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Demolire Case e Map? Sì, se la città è altrove

“Una demolizione di eccezionali dimensioni come quella proposta dal Consiglio Comunale di L’Aquila solleva a livello nazionale questioni etiche, economiche, pratiche e politiche di grande complessità. Perché la demolizione di C.A.S.E. e MAP significherebbe ammettere il fallimento del modello di ricostruzione di L’Aquila.”

Si torna a parlare della proposta, avanzata e approvata da un ordine del giorno del consigliere PD Stefano Palumbo, dell’abbattimento, progressivo e nel tempo, dei Progetti Case e Map. Ma a dire che questo costituirebbe l’ammissione di un fallimento della ricostruzione dell’Aquila è un esperto non solo di architettura e Urban Studies, ma un profondo conoscitore dei percorsi di cambiamento che stanno affrontando le città europee e l’Aquila, in particolare, dove è coordinatore del Dottorato internazionale in Studi urbani del Gran Sasso Science Institute. Parliamo del Professor Antonio Calafati, che sul suo blog parla di demolizioni all’Aquila, del sovradimensionamento della città in seguito al terremoto e della proposta, appunto, emersa dal Consiglio Comunale.

La città, di fatto, su questo tema è spaccata. Non solo per le inevitabili esperienze personali: molte di queste sono negative, legate alla vita in quelli che sono perlopiù “non luoghi”, dormitoi con pochissimi servizi e quasi nessun negozio (ricordiamo che il bando indetto dal Comune per l’insediamento di esercizi commerciali non ebbe successo).

Certo, nessuno nega l’utilità di queste costruzioni nell’immediatezza dell’emergenza. Ma la P di provvisorio che è contenuta nella parola MAP è sintomo di qualcosa che non è andato per il verso giusto, se il 10% degli alloggi del Progetto CASE è ora inagibile… e a reggere di più sono proprio i Moduli Abitativi Provvisori!

Non li volevamo, li abbatteremo” ha tuonato su Oggi in edicola il sindaco dell’Aquila Cialente, rispolverando un suo vecchio cavallo di battaglia che, in questo periodo, è tornato clamorosamente di moda.

Ma il tema, sollevato dal consigliere Palumbo, forse, è un altro: perché nella nostra mente e nella nostra attualità i progetti Case e Map sono considerati intoccabili, seppur disastrosi (e, al tempo stesso, disastrati)?
Perché forse calati dall’alto, in un momento di debolezza della città, o perché forse si ha paura di affrontare il rientro in città, sottoservizi e appalti permettendo?

“Il C.A.S.E. non deve essere un dogma” dichiara Palumbo. Ma più che un ordine del giorno, quello che ha fatto il consigliere del PD sembra più un invito al coraggio, a riprenderla in mano questa città, a pensare che lì si può tornare e che sì, si è deturpato il paesaggio. Sì, si sono spesi milioni di euro per costruzioni che dopo sette anni sono fatiscenti.

Ma, alla fine, è un invito a pensare che la città è altrove: fra i puntellamenti ancora in legno e gli operai che fischiettano, fra sottoservizi sì/sottoservizi no, fra Palazzo Fibbioni e la cronica mancanza di parcheggi in centro.

Fra le new town e la old town, la città vecchia. E un interrogativo: l’una esclude le altre?