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Beppino Englaro, riflessioni sul ‘fine vita’

Il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila ha organizzato una giornata di studio e riflessioni sul ‘fine vita’. 

Tra i relatori di questo convegno la prof.ssa Anna Tellini, il dott. Emilio Coveri di‘Exit-Italia’ che ha parlato di testamento biologico, libertà di scelta e morte volontaria medicalmente assistita, e di Silvio Viale che ha tenuto un confronto sul fine vita negli altri paesi del mondo.

A seguire gli interventi di Maurizio Mori, professore dell’Università di Torino, e Palma Sgreccia, collega della Pontificia Università Lateranense.

A chiudere i lavori Beppino Englaro, socio onorario della Consulta di Bioetica, papà di Eluana.

Il racconto dettagliato di Andrea Giallonardo

Il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di L’Aquila promuove frequentemente iniziative di alto spessore culturale, il convegno tenutosi nell’arco dell’intera giornata di giovedì 3 marzo ha avuto un’importanza ed una partecipazione di pubblico assai notevole in quanto l’argomento trattato è stato quello del fine-vita. Qualcuno ha detto che sarebbe stato più opportuno organizzare il convegno presso il polo scientifico di Coppito ed invece è stata una buona cosa che sia stato ospitato da quello umanistico poiché in primo luogo ciò ha dimostrato la grande larghezza di vedute che le scienze umane forniscono a chi le studia ed in secondo luogo poichè un argomento del genere va a toccare tutti gli aspetti del sapere umano; non c’è infatti nessuna religione o filosofia che sia in grado di spiegare fino in fondo il grande mistero della morte.

Questo è stato chiaramente affermato dal professor Simone Gozzano, docente di storia delle religioni e direttore del Dipartimento, durante il discorso di apertura. Dichiarazioni definite quanto mai vere dalla professoressa Anna Tellini, la prima degli ospiti a prendere la parola di fronte ad un’ aula magna gremita. La professoressa Tellini, in verità, è stata un po’ meno ospite degli altri avendo insegnato per anni letteratura russa nel nostro ateneo ed infatti ha subito espresso tutto il suo piacere per questo breve ritorno. Quando da giovane studiava alla Sapienza le capitò di visitare un amico molto malato in un reparto ospedaliero in cui erano ricoverate persone in stato vegetativo e fu un’esperienza che la colpì in maniera molto profonda. Passarono gli anni, divenne docente, eppure non smise di riflettere su come la vita sia composta essenzialmente da relazioni, rispetto verso sé stessi e continua scoperta del mondo. Spunti di riflessioni le vennero forniti dal suo stesso mestiere, nel libro La Morte di Ivan Il’Ic Tolstoj, sulla scorta di una profonda crisi spirituale, affronta il tema dell’uomo messo dinanzi l’inevitabilità della morte. Dopo una vita dedicata all’insegnamento qui a L’Aquila il terremoto la colse sola in casa ed impossibilitata a fuggire, convinta di stare per morire decise di salvare un’unica cosa: la dignità. Indossò quindi i suoi abiti migliori affinchè il suo corpo fosse ben presentabile nel momento in cui sarebbe stato estratto dalle macerie. La casa fortunatamente non crollò e lei sopravvisse, certamente in momenti estremi, come ognuno di noi purtroppo ben sa, è facile avere comportamenti al limite. Molti invocano l’aiuto di Dio ma la professoressa Tellini non lo fece rimanendo attaccata alla laicità che aveva sempre professato. Il punto di svolta della sua vita, dopo il quale si iscrisse ad EXIT, un’associazione di cui avremo modo di parlare, fu la lunga e terribile malattia della sorella,un susseguirsi di ricoveri che infine la ridusse ad un corpo inerte trafitto da tubi e tubicini. La professoressa giurò che, in caso si fosse ammalata gravemente, mai e poi mai avrebbe seguito la stessa sorte e questo la avvicinò ad EXIT, associazione di cui ora è tesserata.

EXIT-ITALIA è un’associazione che dal 1996 si batte affinchè ogni persona abbia il diritto di scegliere di morire dignitosamente pertanto promuove il testamento biologico, il suicidio assistito e l’eutanasia. Emilio Coveri, presidente e fondatore di EXIT, è stato il secondo a prendere la parola. Ha esordito dicendo che quasi tutti i membri dell’associazione hanno vissuto un’esperienza simile a quella della professoressa Tellini, in cui hanno potuto assistere al lento ed atroce spegnersi di un proprio caro. I membri di EXIT, ha tenuto a precisare, non promuovono la cultura della morte, a loro piace la vita esattamente come a tutti noi; ciononostante vi è chi, malato irreversibilmente, arriva a decidere di non vivere più ed allora bisogna dargli la possibilità di porre fine alla propria esistenza. Disse Montanelli: “Se noi abbiamo un diritto alla vita abbiamo anche un diritto alla morte. Sta a noi, deve essere riconosciuto a noi il diritto di poter scegliere il quando e il come della nostra morte”. Dopo questa importante citazione il signor Coveri ha mostrato agli astanti un filmato in cui una signora belga molto malata veniva sottoposta, dietro sua esplicita richiesta, alla procedura di morte volontaria assistita; in altre parole le veniva concesso di uccidersi. Il video ha mostrato la signora ingerire volontariamente un misto di barbiturici per poi stendersi sul letto ed addormentarsi poco dopo. Alla fine della proiezione nella stanza era calato un silenzio di piombo, era ovvio che nessuno si aspettasse di vedere una cosa del genere tuttavia è giusto che la gente sia informata fino in fondo affinchè possa elaborare un’opinione solida e consapevole su tematiche così serie e delicate.

Dopo il signor Coveri è intervenuto il dottor Silvio Viale, un medico che se lavorasse in uno dei paesi europei in cui l’eutanasia è legale, come l’Olanda il Belgio ed il Lussenburgo, non avrebbe problemi a praticarla. Ha sostenuto, non senza ragione sotto questo aspetto, che noi viviamo giorno dopo giorno senza neanche immaginare di dover morire e, quando lo facciamo, immaginiamo una morte nel sonno oppure rapida ed il più indolore possibile. Ma quando ognuno di noi vivrà il momento della propria fine scoprirà che non è affatto come nei film ed ancor meno si può scegliere il momento in cui andarsene. In Italia una forma di paraeutanasia è già di fatto praticata da molto tempo anche se non viene mai detto esplicitamente,  di fronte ad una terribile malattia in fase terminale il medico, d’accordo con i familiari del morente, induce il coma e sospende ogni terapia. La differenza tra questo procedimento e l’eutanasia vera e propria? Nella seconda tutto avviene in modo molto più rapido ed indolore. Nel caso del suicidio assistito si potrebbe rilevare una sinistra analogia tra la mistura di barbiturici che viene fatta ingerire ai malati ed il cocktail delle stesse identiche sostanze utilizzate negli Stati Uniti per praticare l’iniezione letale. Ma la differenza è in realtà abissale, il suicidio assistito avviene su richiesta del diretto interessato mentre con l’iniezione letale si applica la pena di morte in opposizione, ovviamente, alla volontà del condannato. Da notare, però, che negli USA il suicidio assistito è legale, si può addirittura portare con sé un documento recante la scritta DO NOT RESUSCITATE ME in modo tale che se si dovesse andare in coma a seguito di un incidente non si verrebbe tenuti in vita artificialmente.

Nella sessione pomeridiana il professor Maurizio Mori, ordinario di bioetica presso l’Università di Torino, ha fatto notare come rispetto a cento anni fa l’aspettativa di vita sia quasi raddoppiata e se ora si parla molto del fine-vita è anche per via del fatto che gli ultraottantenni sono assai più numerosi che in passato. Oltre alle gravi malattie ed agli incidenti ora vediamo morire molti più anziani rispetto a prima ed anche questo è un dato da prendere in considerazione. Detto questo, ha proseguito Moro, abbiamo di fronte due prospettive inconciliabili sulle quali occorre legiferare con accortezza. La prima consiste nel lasciare che la natura faccia il suo corso sino in fondo con le conseguenze che possiamo vedere. Il dolore per un cattolico ha un significato, un senso, ma per chi non lo è equivale ad una semplice sofferenza fine a sé stessa. Certamente nella vita di tutti i giorni il dolore passeggero, fisico o emotivo che sia, può aiutare a maturare, ad essere più prudenti e più saggi, ma se ha come orizzonte solo quello della morte allora tutto cambia. La seconda prospettiva prevede il ricorso, in caso di malattie in fase terminale con sofferenze non lenibili, all’eutanasia o al suicidio assistito. Quest’ultimo rappresenta la prova inconfutabile che una persona voglia effettivamente morire tuttavia Moro si è detto più favorevole all’eutanasia poiché se un malato si dovesse trovare nella condizione di non potersi dare la morte, come nei casi di grave infermità, non ci sarebbe nessuno che lo farebbe in sua vece. In questo senso l’eutanasia, paradossalmente, allunga la vita rispetto al suicidio assistito che costringerebbe il malato ad anticipare la propria morte in quanto costretto a “fare da solo”. Il professor Mori, da filosofo rigoroso, ha posto inoltre un quesito scomodissimo: dato che non vi sono solo sofferenze fisiche ma anche psicologiche cosa dovremmo fare con coloro che non vogliono più vivere perché affetti da gravi e incurabili disturbi depressivi? La depressione è una malattia dell’umore e quando spinge le persone al suicidio si può considerare anch’essa alla stregua di qualunque altra malattia in fase terminale, cosa dovremmo fare in questi casi?

A far da controleratore a queste tesi è stata la professoressa Palma Sgreccia della Pontificia Università Lateranense, il suo intervento ha chiamato in causa i Padri della Chiesa, filosofi e teologi, ma sarebbe stato più interessante se fosse scesa nello specifico controbattendo punto dopo punto le teorie dei colleghi. E’ certamente vero che quando si parla di vita e morte con medici e filosofi diventa arduo controbattere con un solo intervento, per questo sarebbe stato opportuna una presenza in più che sostenesse la linea della Sgreccia che non ha avuto vicino accademici affini.

Ultimo a parlare e ad onorare tutti con la sua presenza è stato Beppino Englaro, tutti ricorderanno la triste vicenda di sua figlia Eluana che, in seguito ad un incidente stradale, ha vissuto in stato vegetativo per diciassette anni. Quando Eluana ebbe l’incidente, ha raccontato il signor Englaro, la sua volontà di non essere tenuta in vita artificialmente era già nota alla famiglia ed agli amici; avendo osservato un amico rimasto in coma la ragazza aveva più volte ripetuto che sarebbe stato preferibile morire piuttosto che restare in vita in quelle condizioni. La volontà di Eluana è stata ricostruita grazie alle testimonianze di amici e parenti, in questo si è dedicata una sua cara amica che nel frattempo era diventata avvocato. L’iter giudiziario è stato estenuante, a dar forza al signor Englaro è stata la consapevolezza di stare perseguendo la volontà della figlia; per questo non ha dato peso a ciò che veniva detto in tv, al cicaleggio dei politici (uno dei quali, molto noto, arrivò a dire che Eluana avrebbe potuto persino avere un bambino pur versando in quello stato) ed è andato avanti. Qualcuno sostiene ancora che abbia voluto uccidere la figlia quando avrebbe fatto qualsiasi cosa per poterla svegliare dal coma irreversibile in cui languiva.

Non è stato un incontro come gli altri, proprio per nulla. Chi scrive neanche si azzarda a dire la propria opinione anche perché, sotto molti aspetti, non ce l’ha ed ha preferito esprimersi in terza persona. Questo articolo è uno scarno resoconto di tutto ciò che è stato detto, soprattutto non rende giustizia alla figura del signor Englaro, alla sua forza e dignità. Morire a volte può non essere peggio di vivere, è una problematica che ha da sempre accompagnato l’umanità; questo è quanto.