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Paura di vivere: cosa succede in città?

La paura di vivere ed il disagio in città: la cronaca degli ultimi tempi racconta di suicidi, episodi di solitudine estrema e difficoltà sempre più grandi nel relazionarsi ed affrontare i problemi, soprattutto in un tessuto sociale e disgregato come quello dell’Aquila post sisma.
A questo si aggiungono anche l’eccessivo voyeurismo e la morbosità che si celano dietro a questi eventi, con particolari intimi delle tragedie svelati sui mezzi di comunicazione.

Cosa sta accadendo?
Abbiamo chiesto un’opinione alla psicologa terapeuta Chiara Mastrantonio

“Il primo aspetto che risalta agli occhi quando si assiste agli ultimi fatti di cronaca è il profondo malessere: disperazione del singolo che arriva ad atti estremi, disorientamento di chi resta vivo ad un dramma simile, sgomento in chi assiste, paura in chi si trova a vivere un momento di difficoltà e teme di “perdere la ragione” e le forze per affrontarla.

Da mesi, purtroppo, la nostra città è protagonista di fatti di cronaca quali suicidi e morti nella completa solitudine che risuonano nuovi per una cittadina di provincia che spesso è stata descritta come tranquilla e con una qualità di vita dei cittadini sufficientemente buona e che dal post sisma assiste ad un’inversione di marcia.

Siamo di fronte ad una valutazione di qualità della vita che poco ha a che fare con servizi offerti ed inquinamento: bensì, con quella valutazione soggettiva che la persona fa sul livello di soddisfacimento dei propri bisogni in una comunità che contribuisce ad alimentare sentimento di appartenenza e coesione sociale.

La dispersione sociale a cui assistiamo da tempo porta a non sentirsi parte di un tutto e scatena angoscia e frammentazione amplificata nelle persone che si trovano nel disagio della solitudine o in un momento di crisi personale.

Il fare e quindi il lavoro assume quindi un valore aggiunto rispetto alla garanzia di sussistenza (che sicuramente porta ad estreme difficoltà reali nel momento in cui viene a mancare), ma diventa opportunità di avere una vita caratterizzata da quotidianità, lo stesso si può dire per chi ha una rete familiare ed amicale sufficientemente buona.

Vivere tra gli altri diventa un modo per percepire sé stessi: il mondo offre identità e protezione in particolare nei momenti di difficoltà.

Ecco l’importanza di luoghi in cui poter essere ascoltati, come il Centro di Ascolto attivato nell’IPSIASAR. Avere la possibilità di trovare accolto il proprio malessere, in maniera riservata e professionale, consente al singolo di renderla più nominabile ed in parte riportarla ad un piano di realtà.

Consideriamo anche la grande difficoltà nel chiedere aiuto in un contesto in cui la dispersione sociale è evidente, oltre che, ancora, un grande tabù pensare di ricorrere all’esterno per affrontare i problemi personali.

Condivido pienamente quanto affermato qualche giorno fa dall’emerito prof Casacchia che ha sottolineato quanto sia importante offrire servizi di ascolto vicini alle persone oltre che sensibilizzare tutta la popolazione ai segnali precursori di disagio grave quale la depressione.

Già Platone nel De Repubblica affermava che compito della polis, intesa come gestione della comunità, era quello di occuparsi della Felicità dei cittadini, prima di tutto.

Si può fare un’ulteriore analisi sui valori che la società attuale pone al primo posto: il lavoro (benessere economico), la famiglia ( status sociale relazionale). Solo in ultimo arriva l’ individuo che, se non possiede i precedenti, diventa “nessuno”: siamo di fronte all’eterno contrasto tra essere e avere in cui purtroppo “ciò chi sei” è determinato da “ciò che hai”.

Il sentirsi senza ruolo, senza utilità ed energie porta a stati depressivi che purtroppo a volte diventano anticamera di gesti estremi, quali il suicidio immaginato come soluzione definitiva ad un problema che, agli occhi del singolo, perde il carattere di transitorietà, ma condanna ad una vita senza senso e senza via d’uscita.

Nel mio piccolo, quotidianamente mi trovo ad aiutare persone che vivono stati di malessere che influiscono su tutti gli ambiti nella vita: mentre fino ad un paio di anni fa numerosi erano i casi di depressione o di profonda tristezza legati agli effetti del terremoto ( elaborazione di lutti per la perdita di persone care, perdita della casa e difficoltà ad ambientarsi nelle New Town) oggi numerosi sono i casi di ansia in cui predomina la paura anche su suggestione di quel che si legge sulle nostre cronache locali.

Lo stato di indeterminatezza e disorientamento, il futuro poco certo, le difficoltà di relazione ed incontro, portano spesso le persone a maturare sentimenti di angoscia fino all’estrema paura di morire o di non farcela a costruire la vita che desiderano, tanto che iniziano giorno per giorno ad evitare sempre di più situazioni immaginate pericolose.

La paura della morte nasconde la grande paura del vivere il presente: ancora una volta è importante chiedere aiuto per ritrovare le proprie risorse interne utili per affrontare i piccoli grandi ostacoli quotidiani.

Il sensazionalismo che si trova nella cronaca non fa che alimentare il senso di imprevedibilità del quotidiano, aumentando i livelli di paura tanto che a volte si assiste a quello che viene definito: trauma vicario.

La persona informata sui dettagli più intimi e cruenti delle vicende, aggiornata ora per ora sulle novità, può arrivare ad identificarsi con la vittima, accorciando quella che dovrebbe essere una sana e naturale distanza psicologica, ma alimentando la partecipazione emotiva e cognitiva fino al punto di temere costantemente che l’accaduto posso coinvolgerla in futuro in prima persona e manifestando a volte segni fisici, quali una forte attivazione neurofisiologica, che non sono distanti da quelli che si manifestano di fronte ad uno stimolo stressante reale.

In tutto questo è molto importante proteggere in particolare i bambini che, essendo più facilmente suggestionabili, hanno maggiore facilità ad essere vittime del trauma vicario: ad esempio, tempo fa spesso sono stata contattata da genitori preoccupati per le reazioni dei propri figli di fronte ai numerosi casi di furto che sono avvenuti nella nostra città.”