IlCapoluogo.it - L'aquila News: notizie in tempo reale di Cronaca, Politica, Stefania Pezzopane, Massimo Cialente, Pierpaolo Pietrucci,Collemaggio

Le stanze della Poesia – Mappe: E io passo

di Valter Marcone

“Secondo l’antropologo e architetto Franco La Cecla “Noi siamo carne e geografia” (2000). Il rapporto con i luoghi ci definisce e si inscrive in quello che chiamiamo identità in modi complessi e spesso non del tutto consapevoli. Noi abitiamo i luoghi, li usiamo. E i nostri modi di stare negli spazi dipendono da noi, dalla nostra storia e dalle nostre disposizioni e necessità momentanee, ma anche dalla struttura dei luoghi stessi, come sono fatti, come sono stati pensati ed immaginati, come sono diventati nel tempo e con il passaggio di altri prima di noi.
Noi esistiamo sempre e comunque da qualche parte, perché siamo appunto anche carne, corpo, collocata in uno spazio (e in un tempo). Abitiamo le nostre case, viviamo i nostri quartieri, attraversiamo le nostre città, ci spostiamo come pendolari o emigranti in altre città ed in altri luoghi per studiare, per lavorare, per amore, per soddisfare bisogni di varia natura, per vivere e sopravvivere. E i luoghi ci accolgono, ci respingono, ci raccontano delle storie, ci costringono a movimenti che non ci sono familiari o al contrario ci rendono le cose facili, ci invadono con suoni, rumori, odori, ci ignorano, ci fanno sentire smarriti, a volte, o piccoli, o padroni dell’universo, ci permettono di incontrare gli altri o di mantenere le distanze, ci consentono di riposare o ci mettono fretta. E noi rispondiamo a queste sollecitazioni innanzitutto come esseri biologici (i rumori oltre una certa soglia danno fastidio praticamente a tutti, ad esempio), ma anche come individui con proprie identità, motivazioni e bisogni, e come membri di comunità che condividono spazi e storie.
Dei luoghi, come di noi stessi, noi ci costruiamo mappe, che servono innanzitutto ad orientarci nello spazio (dove sono la farmacia, il lattaio, il distributore di sigarette, la scuola…) e che poi diventano rappresentazioni di un altro livello, attorno alle quali si coagulano affetti, desideri, timori, ricordi, matrici di significati che ci permettono non solo di muoverci nei luoghi, ma anche di dare un senso alla nostra esperienza dei posti e di noi. Queste rappresentazioni hanno una dimensione strettamente individuale: certe mappe significano qualcosa per noi e solo per noi, raccontano storie e percorsi molto personali, fatti di ricordi, ma anche di presente, di necessità, di strategie.
Perché la vita ed i luoghi in cui viviamo ci chiedono di apprendere ad apprendere, di mettere in discussione le mappe che abbiamo elaborato e che sono diventate parte di noi, di assimilare ed accomodare nuove conoscenze in e su quelle vecchie. E talvolta è un processo quasi dolce, altre volte può diventare drammatico, specie se avviene in circostanze minacciose o se le nostre mappe sono troppo rigide. Perché, si diceva, le nostre mappe territoriali diventano un pezzo della nostra identità, inconscio nel senso di fuori dalla consapevolezza immediata. Seguiamo le nostre mappe senza farci troppo caso, così come ci vestiamo senza prestare attenzione al nostro corpo, a meno che non dolga, ma quando incontriamo un cantiere stradale inaspettato, una strada chiusa e dobbiamo ri-orientarci ci rendiamo conto della presenza della mappa. Ecco, ci sono circostanze tragiche come le guerre o le catastrofi naturali che modificano drammaticamente e talvolta irreversibilmente i luoghi, che provocano violenti disorientamenti e che costringono a repentini cambi di mappe, quando non a veri e propri sradicamenti, ma su questo si tornerà dopo.
Le mappe mentali hanno anche una dimensione collettiva, sociale. Ci sono luoghi che hanno significati per intere comunità, che veicolano, restituiscono agli abitanti e ai frequentatori dei luoghi pezzi di storia, frammenti di qualcosa che dà senso all’oggi e diventa pertanto identitario. Sono spesso luoghi che hanno a che vedere con eventi storici significativi, altre volte luoghi di uso quotidiano, come le piazze dei mercati, gli ospedali, i giardini pubblici, che rivestono un ruolo specifico, pratico e simbolico al tempo stesso, nella vita della comunità. Intorno a questi luoghi, spesso chiamati con nomi che non risultano nella toponomastica ufficiale o che vi vengono inseriti vox populi, si raccolgono le storie minori, ma non meno importanti per il sentire delle persone, i miti e le leggendo più o meno metropolitane che contribuiscono ad alimentare appartenenze e identità. Se i luoghi della Storia sono spesso, ma non sempre, oggetto di attenzione e tutela anche a livello giuridico, i luoghi delle piccole storie locali sono invece più esposti ai cambiamenti che la modernità richiede e sono talvolta oggetto di protezion e da parte delle comunità stesse. Dall’introduzione di Ada Piselli  in AA.VV.  Alteridentità  Durango Edizioni

E io passo.

Ho visto con i miei occhi la rosa

di dicembre .La bella rosa rossa  accanto

al muro del giardino. Le  giornate  di dicembre ,

i pomeriggi appena appena assolati come

 Il mare incolore da cui vennero

le donne nascoste dietro le persiane nella controra,

 

dalle vie pulite, dalla bellezza mai esibita;

stanno qui in  silenzio che qui divora il tempo tra mattino e sera

racconta Il rosa carne dei muri

il celeste del pieno giorno

i raccolti sempreverde dei giorni:

è questo il paese

con la  mia casa, le persone,

qui  le cose diventano l’attesa alle stazioni

per un viaggio di cui traccio le mappe .

 

Qui cerco una forma che realizzi la nostalgia dell’immagine,

racconto la presenza  e l’assenza

la sospensione e l’ impossibilità.

Lascio emigrare,

perdono le discese, le smussature,

i graffi e le mancanze,

perché la vita si ammala quando

non viene attraversata dal peso del mondo.

Il tempo mi lascia passare

senza tentare rettifiche agli inciampi.

E io passo.