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Free Palestina: intervista a Jacopo Intini sulla questione palestinese

Spazio ai giovani su IlCapoluogo.it, grazie ad una collaborazione con ‘’I Portici’’, il giornalino studentesco dell’Istituto nazionale Domenico Cotugno dell’Aquila. Gli studenti affrontano il tema caldo della questione palestinese con una intervista a Jacopo Intini, ex studente del  liceo che ha vissuto proprio nei mesi scorsi un’esperienza presso il campo profughi di Aida, presso Betlemme.

di Sara Spimpolo*

La questione palestinese è piuttosto complicata da comprendere e soprattutto da risolvere e si trascina da oltre mezzo secolo.

Per cercare di capirla meglio ne abbiamo parlato con Jacopo Intini, ex studente del nostro liceo che ha vissuto proprio nei mesi scorsi un’esperienza presso il campo profughi di Aida, presso Betlemme.

Jacopo, quali sono le ragioni del conflitto?
“Esso ha radici precedenti alla fondazione dello stato di Israele e risale infatti al 1897 anno di nascita del movimento sionista, una sorta di estremismo ebraico fautore della fondazione di tale stato,avvenuta poi nel 1947. Anticamente le popolazioni residenti in Palestina convivevano pacificamente, ma dal ’47 in poi la situazione degenerò ed iniziò il conflitto per la sparitizione del territorio.
Di conseguenza inizió l’occupazione di due aree palestinesi: la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Avvenne quella che in arabo è detta Nakba ‘catastrofe’: l’esercito israeliano sfrattó la popolazione araba, da sempre residente in quelle terre, per far posto ai coloni ebrei e molti palestinesi che non si sentirono di lasciare la propria terra confluirono in  campi profughi all’interno della Palestina stessa ed Aida è uno di questi”.
Hai avuto la possibilità di vedere con i tuoi occhi la realtà di quelle zone.

palestina

Ti aspettavi una situazione migliore o peggiore?
“Premetto che per quanto tu possa essere informato sulla situazione, non è mai come te l’aspetti. Una cosa che mi ha colpito é l’assurdo dislivello economico che c’è tra i campi profughi ed i centri delle città più vicine: Betlemme ad esempio è una città turistica con molto benessere mentre ad Aida, come in tutti i campi profughi, non c’é acqua ne’ elettricità e si vive di sussistenza”.
L’Informazione che arriva al resto del mondo è corretta?
“Nessuno parla della reale situazione dei civili. Una frase che si sente di continuo è ”Hamas usa la popolazione come scudo umano” ma questo è solo un modo per giustificare l’alto numero di civili uccisi da Israele. È questo il vero problema: si parla di massimi sistemi o complesse strategie politiche, ma, semplicemente, non del diritto all’esistenza dei palestinesi. Cosa che ogni giorno viene loro negata o comunque messa in discussione. La Cisgiordania è divisa da un muro. C’è una situazione che Nelson Mandela definì “peggiore dell’apartheid sudafricano”. Combattono contro i carrarmati lanciando sassi. I media fanno passare questo conflitto come una guerra, ma in realtà non lo è mai stata: semplicemente perché non esistono due eserciti.
Dopo l’attacco a Charlie Hebdo il mondo è stato giustamente scosso da una forte indignazione per la morte dei 12 giornalisti, ma probabilmente nessuno sa che la Palestina è l’area con il più alto numero di giornalisti uccisi, quarantasei, diciassette dei quali solo nei bombardamenti di quest’estate. Sono i grandi paradossi del mondo occidentale: se le cose ci succedono in casa c’è un ampia risposta da parte di tutti, come in in questi giorni con i fatti francesi, ma poi quando si tratta di ampliare le proprie visioni, sembra non interessare più di tanto. Viviamo in un mondo globalizzato, dobbiamo abbandonare il concetto di ‘non succede in Europa, non é affar nostro’, e proprio i fatti accaduti a Parigi ce lo confermano drammaticamente. Oramai credo sia chiaro che la maggior parte dei problemi in queste aree sono dovuti a discutibili politiche mondiali.
Raccontaci qualche episodio che ti ha colpito nel campo”.
” Io sono stato ad Aida con un’associazione che lavora in un campo estivo che nei mesi invernali è adibito a scuola. I bambini palestinesi sono fantastici, hanno una consapevolezza e un coraggio che non ti aspetteresti mai in un bambino”.
“Nel corso di un’incursione dei soldati israeliani nel campo ho visto un bambino, non più di 7 anni, che stava lanciando sassi contro i militari. Uno di questi gli si avvicina,lui posa il sasso e fa cenno al soldato di lasciare a sua volta l’arma così da potersela vedere ‘da uomo a uomo’. La risposta dell’israeliano è stata quella di posare il fucile con le pallottole di gomma e prendere quello con le pallottole vere…”.
Facendo nostre le parole di Jacopo invitiamo tutti a non fermarsi all’informazione di ‘regime’ e ad avere uno sguardo più critico nei confronti di tutto quello che ci viene detto.
Abbiamo ormai i mezzi per costruirci una cultura indipendente dai mass media “classici” e dobbiamo farlo, perché molte delle convinzioni che ci sono su questo conflitto si basano anche sull’ignoranza di come stanno veramente le cose.
Se proviamo a distaccarci da una visione solo politica della situazione ed approcciamo questi temi anche da un punto di vista umano ci rendiamo conto che queste storie non possono non appartenere a ciascuno di noi.

*redazione ”I Portici”

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