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Chi ha detto che L’Aquila è morta?

di Raffaella De Nicola

Chi ha detto che L’Aquila è morta?

I numero sono 18 e 33. Gli orari 10.00/13.00 e 15.30/18.30.La premessa è un gruppo di amici rumorosi intorno ad un tavolo, lo stretching è allungare il braccio mettendo in comune, la voglia è il fare, l’obiettivo è in realtà l’obbiettivo fotografico. Lo scenario è il jazz sinuoso fra transenne e impalcature fino al 22 dicembre prossimo, e guarda indietro, a settembre, quando tutta la città dell’Aquila divenne un enorme palcoscenico suonante.

La mostra “Una città per suonare”, di questo stiamo parlando, autofinanziata, è sotto un cielo a cassettoni della fine del 1500 a Palazzo Fibbioni contenitore culturale, ai quattro cantoni, di un’energia vitale che si incardina all’interno delle fratture del sisma, pettinando le leggi devastanti del caos che strattona l’uomo come birillo. L’ esposizione è il segno tangibile rimasto, se Gianni Pini, organizzatore insieme ad altri del “jazz italiano per L’Aquila” ha raccolto il fermo immagine dei 33 ritratti e parlato della II edizione per il prossimo 4 settembre 2016, occasione grandiosa dalle grandi potenzialità per la città, che aderisce perfettamente alla nostra tradizione musicale e speriamo diventi un palinsesto per gli anni futuri.

Chi ha detto che L’Aquila è morta?

I 18 autori, fotoamatori e professionisti, bianco e nero, digitale e pellicola, hanno così fissato l’ intenso momento collettivo e catartico, restituendo la bellezza di una festa con i primi piani che stemperano il sottofondo delle algide impalcature con la grande forza terapeutica delle espressioni artistiche. C’ è proprietà tecnica ma anche divertimento, passione di chi fotografa e di chi è fotografato inconsapevolmente, penso mentre guardo le foto e mi sembra di essere da loro guardata, con una magia che continua perché sono lì e non qui, ritrovo la memoria di un anno particolarmente ricco iniziato con gli alpini passando per il festival e toccando le mostre.

Chi ha detto che L’Aquila è morta?

Salgo al secondo piano di Palazzo Fibbioni, chi ha detto che L’Aquila è morta? (mirabile la colorita risposta sotto i portici “zieta è morta”) penso girando intorno alle belle opere del Museo Nazionale d’Abruzzo nell’esposizione sui “Mitici anni Cinquanta”. Riscendo sotto e fra una chitarra ed una tromba, affacciandomi, vedo lo scempio dei balordi con lo spray sulle colonne appena pulite dei portici. Ma vedo anche, accanto a quello, uno desueto movimento cittadino per un nuovo palazzo che si riapre a via Tempera, per la porta Santa di San Bernardino, per i mercatini natalizi e penso che qualcosa sia cambiato e stia cambiando, nonostante tutto. Forze dal basso spingono in questo collage imperfetto e sembra che il corredo urbano natalizio, con luci appariscenti e sfavillanti in questo Natale aquilano, siano premonitrici di una ripresa, esorcizzando la vitalità ingabbiata di una città per tanti anni abbandonata e silenziosa, ma stanca di esserlo.

Chi ha detto che L’Aquila è morta?

Le fotografie sono, in ordine di apparizione, di Stefano Di Scipio, Mauro Branchi, Pierluigi Pietropaoli, Marco Equizi.