, grande come il principio della vita.

Il nome di Marta è fittizio

presso Casa delle Donne. Via Angelo Colagrande

Cell. 340.0905655 dalle 8.00 alle 20.00

centroantiviolenza.laquila@gmail.com