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Natale negli Abruzzi

 

Lo scritto è tratto da “The Temple University Magazine, Philadelphia – Dec. 1917”. Esso porta una dedica che suona così: “Ai miei genitori il primo articolo scritto in una rivista americana – Mimmo –“. Philadelphia, 14 dicembre 1917.

Segue il commento del Direttore Fulgo Graziosi*

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NATALE NEGLI ABRUZZI
di Domenico Vittorini

“Alla mamma lontana con sereno rimpianto”.

Gli Abruzzi, quella parte d’Italia dalla quale provengo, si trovano a nord est di Roma e sono racchiusi dagli Appennini e dall’Adriatico blu. Gli Appennini, che degradano verso il mare, si rompono in montagne sempre più piccole, formando delle profonde vallate, ciascuna separata dall’altra da picchi maestosi, nei pendii più bassi dei quali le bianche case dei piccoli villaggi sembrano delle trottole messe sugli aguzzi speroni dalla capricciosa mano di un gigante. La conformazione peculiare del terreno spiega il carattere dei nativi, che sono molto diversi da quelli di una qualsiasi altra parte d’Italia che io conosco. È necessario conoscere ciò per capire il nostro Natale.
Dal momento che ogni vallata è separata dall’altra e i mezzi di comunicazione sono molto scarsi, gli uomini vivono molto soli, gli uni distanti dagli altri, e diventano molto introspettivi.
Alti, forti, hanno nella loro costituzione qualcosa della natura delle rocce delle loro montagne e sono in genere silenziosi. Passano la maggiori parte del loro tempo nei boschi, tagliando alberi e sorvegliando il bestiame; e l’abitudine di camminare su sentieri stretti e pericolosi, che spesso si snodano lungo i bordi dei burroni, sviluppa in loro il potere di osservazione e accende nei loro occhi neri una certa luce che si nota anche quando essi vi parlano. Hanno qualcosa di mistico nei loro volti lunghi e piuttosto scuri. Quando li ho incontrati, mentre andavano dai boschi alle foreste in lunghe file di trenta o quaranta, ho spesso ripensato ad una Madonna di Scuola Bizantina.
Questa gente è talmente attaccata alla terra che solo chi è nato negli Abruzzi può capirla. La nostra terra sono le nostre montagne e noi non possiamo lasciarle. Qualche genio o qualche dio misterioso, un tardo sopravvissuto alla mitologia, che vive nascosto in qualche remota caverna, deve aver messo questo amore nei nostri cuori. Se noi abbandoniamo le nostre montagne, egli fa di questo affetto una ferita sanguinante, che sanguina, sanguina, e ci consuma in silenzio fino a quando non torniamo. Egli deve essere tuttavia un dio benigno, perché, appena torniamo la nostra ferita cessa di sanguinare e la vista delle nostre montagne e il blu del nostro cielo ci sana immediatamente. Anche quando siamo lontani, la stessa ferita sanguinante che egli apre nei nostri cuori è una delle benedizioni, perché quella ferita è il pensiero costante delle nostre case, ed è il triste ma profondo sentimento che fa di un povero contadino un poeta che, quando parla del suo paese, si esprime in parole che sono come un inno. Quella ferita è uno speciale promemoria delle cose che abbiamo amato di più e che bramiamo segretamente.
Una di queste rimembranze è il Natale, ed io mi chiedo se non sia stato proprio questo genio misterioso delle mie montagne ad ispirarvi di scrivere qualcosa sul Natale a casa, proprio quando il mio cuore è addolorato per la sconfitta italiana (si allude alla battaglia combattuta tra il 24 ottobre e il 9 settembre 1917 e alla disastrosa ritirata dell’esercito italiano di fronte all’offensiva austro tedesca. L’autore pensa definitiva la sconfitta dell’Italia che, invece, dalla nuova linea Grappa – Piave, capovolgerà le sorti della guerra, con la grande vittoria di Vittorio Veneto e la fine del primo conflitto mondiale). Mi auguro che la bellezza e la purezza del paesaggio invernale, che sto per descrivere, rianimi i miei occhi, che adesso sono fissi soltanto sulla sanguinosa battaglia che ha luogo nelle pianure venete, o che cercano fra i combattenti o i morti i volti di quelli che conosco e che amo.
Il Natale trova sempre il nostro paese coperto di neve. Il paesaggio invernale, nella sua sofficità e nel suo contorno, riflette l’intimità e la dolcezza della festa. Quello che vi dirò del Natale non è che l’insieme dei ricordi della mia infanzia. Qualche giorno prima di Natale gli zampognari, o suonatori di cornamusa, facevano la loro apparizione e a noi bambini veniva detto che essi venivano ad annunciare la nascita di Cristo.arrivavano dalle montagne più alte, da un posto chiamato Campotosto, noto nelle vicinanze per i suoi costumi pittoreschi e per i suoi suonatori di cornamusa, su un altipiano dove la gente vive per la maggior parte pascolando le pecore. Quand’ero bambino, i pastori e la cornamusa mi avrebbero riportato, se avessi conosciuto cos’era, nel cuore dell’Arcadia. Ma allora io ero innocentemente affascinato dai loro costumi, consistenti in un conico cappello, un cappotto rosso senza maniche, dei pantaloni blu molto stretti, e dei sandali con lacci rossi girati intorno ai polpacci fino al ginocchio. Generalmente giravano in coppia, uno suonava la cornamusa e l’altro il piffero, mentre una fanciulla cantava le canzoni natalizie.
I loro strumenti hanno una tonalità molto dolce e le loro arie, simili a ninna – nanne, sono piuttosto monotone, ma molto belle.
Gran parte della cerimonia natalizia si accentra intorno alla chiesa. Infatti la chiesa è l’unico posto dove sono possibili i rapporti sociali, e andare in chiesa la domenica e in altre occasioni significa molto nella vita monotona della gente, specialmente per le donne. La chiesa e la religione hanno una forma particolare negli Abruzzi, una forma che potrebbe farsi inebriante e alquanto pagana. Sebbene la loro vita interiore sia in alcuni momenti altamente profondamente palpitante, i nativi degli Abruzzi acquisiscono la loro esperienza religiosa soprattutto attraverso i loro sensi. Le loro idee devono prendere una forma tangibile o almeno visibile, e ciò va talmente lontano da far adorare la loro statua o un quadro per sé stessi, e non per l’idea che essi possono rappresentare. Allo steso modo, essi amano i colori e le luci sgargianti, specialmente nelle grandi cerimonie. Le chiese sono molto semplici, ma a Natale la gente gratifica il suo amore per la magnificenza appendendo alle pareti pezzi di tessuto di colori vivi, in cui predominano il rosso e il giallo, decorati con carta dorata scintillante a forma di stelle, rose e altri fiori. Le poche statue, con i loro vestiti rilucenti di doni d’oro e d’argento, coperte, orecchini, spilli e collane, sono in un posto predominante circondate da candele. La parte più interessante della chiesa è tuttavia il presepe, o mangiatoia, come la chiamate voi, che rappresenta il luogo dove è nato Gesù. Il Bambino giace su un letto di muschio verde, che i ragazzi hanno estirpato da sotto la neve, e vicino ad esso si trova la statua di Maria, la Madre, spesso anche le figure di S. Giuseppe e di altri santi. Un vecchio domestico che morì in casa nostra all’età di ottantaquattro anni, mi disse che, quando lui era ragazzo, nel presepe per la messa di Natale usavano mettere un bue ed un asinello veri.
Tutto ciò era scomparso, ma ciò che invece è durato è l’uso di mettere un enorme numero di candele l’una sull’altra nella cappella del presepe. L’idea principale era di dare alle candele la forma di una piramide, e noi solevamo ammirare l’abilità con la quale il vecchio sagrestano era riuscito a far ciò.
La grande cerimonia consisteva nella messa di mezzanotte. Tutte le famiglie andavano a messa quella notte, alla maniera italiana – prima gli uomini, poi le donne, infine i domestici, che portavano in braccio i bambini. Mi ricordo di notti di tempesta quando andavamo in chiesa e il vecchio domestico si fermava ed ascoltava, cercando di farci ascoltare e distinguere l’ululato dei lupi dal fischiare del vento. Ricordo anche delle notti chiare in cui il paesaggio invernale rifulgeva al chiaro di luna. Spesso mia madre si avvicinava e ci diceva che eravamo come dei buoni pastori che andavano ad adorare Gesù appena nato, e questo pensiero dava un significato reale e molto personale all’intera cerimonia.
Entrando in chiesa, venivamo quasi abbagliati dal gran numero di candele. Il presepe pareva un enorme fiammata! Pensiamo che le candele tremino, che facciano male agli occhi e che l’odore offenda i nostri nasi delicati; ma a me non importava allora, e penso spesso con rammarico a quelle candele quando entro nelle nostre chiese moderne, sia qui che in Italia, e trovo le luci elettriche che fanno apparire le chiese come sale da ballo.
Da principio noi bambini eravamo molto attenti, poiché la nostra attenzione veniva attirata dalla musica dell’organo che si trovava dietro l’altare, molto in alto, così che noi potevamo vedere i nostri giovani più bravi che, in piedi vicino all’organo, cantavano a voce spiegata la Pastorella; ma pian piano i nostri occhi diventavano pesanti, lo sfarfallio delle candele diventava sempre più intenso, e noi ci addormentavamo, sognando il povero Bambino che giaceva nella mangiatoia, e i buoni pastori che avanzavano a fatica nella neve in cerca di Gesù appena nato.
Dopo la messa la gente andava in devoto pellegrinaggio nei villaggi vicini per vedere il presepe e pregare. La processione si formava di fronte alle chiese. I giovani del villaggio procedevano con le torce, poi seguiva il resto della gente, cantando inni e recitando preghiere. Mi vedo ancora tra le braccia della nostra vecchia Rosina mentre attraversiamo la bella pianura dove le torce, man mano che la folla avanza, risvegliavano dei riflessi rossi o gettavano sulla neve lunghe, lunghe strane ombre danzanti. Gli alberi delineavano il sentiero da entrambi i lati. Improvvisamente si vedeva una luce distante tra gli alberi. Era un’altra processione che andava a visitare il nostro presepe. Entrambe le processioni cantavano più forte che mai, e i rami ricurvi degli alberi diventavano, nella mia giovane mente, i soffitti di un tempio o la volta di una catacomba, come avevo visto nel vicino villaggio di San Vittorino.
Più intimo e toccante è tuttavia il Natale a casa. L’anima di questa intimità è la madre, ed essa la irradia intorno a lei, specialmente ai suoi figli. La vita di casa negli Abruzzi è alquanto diversa dalla vita di casa in America. Ogni cosa ruota intorno all’uomo, e la vita della donna è silenziosa e solitaria. Il suo cuore ha una profondità di amore e di sentimento che sarebbe sorprendente per gli estranei, se si potesse conoscere. All’ombra e nel silenzio di quelle case vi sono tesori di poesia e di amore sconosciuti a tutti, fiori di sacrificio che sbocciano e muoiono in silenzio, ma non interamente invano. La madre circonda la vita di suo figlio con tutto il suo amore, perché c’è pochissimo dialogo fra padre e figlio, e in nessun altro periodo dell’anno madre e figlio vivono intensamente come a Natale. Tutta la passione del cuore della donna si riversa allora su suo figlio in modi semplici, toccanti, bellissimi. Le madri abruzzesi non conoscono la geografia del Nuovo Testamento, ma i fatti relativi alla nascita di Cristo sono vivamente situati da lei in posti ad essa familiari. La sua immaginazione è stimolata dalla santa festività e spesso la si può sentir parlare a suo figlio così: “È così freddo, il vento soffia dalle montagne e c’è tanta neve. La Madonna è in viaggio per portare il Bambino nella nostra chiesa. Essa si rattrista perché il freddo, un freddo birbone, e cerca invano di avvolgersi nel suo mantello mentre cavalca il povero asinello. Il vento soffia sempre più forte dal Gran Sasso e la neve fa mulinello intorno a lei”. C’è tanto della sofferenza materna nella sofferenza della Donna Divina che essa descrive mentre cavalca la pianura innevata!
È anche da sua madre che il bambino sente parlare della Befana, che corrisponde più o meno alla nostra Santa Claus. C’è una differenza, tuttavia, poiché la Befana è una donna, una bella signora, come dice la gente in Italia. Durante il Natale essa se ne va in giro domandando ad ogni casa se i bambini sono buoni o cattivi, così può sapere se deve mettere caramelle e giocattoli nella calza che essi attaccano al caminetto, o mettere soltanto un pezzo di carbone. I bambini la descrivono secondo il loro ideale di bellezza. Mi ricordo che io solevo descriverla come la mia insegnante, una giovane donna che doveva venire dalla vicina città de L’Aquila fino al mio villaggio e vestiva così bene in confronto alle mie povere contadine. La Befana ha una bella carrozza guidata da bianchi cigni, mi diceva mia madre; ma alcuni bambini che venivano a casa mia mi dicevano che le loro madri avevano raccontato che cavalcava una scopa ed era molto grassa, così dicevano e allargavano, curvandole, le braccia.
La vigilia di Natale tutta la famiglia si riunisce per il cenone. Il padre siede a un capo della tavola, il figlio maggiore all’altro capo e la madre e gli altri figlio fra loro. I bambini hanno preparato una lettera a scuola, che mettono in genere nel tovagliolo piegato del padre. In questa letterina si trovano i soliti auguri e le solite frasi stereotipate, ringraziamenti, promesse; ma al momento esse certamente significano molto perché occhi del padre brillano di lacrime mentre si alza e benedice i suoi bambini. Dopo cena di solito sedevamo a cerchio intorno al fuoco, sotto la protezione della grande cappa, che sembrava riunire e tenere insieme tutte le sensazioni e tutti i sentimenti. Là dicevamo il rosario e pregavamo più a lungo del solito per i nostri morti. Come erano intimi quei momenti! Fuori la neve cadeva tranquillamente; dentro, l’intera famiglia era radunata al tradizionale ceppo che ardeva.
Posso chiudere gli occhi e vedere tutti intorno al fuoco, e l’intera cucina illuminata dalla fiamma, che trasformava i riflessi sul rame appeso sulle pareti in macchie color sangue, e più profonde le ombre delle travi sul soffitto.
Tutti questi sono i ricordi della mia infanzia, come ho già detto. Da allora molto di ciò è scomparso, poiché gli Abruzzi sono giunti sotto l’incantesimo di un’epoca scettica di adorazione del denaro. Ma la guerra ha portato ancora un altro ciclo di cambiamenti e ha portato la gente verso una mentalità più caratteristica degli Abruzzi del tempo andato. Hanno gli Abruzzi, forse come il resto del mondo, vissuto una grande illusione durante molti anni, agognando troppo il denaro, il piacere e i divertimenti eccessivi?
La grande cappa proteggerà di nuovo con la sua ombra la pace delle famiglie quando la tempesta che oscura il cielo dell’Europa sara passata? Il prossimo Natale, come un’alba purificatrice, dissiperà quella tempesta, benedirà i morti, e conforterà quelli che sono soli nelle loro case deserte, portando nuovamente la pace della vita pura e semplice?
Natale 1917
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Lo scritto è tratto da “The Temple University Magazine, Philadelphia – Dec. 1917”. Esso porta una dedica che suona così: “Ai miei genitori il primo articolo scritto in una rivista americana – Mimmo –“. Philadelphia, 14 dicembre 1917.
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*Commento di Fulgo Graziosi
Ho voluto dedicare la pubblicazione di questo racconto a tutti i bambini dell’Aquila per onorare la memoria di un nostro illustre concittadino, grande umanista e critico letterario, che ha tenuto alta la bandiera della cultura italiana in America e nel mondo, affinché i ragazzi di oggi possano fare un confronto sul modo di vivere e di sentire la ricorrenza delle festività natalizie. Attraverso la lettura di questo brano si rileva l’esaltazione e l’attaccamento al viscerale bene materno, ai ricordi, ai minimi particolari, capaci di farlo tuffare con la fantasia, con gli occhi chiusi e nell’assoluto silenzio della lontana terra straniera, in un bagno di ricordi di vita vissuta in famiglia, nella casa paterna, nella chiesa parrocchiale, nella scuola, con gli amici e con le persone più care. Sono certamente momenti di alta intensità, che hanno sicuramente fatto commuovere il nostro concittadino, il cui cuore, tra le altre cose, era profondamente addolorato per le cattive notizie che giungevano dal fronte della Prima Guerra Mondiale, dalle quali sembrava che il nostro Paese dovesse soccombere decisamente da un momento all’altro. Tra le righe di questo racconto si rileva che l’autore, pur vivendo fisicamente a Philadelphia, mentalmente navigava velocemente tutti i giorni verso la sua terra, il suo villaggio, la sua Patria lontana, verso la mamma, la famiglia che aveva lasciato per contribuire a diffondere nel mondo la vera “cultura” italiana.
Chi era Domenico Vittorini. È’ nato a Preturo dell’Aquila il 28 ottobre 1892 ed è morto a Philadelphia il 9 marzo 1958. ha insegnato per 39 anni all’Università di Pennsylvania e presso l’Istituo di Musica e il Conservatorio di Musica della Pennsylvania. Ha scritto: The Age of Dante (L’Età di Dante); Through the Centuries (Attraverso i secoli); Old Italia Tales ( Vecchi racconti italiani); High Points of Italian Literature (Punti salienti della Letteratura Italiana); Drama of Luigi Pirandello (Il dramma di Luigi Pirandello)- tradotto in lingua italiana dalle nipoti Gabriella Vittorini e Albarosa Elia -;Modern Italian Novel (Il romanzo italiano moderno); Italian Grammar (La grammatica italiana) ed una lunga serie di racconti e di critiche letterarie pubblicate sulle maggiori riviste letterarie americane.
Si è laureato giovanissimo presso l’Università di Roma e, prima di insegnare all’Università di Philadelphia, è stato docente presso la prestigiosa Temple University.
Merita attenta lettura una toccante lettera di Pirandello, indirizzata personalmente a Vittorini dopo la pubblicazione del sua libro “Il dramma di Luigi Pirandello”, nella quale afferma decisamente che, per la prima volta, si sente obiettivamente sottoposto ad una vera analisi critica, che lo ha visto camminare dritto, senza essere definito storpio o claudicante da quei “soloni” che non avevano capito nulla del vero dramma interiore dello scrittore e che avevano deviato, di proposito, i veri messaggi culturali che Pirandello voleva far giungere alla società del momento ed ai posteri.
È stato presidente dell’Associazione americana degli insegnanti di lingue moderne e coeditore (o editore associato) di Symposium, edito dalla Syracuse University e del Modern Languages Journal. Durante l’avvento del fascismo fu inviato dal Governo Americano in Italia per studiare e riferire sulle innovazioni italiane connesse alle problematiche delle corporazioni e delle innovazioni sociali apportate in materia di collocamento e di previdenza sociale. Taluni di questi provvedimenti furono oggetto di tangibile applicazione anche negli Stati Uniti d’America.
Le spoglie di Domenico Vittorini e della vedova Helen Whitney Vittorini riposano nella cappella di famiglia presso il Cimitero di Preturo. I figli Carlo, valente giornalista ed editore, attualmente in pensione, la figlia Elena, deceduta da pochi mesi, ed i nipoti Sthephen, Carolina, Robert e Susan vivono attualmente negli USA e, spesso, tornano a trovare i parenti di Preturo, ai quali si sentono affettivamente legati.