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Il tempo delle donne: mamme o lavoratrici?

Una madre su quattro, in Italia, perde il lavoro entro due anni dalla nascita del figlio.
Abbiamo scelto questo dato (fonte Istat) come più rappresentativo del dilemma esistenziale di una donna, lavoratrice, in età fertile: lavoro o famiglia? Carriera o maternità? C’è chi rinuncia alla prima per diventare madre: chi posticipa sempre più la maternità per tentare di raggiungere una posizione che possa, in qualche modo, garantire anche economicamente una maternità più serena.
Comunque la si guardi, è sotto gli occhi di tutti il fatto che questo dilemma è irrisolvibile, tanto più in un Paese come l’Italia in cui, di base, le donne già partono economicamente, a parità di impiego, da un gradino più basso rispetto ai loro colleghi maschi.
Ma ciò di cui bisogna tener conto, senza dubbio, è la pressione e la discriminazione che possono subire le donne che comunicano sul posto di lavoro il loro stato interessante. Il recente studio inglese della Humanity and Human Rights Commission riporta come siano saliti, in Inghilterra, i casi di mobbing e molestie verbali a donne incinte.  A una donna su dieci è stato negato il diritto legale di avere permessi retribuiti per le visite di controllo prenatale. Una su sette invece ha dichiarato di aver ricevuto un carico di lavoro insostenibile. Una su cinque ha detto di essere stata abusata verbalmente a causa della gravidanza: in quest’ultimo caso si parla di umiliazioni, denigrazioni, trattamenti offensivi. Il 9% delle donne sostiene di aver ricevuto commenti negativi dai loro datori di lavoro o colleghi in seguito alla richiesta di mansioni o orari di lavoro più flessibili.

Questa la situazione fotografata dal dettagliato studio inglese. Per inquadrare la situazione italiana basti pensare che  – secondo la relazione  annuale del Ministero del Welfare sull’argomento – nel 2014  ben l’85% delle dimissioni sono arrivate da lavoratrici con famiglia:  22.480 su  24.319. Donne che tra lavoro e famiglia – vuoi per una difficoltosa organizzazione di tempi e spazi, vuoi per una società che corre e non rispetta i tempi fisiologici dei bisogni della mamma e del bambino – scelgono la famiglia.
Interessante vedere che a fronte di 24mila madri che lasciano il lavoro, la stessa scelta viene operata solo da 3.800 padri.

Ma capita anche che, una volta raggiunto un obiettivo, una carriera sfavillante, si voglia dire basta, scelgo la mia vita (privata). Lo hanno chiamato Tempo macho: ovvero il lavoro scandito su stereotipi e ritmi tutti maschili. Quello in cui, a certi livelli di responsabilità, la conciliazione tra professione e famiglia diventa impossibile. Fece scalpore, qualche anno fa, il caso di Anne Marie Slaughter che, al culmine di una carriera brillante, nominata al Dipartimento di Stato degli USA, lasciò l’incarico per dedicarsi alla famiglia. Troppi oneri, troppe richieste: troppo da dare sul lavoro a fronte del troppo che si perde a stare lontana dalla propria famiglia.

Ma casi come questi sembrano ancora troppo lontani dal costituire la normalità.
Perchè, in Italia, il “normale” è  sentirsi chiedere, ad un colloquio di lavoro: ha figli? Oppure: ha intenzione di averne? Come se si stesse parlando di un handicap o del possesso di una patente di guida. Scandalosa la diffusione delle dimissioni in bianco, ovvero della firma sul documento di dimissioni senza data, da utilizzare al momento più opportuno per il datore di lavoro: spessissimo il momento più opportuno si traduceva nella gravidanza della lavoratrice.

Per inciso, le dimissioni in bianco verranno finalmente abolite il prossimo 12 marzo, data in cui entrerà in vigore una nuova procedura telematica, con numero progressivo e univoco, che impedirà la preparazione a priori di un documento di dimissioni.

Meglio tardi che mai.