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Psicologiamo, non toccate la coperta di Linus

di Roberta Bernardi*

State per diventare genitori? Allora sicuramente avete già preparato un “nido” per accogliere il vostro pargolo. Non è raro infatti vedere nella culla del bimbo, già prima della sua venuta al mondo, un morbido oggetto di peluche che lo attende. È questo il primo compagno che i genitori hanno premura di dare al loro bebè in segno di accoglienza e per comunicargli la loro attesa e il desiderio di non lasciarlo solo.

Questo peluche (che prende il nome di oggetto transizionale) entra pian piano a far parte del corredino del bambino e a stargli vicino in ogni momento: quando succhia al seno, quando deve fare il ruttino, prima di addormentarsi cullato dalle braccia della mamma,etc.. assorbendo così gli odori non solo della madre né solo del bambino ma del loro stare insieme. La sua costante presenza, sin dalla culla, diventa rassicurante poiché ricrea intorno al piccolo un ambiente ben conosciuto testimone della cura amorevole e presente dei suoi genitori.

Queste funzioni di rassicurazione, di protezione e di presenza costante, che l’oggetto prende nel tempo, continuano a essere svolte man mano che il bambino cresce, rievocandole in ogni situazione e permettendo al piccolo di sentirsi sempre rassicurato e protetto.

Avete mai osservato il comportamento dei genitori con i loro bebè? Io si e ho notato, come avrà fatto ognuno di voi, che ogni coppia genitore-bambino costruisce una modalità specifica di relazione, di comportamenti stereotipati che si ripetono sempre nella stessa maniera e che permettono di sperimentare delle emozioni molto piacevoli e uniche. L’oggetto transazionale, per il fatto di esser presente accanto al bambino anche e soprattutto nei momenti relazionali intimi, diventa testimone dello stare bene insieme.

Questo oggetto, che inizialmente si trova quasi accidentalmente coinvolto nelle relazione a due tra madre e bambino, ne diventa poi lo strumento principale che permetterà in futuro al bambino di replicare la stessa attività, di procurarsi le stesse sensazioni e riattivare le stesse emozioni anche da solo, cioè anche quando la mamma non è con lui.

L’oggetto transizionale nasce dunque nella relazione e grazie a questa! Non è né scelto solo dal genitore né solo dal bambino, quest’ultimo lo sceglie tra le varie possibilità che il genitore ha creato e messo a sua disposizione più o meno volontariamente. È un oggetto che appartiene al bambino nella misura in cui è lui ad averlo investito di certe funzioni e lo utilizza sistematicamente per ricreare a suo piacimento la situazione relazionale che gli consente di star bene e che lo fa stare tranquillo.

La così detta “copertina di Linus” sarà lì quando il nostro bambino dovrà addormentarsi da solo nella sua cameretta, sarà presente all’ingresso al nido, quando si va le prime volte dai nonni…. insomma, in tutte quelle occasioni dove mamma e papà non sono presenti e almeno fino ai 36 mesi.

Dopo i 3 anni, il ricorso all’oggetto transizionale diventa meno ossessivo: il bambino ha bisogno di sapere che l’ha con sé e che nessun altro può prenderlo, ma non ha bisogno di interagirvi continuamente. Ciò non vuol dire tuttavia che sia pronto a separarsene. Il bisogno di ricorrervi nei momenti di insicurezza, di tensione o di passaggio continua a esser vivo e il suo peluche deve essere lì per ricordargli quello “stare insieme” e tutte le sensazioni piacevoli collegate a questo stato.

Dopo i 4 anni, l’oggetto transizionale sembra man mano svuotarsi della sua funzione di inseparabile compagno di vita. In realtà il suo significato emotivo per il bambino non cambia, ma non ha più bisogno di portarlo costantemente con sé, anzi vuole proteggerlo dal mondo esterno e non condividerlo con i suoi compagni di gioco. Chi di voi ha dei figli ha potuto osservare personalmente come il bambino, in questa fase della sua vita, costruisce un nido per il suo amico del cuore, sottraendolo così agli altri, alle richieste di prestito degli amichetti, e utilizzando altri oggetti, meno importanti dal punto di vista dell’identità personale, come strumento di scambio sociale.

Quando è il momento di separarsi dall’oggetto transizionale? Non esiste un momento preciso, sicuramente bisogna lasciare che il bambino sia pronto a compiere questo passo da solo, senza obblighi e forzature e questo alla luce del ruolo che esso svolge nello sviluppo emotivo, psicologico e sociale del nostro piccolo. Ciò che tuttavia noi genitori possiamo fare è sostenere i processi di attaccamento, di consolidamento, di differenziazione e infine di lenta simbolizzazione.

Questo concretamente concretamente vuol dire:

. Viviamo con il nostro bebè da subito una relazione intensa emotivamente e capace di contenere e rielaborare le sue emozioni.

. Stabiliamo delle routine cariche di affetto e rassicuranti per il nostro piccolo.

. Non evitiamo che ci siano momento di separazione, piuttosto offriamo al nostro piccolo un mezzo che gli permetta di continuare il rapporto sospeso e di attendere senza disperare la sua ripresa.

. Lasciamo che si affezioni a un oggetto e che questo oggetto trasporti i vissuti e le emozioni del nostro piccolo seguendolo ovunque egli vada.

. Nel momento in cui il nostro bambino mostra di non aver più bisogno di rimanere attaccato (fisicamente) a tale oggetto, aiutiamolo a creare in casa un nido per il suo peluche affinché sia sicuro di riaverlo nel momento del bisogno.

. Favoriamo l’utilizzo di altri oggetti quando si esce o si gioca con altri bambini, in modo da traslare le funzione dell’oggetto transazionale su altri giocattoli.

In tutto questo percorso, che come avrete appreso dura anni, non dimentichiamo mai che il bambino vive delle reali esperienze d’amore anche se con degli oggetti. È indispensabile non solo rispettare queste emozioni ma anche la maniera in cui si esprimono e comprenderne quindi la valenza simbolica.

Ricordiamoci che una separazione diventa accettabile solo se la relazione è stata interiorizzata, cioè se la si porta dentro e né il tempo, né la distanza, né una persona può distruggerla.

roberta bernardi

*Psicologiamo, la nuova rubrica di Roberta Bernardi per il Capoluogo.it
34 anni, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, Roberta è al nono mese di gravidanza ed attende con trepidazione di conoscere Azzurra ed Aurora. Attualmente impegnata in PhD presso l’Università degli Studi di L’Aquila, è specialista in psicopatologia infantile e adolescenziale con annesse problematiche familiari. BLOG: Roberta Bernardi