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Conoscersi, imparare, crescere: giochiamo a diventar grandi?

di Roberta Bernardi per Psicologiamo

I bambini ridono in media 300 volte al giorno, gli adulti solo tra le 15 e le 100 volte. E i bambini, per la loro immaginazione, inventiva e meraviglia sono tutti in qualche misura un genio, così come un genio resta in qualche modo un bambino.”

Tra gli elementi necessari per la maturazione psicofisica del bambino, il gioco occupa una posizione fondamentale. E’ lo strumento per eccellenza attraverso il quale i nostri figli imparano a relazionarsi con gli altri e a capire ciò che li circonda, quali sono le difficoltà e come riuscire a superarle. Giocare aiuta i bambini a fare amicizia con i propri stati emotivi, permettendo loro di esprimere il proprio mondo interno e di elaborare le esperienze vissute nella quotidianità.

I bambini giocano in maniera diversa a seconda della loro età ed è importante non forzare il loro sviluppo con giochi non adatti alla loro fase evolutiva.

Dalla nascita ai 24 mesi i giochi sono di esercizio dei sensi. Attraverso tatto, vista, udito e gusto il bambino inizia ad interagire con gli oggetti ed a provare piacere giocando.

Dai 2 ai 6 anni iniziano invece i giochi simbolici in cui il bambino sviluppa l’immaginazione e ricrea situazioni di vita più o meno reali. Come un attore si cala ad esempio nella parte del genitore, del bambino di sesso opposto o dell’animale e ci mostra com’è il mondo dal suo punto di vista.

Dai 7 ai 12 anni il gioco diventa sociale perché si inizia ad interagire tutti insieme.

L’importanza del gioco quindi la si può riscontrare fin dalla prima infanzia, esso infatti rappresenta un mezzo simbolico che accompagna il processo di separazione del piccolo dalla propria madre, il suo riconoscersi come essere umano distinto da lei e la sua capacità di tollerarne l’assenza. Donald Winnicott considera il gioco un’importante area transizionale, cioè una dimensione intermedia fra mondo esterno e mondo interno là dove, proiettando con l’immaginazione le proprie angosce interne su oggetti reali, i bambini imparano a controllarle e a gestirle, sviluppando creatività ed autonomia.

Il gioco, per la sua valenza di mediatore fra realtà esterna e realtà interna, costituisce un “mezzo terapeutico privilegiato” con i bambini i quali, pur con differenze legate all’età, non hanno la capacità di riconoscere ed esprimere i propri stati d’animo né dare un corretto significato agli eventi. Così il gioco, mediante l’utilizzo fantastico di oggetti reali, ben si presta a rappresentare i vissuti dei bambini e a renderli condivisibili.

Le modalità di gioco del bambino spesso sono rivelatrici di inclinazioni del piccolo, della sua personalità; ma il gioco può essere anche uno strumento rivelatore di disagi e problemi che il bambino ha.

Un genitore deve prestare attenzione al momento di gioco del proprio figlio perché ci sono dei fattori che rivelano un malessere interno del piccolo. Stiamo in allerta se notiamo questi elementi:

  • assenza di gioco: un bambino che non gioca è il segnale più grave e deve attrarre l’attenzione immediata e il confronto del genitore con degli specialisti
  • incapacità del bambino di giocare in autonomia: potrebbe essere una richiesta del bambino di attenzione o invece una richiesta di approvazione da parte di altri, come se il bambino sentisse il bisogno dell’approvazione degli altri per sentire di esistere
  • gioco aggressivo: la sperimentazione di aggressività attraverso il gioco è un comportamento sano, deve però destare attenzione se l’aggressività è l’unica modalità di gioco che il bambino mette in campo. In questo caso occorre capire l’origine di questa aggressività e come aiutare a incanalarla in modo sano.
  • bambino irrequieto, che non riesce a concentrarsi su un gioco per più di pochi secondi. Il comportamento evidenzia l’incapacità del bambino di trarre soddisfazione da ciò che fa. In questo caso il bambino potrebbe tentare di dominare un forte senso di ansia. Occorre cercare di capire qual è la fonte di questa ansia e come, insieme alla famiglia, aiutare il bambino a ritrovare il suo equilibrio.

 

Giocare con il nostro piccolo è un’occasione unica per conoscerlo e rafforzare il legame e la complicità con lui. La presenza della mamma e/o del papà mentre si gioca permette al figlio di esprimere le emozioni, di conoscere se stesso e favorisce lo sviluppo dell’immaginazione e della creatività in un clima  di sicurezza, protetto dall’adulto del quale si fida ciecamente.

Tutto può diventare gioco per un bambino, basta avere un po’ di fantasia. Ritardiamo il più possibile l’uso di giochi elettronici poichè tendono a isolare nostro figlio e a impedire la sua creatività. Usiamo costruzioni, macchinine, bambola… ma anche una coperta, due pupazzetti, un foglio e dei colori… o impastiamo insieme un pezzo di pizza mentre cuciniamo. Bastano giochi semplici, un po’ di allegria e tanta fantasia!

L’esperienza del gioco durante il suo sviluppo fornirà al bambino una solida base sulla quale costruire il rapporto dapprima con noi e poi con il mondo.

roberta bernardi

*Psicologiamo, la rubrica di Roberta Bernardi per il Capoluogo.it
34 anni, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, Roberta ha recentemente dato alla luce Azzurra ed Aurora.
Attualmente impegnata in PhD presso l’Università degli Studi di L’Aquila, è specialista in psicopatologia infantile e adolescenziale con annesse problematiche familiari. BLOG: Roberta Bernardi