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L’amore malato: così odiato, così voluto

di Roberta Bernardi per Psicologiamo*

Amare qualcuno vuol dire riconoscerlo nella propria individualità, ma soprattutto significa renderlo libero. Contrariamente a quello che si pensa, unione non significa fusione ma rispetto della libertà altrui!

 Anche la relazione più promettente e riuscita deve confrontarsi prima o poi con crisi, conflitti e comprensioni. Come possiamo capire allora se le difficoltà che stiamo vivendo con il nostro partner fanno parte delle normali problematiche di coppia oppure sono il segnale che stiamo vivendo un rapporto dannoso per il nostro benessere psicologico?

Gli amori malati, quelli cioè che non ci rendono liberi e ci fanno soffrire, hanno delle caratteristiche ben precise che li differenziano dagli amori più “sani”.
L’amore sano ha una funzione riparativa e terapeutica: chi vive un rapporto di coppia appagante si sente più sereno e sicuro di sé, ha più energia e lavora meglio.
Al contrario un rapporto malato influisce pesantemente sul benessere psicologico e sull’autostima: chi vive un amore malato sta male, diventa insicuro e depresso e spesso si concentra ossessivamente sul rapporto, a scapito del lavoro e della vita quotidiana.

Possono essere diverse le tipologie di un amore malato:

L’amore evitante Sebbene il rapporto provochi più sofferenza che gioia, chi ne è coinvolto non riesce (e spesso non vuole) rinunciare a quello che considera un grande amore.
Anzi, più il partner si rivela distaccato e indifferente (in alcuni casi perfino maltrattante), più si innamora e si raddoppiano gli sforzi per conquistarlo, negando la sua evidente mancanza di coinvolgimento e giustificando plateali mancanze di rispetto.

L’amore idealizzato Un’altra caratteristica del rapporto malato è che è una relazione vissuta più nella fantasia che nella realtà. In altre parole la relazione non è valutata per quello che dà effettivamente ma per quello che potrebbe dare se si verificassero certe condizioni. Spesso chi è coinvolto in una relazione patologica è più attratto dal potenziale del partner che dalla persona reale che ha davanti quotidianamente. Raramente il partner viene visto per quello che è, a volte viene messo su un piedistallo e idealizzato, molto spesso si resta con lui sperando di cambiarlo grazie all’amore incondizionato.

L’amore ambivalente

Un’altra componente dei rapporti patologici è l’ambivalenza affettiva, ovvero la coesistenza di sentimenti positivi e negativi verso la stessa persona. Essa è una caratteristica di tutte le relazioni umane ma negli amori malati l’ambivalenza è particolarmente accentuata. Con il partner si crea spesso una relazione d’amore e di odio, di attrazione e di repulsione, che rende ancora più difficile valutare con serenità il rapporto e prendere delle decisioni.

Nei rapporti sani i partner hanno diversi ruoli a seconda della situazione: si è allo stesso tempo amici, complici, amanti e capaci di prendersi cura dell’altro nei momenti di crisi e di difficoltà. I componenti della coppia sanno scambiarsi i ruoli: entrambi danno e prendono a seconda delle circostanze e della situazioni.

Nei rapporti patologici riscontriamo invece una rigidità di ruoli e delle dinamiche di coppia. I ruoli sono pochi e rigidamente stabiliti: per esempio, la coppia è bloccata in una dinamica genitore figlio: la moglie fa la bambina, il marito riveste un ruolo genitoriale e nel matrimonio manca la sessualità. Oppure, se ci sono figli ci si relaziona solo come una coppia formata da mamma e papà e non come una coppia di persone che si amano.

Ma soprattutto i partner sono incapaci di scambiarsi i ruoli: uno dei membri della coppia evita l’intimità e si comporta in modo sfuggente e l’altro insegue, chiede vicinanza e impegno. Altra caratteristica, c’è uno che impone le regole e l’altro che subisce, uno che dà e l’altro che prende, uno che tradisce e l’altro che, pur soffrendo, accetta i tradimenti.

Nei rapporti sani le persone riescono a mediare tra le esigenze reciproche, a trovare delle soluzioni ai conflitti mentre nei rapporti patologici avviene l’esatto contrario.

Si litiga sempre per le stesse cose, nel rapporto manca la comunicazione, l’ascolto e la comprensione reciproca che faciliterebbero la soluzione dei conflitti.

Mentre i rapporti sani sono creativi ed evolvono e con il tempo tra i partner si crea un legame sempre più profondo, i rapporti patologici o stagnano o involvono.

Dopo tanti anni il rapporto malato non cresce ma rimane bloccato nello stesso punto oppure, nella migliore delle ipotesi, il rapporto si logora lentamente fino a morire di morte naturale.
In genere, come ben sanno i terapeuti di coppia, i rapporti patologici sono quasi indissolubili perchè le nevrosi dell’uno compenetrano perfettamente le nevrosi dell’altra.

Ma anche se il rapporto patologico può durare anni e anche tutta una vita, bisogna capire che il sentimento totalizzante che si prova verso il partner non è indice di un grande amore ma che si tratta di una relazione distruttiva che attiva degli aspetti problematici della nostra personalità.

I rapporti patologici vivono grazie alla componente ossessiva: anche se il partner fa soffrire,  lo si vuole ad ogni costo

roberta-bernardi-584x1024*Psicologiamo, la rubrica di Roberta Bernardi per il Capoluogo.it
34 anni, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, Roberta ha recentemente dato alla luce Azzurra ed Aurora. Attualmente impegnata in PhD presso l’Università degli Studi di L’Aquila, è specialista in psicopatologia infantile e adolescenziale con annesse problematiche familiari. BLOG: Roberta Bernardi