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La festa di S. Antonio a Cabbia di Montereale

di Nando Giammarini

Nella storia   cabbiese le festività religiose sono molto sentite dalla popolazione con particolare attaccamento e devozione.  Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione  di S. Antonio Abate. La  religiosa ricorrenza deriva dal fatto che l’ordine degli Antoniani aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché il  loro grasso  veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio ( una pruriginosa alterazione della  pelle simile  a quella che oggi viene comunemente definita varicella). I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella. In tante zone del Paese si usa accendere  dei fuochi: una tradizione che si perde nella notte dei tempi e della memoria.  Anticamente questo rito si compiva non solo per onorare il Santo ma anche per invocare l’aiuto per la salute degli animali impiegati nei lavori dei campi e quelli da cortile indispensabili per il  l’ alimentazione  delle famiglie dei contadini. In questo periodo le condizioni metereologiche sono generalmente instabili tanto che un vecchio    detto popolare recita: ” S. Antonio barba bianca se non piove la neve non manca”. A Cabbia la particolare ricorrenza, la prima nel cuore dell’inverno dopo le feste di Natale e fine anno,è impreziosita di significato e tradizione proprio con l’antica usanza. Domenica prossima   in tanti torneremo  in paese, sebbene alcuni arrivano al mattino e ripartono la sera,  sia da Roma che dall’Aquila,per mantenere viva un’antica tradizione che fa parte del nostro comune patrimonio culturale. Si tratta di  un vero fascino della natura, arte e memoria un patrimonio da salvaguardare e diffondere nel rispetto delle nostre origini. Una ricorrenza profondamente sentita fin dai tempi antichi quando il paese era molto popolato e ad economia rigorosamente agricola. Nonostante i tempi di elevata ristrettezza economica.  La giornata iniziava la mattina presto quando i bambini giravano per le case del paese chiedendo le “Colenne di S. Antonio”,una minestra di farro o di riso, oltre a   frutta secca di produzione locale, qualche soldo e le famose panette. Per quanto io possa ricordare, essendo vissuto a Cabbia fino all’età di 9 anni, verso le 10  tutti gli animali venivano portati in piazza ed il sacerdote di allora  Don Andrea Durantini – alla cui memoria rivolgo un saluto affettuoso e riverente, da tutto il paese affettuosamente chiamato “ Zi Prete” – procedeva alla loro benedizione.   Al momento del rientro nelle stalle  a quelli più grandi  veniva fatto sulla spalla anteriore destra, con una particolare forbice, una croce in segno di protezione e gli si dava un pezzo di panetta benedetta. Oggi i tempi sono cambiati, nella particolare ricorrenza fede e folklore si fondono insieme tanto che,  domenica 17 p.v. alle 12.30, dopo la processione con la statua del Santo per le vie del paese il parroco,  Don Fernando, officerà la funzione religiosa e poi a  pranzo tutti insieme in piazza di fronte ai locali del dopolavoro.  Esso consiste  nelle famose colenne realizzate a base di farro, in brodo ed in insalata, salsicce con fagioli annaffiate da un ottimo vino, dolce e caffè. Il tutto organizzato dai festaroli.  Costoro   tutti appartenenti alla famiglia Di Giamberardino, proprietari della statua del Santo, estratti a sorte il 20 agosto, si prodigano al meglio delle loro possibilità pur di organizzare una bella festa pienamente condivisa con il paese. Io, essendo sposato con una Di Giamberardino, quest’anno sono impegnato, con immenso piacere,  a tutto campo, in questo evento invernale cabbiese. Vorrei ripristinare l’antica tradizione delle “ Panette e S. Antonu” sperando che venga  rinnovata  negli anni a seguire.