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La Dea e l’Arcangelo: le donne nella storia raccontate da Maria Grazia Lopardi

*di Andrea Giallonardo

Da quattordici anni l’associazione Panta Rei è attiva a L’Aquila con la costante promozione di eventi culturali sotto la guida della presidente, Maria Grazia Lopardi, assidua studiosa di simbolismo sacro, storia medievale e tradizioni iniziatiche. Molte sono state le pubblicazioni su questi argomenti da parte della Lopardi che ha presentato il suo ultimo lavoro mercoledì 16 dicembre alle ore 18:00 presso l’Auditorium Sericchi in Via Strinella 88. Il libro è intitolato Voci dall’Anima: La Dea e l’Arcangelo, si tratta di un’opera che l’autrice ha scritto sulla scorta di esperienze personali vissute nell’arco di molti anni, esperienze che l’hanno aiutata ad ascoltare con sempre maggiore attenzione quella voce speciale che parla costantemente ad ognuno di noi. Non è facile metabolizzare tutte le nozioni che una studiosa di materie così sfuggenti come quelle spirituali può fornire tuttavia si cercherà di renderne un’adeguata esposizione.

Nell’epoca odierna, l’epoca della cacofonia degli ingorghi stradali e della musica a tutto volume, l’uomo ha smesso di ascoltare la voce dell’anima, il sussurro della coscienza. Si tratta di un bisbiglio che accompagna il nostro agire quotidiano e che, se ascoltato, può aiutarci a condurre una vita più giusta e serena; l’autrice è partita dalle sue esperienze per poi estendere questo concetto all’umanità intera identificando quel flebile sussurro con la voce della Dea. Si tratta della Dea che un tempo gli uomini veneravano e che ora invece hanno dimenticato: Madre Terra. Da questa prima considerazione la Lopardi è arrivata a tracciare la storia dell’idea di femminile e del ruolo delle donne nella società partendo dagli albori del genere umano.

Il succo del discorso dell’autrice si può riassumere pressappoco in questo enunciato: quando siamo immersi nella natura, nel silenzio, tendiamo ad avvertire una presenza che non riusciamo ad interpretare razionalmente, è lo spirito della Natura; oggi non ci curiamo più di Madre Natura, la sfruttiamo e la maltrattiamo così come nella società vengono spesso sfruttate e maltrattate le donne.

Non è stato sempre così, intorno a 30.000 anni fa la società umana poggiava su valori assai diversi da quelli odierni; era una società ginocentrica che viveva dei frutti della terra. Gli antichi cacciatori e raccoglitori avevano ben presente come il loro sostentamento dipendesse dalla benignità della natura nell’elargire i suoi doni. I connotati femminili attribuiti alla natura fece sì che le antiche società fossero di tipo matriarcale, a noi può sembrare incredibile eppure molte sono le prove a sostegno del fatto che i membri più rispettati delle antiche tribù non fossero uomini bensì donne. Erano le sacerdotesse ad essere depositarie della conoscenza circa la natura ed i suoi misteri, ad esse si rivolgevano le giovani spose per vedere propiziata la propria fertilità ed erano loro ad officiare i riti di passaggio nell’alternarsi delle stagioni.

Queste figure hanno rivestito un’enorme importanza per un tempo molto più lungo di quanto potremmo pensare, almeno fino all’avvento del Cristianesimo che le etichettò come streghe. Ci dice Esiodo nella Teogonìa che all’inizio c’era Eurinòme che emerse nuda dal caos primordiale e, non trovando nulla su cui posare i piedi, separò la terra dalle acque. Fece poi scaturire dal Vento del Nord il grande serpente Ofione e si unì con lui per generare tutte le cose esistenti. Questo mito era molto diffuso presso i Pelasgi, gli abitanti preellenici della Grecia, e, seppur raccontato in maniere differenti in base alle zone, in tutto il bacino del Mediterraneo. Una caratteristica di Eurinòme è quella di essere sempre vergine benché si unisca ciclicamente col suo sposo, da lei stessa creato, per generare la vita ad ogni primavera. In base al mito lo sposo muore dopo ogni unione per poi essere di nuovo generato dalla Dea Madre, egli è il paredro, ossia lo sposo momentaneo che verrà meno una volta assolto il proprio dovere. Non è un caso, poi, che il paredro sia stato immaginato sottoforma di serpente; animale ctonico e misterioso il serpente si annida nel tepore del ventre della Grande Madre, custodendone i più intimi segreti. Il suo letargo e soprattutto la muta rappresentano il perenne ciclo della Dea che con le stagioni regge e governa tutti i suoi figli; rappresentato mentre si morde la coda è il simbolo dell’eterno ciclo senza inizio né fine.

Nell’antica Grecia sarà solo con l’arrivo dei Dori e degli Achei che il potere cesserà di essere tramandato in maniera matrilineare tuttavia l’importanza delle donne come custodi del sapere più arcano non venne meno; i vaticinii della Pitia di Delfi continuarono ad essere tenuti in enorme considerazione così come la Vergine Atena rimase la protettrice della democratica Atene.

Anche a Roma il genere femminile fu il cardine della vita spirituale, spettava alle Vestali vegliare sul Sacro Fuoco, esse dovevano mantenere intatta la propria verginità ed allevavano i serpenti, animali che rappresentavano la conoscenza.
Nel mondo antico non esisteva pantheon privo di una divinità così potente da generare essa stessa colui con cui si unirà e questa figura trasmigrò nel Cristianesimo grazie alla figura di Maria.

Il Cristianesimo non ha mai avuto un rapporto sereno con le donne tanto da negare loro la conoscenza e ribaltare il significato della figura del serpente, che in passato era il principale attributo della Grande Madre e delle sue sacerdotesse. Tuttavia se la Dea delle antiche religioni era vergine e madre tale è anche la Madonna cristiana, se la Grande Madre era signora di tutto, dei luoghi, degli animali e dei mestieri noi oggi abbiamo tante Sante e Madonne protettrici degli stessi luoghi, animali, mestieri e delle istituzioni sociali. Nel tentativo (in gran parte e per lungo tempo riuscito) di sancire la predominanza del genere maschile il Cristianesimo, nella figura di Maria, ha lasciato le donne al centro della spiritualità occidentale. Una spiritualità che oggi sembra essersi persa e con essa molti princìpi morali. In una cultura priva di forti valori immateriali di riferimento le nefandezze trovano ampio spazio come possiamo tristemente vedere, è anche da questo che nascono gli stupri, della Natura e delle donne.
Riguardo al ruolo che l’Arcangelo ricopre nel libro la Lopardi ha rimandato alla pubblicazione stessa: tuttavia lo stimolo alla lettura viene soprattutto dagli argomenti su riportati, profondamente affascinanti soprattutto per chi ne è digiuno.

*giovane lettore