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Gran Sasso d’Italia. Promozione, sviluppo e regressione

di Fulgo Graziosi

Correva l’anno 1934 quando venne portata a termine la realizzazione della funivia che, da Fonte Cerreto, raggiunse l’albergo di Campo Imperatore. La localizzazione della struttura ricettiva, dopo svariate ipotesi, venne stabilita nell’attuale posizione per permettere ai turisti di ammirare L’Aquila e la sottostante conca. Strategicamente, forse, non fu la posizione ottimale, soprattutto per la evidente esposizione alle correnti d’aria. Comunque, a quei tempi, sembrò la migliore soluzione per la ragioni già citate.

A quell’epoca un impianto a fune capace di portare in quota 25 persone alla volta costituì un bel traguardo. L’opera fece notizia. Venne ammirata e invidiata da gran parte degli italiani. Gli aquilani, però, non seppero valorizzare e gestire il gioiello posto nelle loro mani. Non sfruttarono opportunamente il potenziale che avrebbe potuto cambiare le sorti socio economiche del territorio. Sarebbe stato sufficiente guardarsi attorno per capire che erano state gettate le basi per il decollo turistico estivo e invernale dell’aquilano.

Soltanto dopo qualche anno venne realizzata una slittovia a Roccaraso e nel 1936 parti la valorizzazione del Terminillo.

Non esistevano altre strutture turistiche del genere nel centro Italia.

La zona venne servita anche da una sciovia che riportava gli sciatori nei pressi dell’albergo dalle Fontari. Successivamente, venne realizzata anche la seggiovia della Scindarella. Pochissime piste malgrado l’ampiezza di un bacino di tutto riguardo.

L’ultima guerra causò una battuta d’arresto generale, non solo per il turismo, ma per tutte le attività produttive della Nazione. Nell’immediato dopo guerra, l’Amministrazione comunale non seppe salire sul treno che recava i benefici della ricostruzione. Probabilmente, anche allora, la mentalità conservatrice degli amministratori locali preferì lasciare la gestione di quell’enorme complesso alla macchina comunale, oberata da maggiori e più impellenti problemi.

Lo sviluppo turistico passò in secondo piano. L’Aquila rimase chiusa all’interno delle mura cittadine per diversi decenni e, con la stessa città, il Gran Sasso non riuscì a fare il salto di qualità, tanto che non fu neppure possibile entrare nei grandi circuiti del turismo invernale.

La stazione invernale è sopravvissuta stancamente nel tempo, trascurata dalla burocrazia comunale. La buona volontà di alcuni operatori turistici e la caparbietà di qualche volontario maestro non furono sostenute adeguatamente dalla pubblica amministrazione e, pertanto, la stazione turistica si è avviata verso il degrado e verso la disattenzione da parte dell’utenza della montagna.

Eppure, per un breve periodo conquistò l’attenzione degli appassionati italiani dello sci con la famosa competizione che andava sotto la denominazione di “Tre giorni del Gran Sasso d’Italia”. Proprio in una di queste competizioni il campione nazionale Zeno Colò fu chiamato a fare l’apripista della gara che percorreva la lunga pista corrente dal Rifugio Garibaldi fino alla stazione intermedia della funivia. Il giudizio di Zeno Colò fu eccellente.

“La discesa non aveva nulla da invidiare alle piste nere delle Alpi”.

Il suggerimento di andare avanti, di progredire non fu recepito e anche questa manifestazione finì nell’oblio.

I danni non sono stati solo questi. Nell’arco di un decennio le aree turistiche di Roccaraso e del Terminillo sono letteralmente esplose. Hanno di gran lunga superato le strutture aquilane. Si sono modernizzate e adeguate alle esigenze dell’utenza, mentre il Gran Sasso è rimasto al palo.

Non basta. Qui cominciano i mali maggiori. Tenuto conto dell’inerzia aquilana si sono avvicinati al turismo invernale quasi tutti i Comuni dell’Altopiano delle Cinque Miglia e delle Rocche. Anche questi hanno superato di gran lunga la struttura turistica aquilana.

Per cercare di rialzare la testa, il Comune decise di rinnovare totalmente l’impianto di risalita della funivia, realizzando una struttura ultramoderna con una cabina capace di trasportare fino all’Albergo di Campo Imperatore ben cento persone per volta. L’iniziale entusiasmo degli sciatori ben presto è scemato perché, una volta raggiunto l’albergo in numero assai considerevole, i due soli impianti di risalita sono risultati inadeguati per la moltitudine degli utenti, i quali, successivamente, non sono più tornati. Senza nulla togliere all’opera, occorre rilevare che l’eliminazione della stazione intermedia ha negato, da quel giorno, la possibilità agli sciatori di utilizzare il canalone che va verso l’intermedia, perché non esiste più la possibilità di usufruire della funivia per ritornare in quota. Perciò è venuta meno una bella e lunga pista utilizzabile per gran parte della stagione invernale. Si sono realizzati, invece, gli impianti di risalita di Monte Cristo, le cui piste sono completamente esposte a sud e prevalentemente fruibili solo in quota, poiché in basso la neve ben presto risulta acquosa e poco sciabile.

Il buon cittadino, l’uomo della strada, il contribuente, l’accorto amministratore, a questo punto, avrebbe dovuto porsi qualche quesito. Avrebbe dovuto chiedersi perché l’enorme potenziale del Gran Sasso non sia riuscito mai a decollare. Sarebbe stato sufficiente guardarsi intorno per capire che molte cose non sono state intuite, non sono state percepite, non sono state affrontate, non sono state portate all’attenzione della cittadinanza in maniera chiara e corretta. È stata creata anche una struttura collaterale a quella comunale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Enormi e crescenti perdite economiche che lo stesso Comune stenta ancora oggi a ripianare con notevoli ritardi e con molta stanchezza.

Basterebbe soffermarsi per poco tempo ad osservare questa impietosa tabella, nella quale sono riportate le potenzialità delle maggiori stazioni turistiche abruzzesi, per capire che, fino ad oggi, la Città aquilana con le varie amministrazioni che si sono succedute nel tempo, ha praticato alla perfezione la politica del gambero.

PRINCIPALI STAZIONI SCIISTICHE DELLA REGIONE ABRUZZO
Stazioni sciistiche Gran Sasso

 

Le cause sono sempre le stesse. Mancanza di confronto e dialogo con i cittadini. Scarsa progettualità in funzione delle normative tecniche ed economiche nazionali e comunitarie. Mancato senso dell’apertura ad un bacino più ampio, che avrebbe dovuto coinvolgere tutti i Comuni della fascia pedemontana del Gran Sasso. Questo sarebbe il vero bacino e sistema turistico da perseguire, senza chiudersi a riccio nelle proprie idee restrittive. Chiusura totale all’affidamento in gestione a privati di tutto il complesso sportivo di Campo Imperatore.

Oggi, con una buona dose di superficialità, il Comune vorrebbe incamminarsi, con tante resistenze, verso il coinvolgimento dei privati. La via potrebbe essere quella giusta se si eliminassero alcuni paletti. Per invogliare il privato occorrerebbe mettere in ordine, prima di tutto, i conti di gestione dell’impianto. Poi, sarebbe necessario promuove e approvare un programma di sviluppo serio e condiviso della zona, allo scopo di coinvolgere favorevolmente tutte le istituzioni, ivi compreso gli ambientalisti. Dopo di che si potrebbe pensare di contattare, nelle forme legali, il privato, sul quale non dovrebbero essere posti gravami e gabelle di alcun genere. Anzi, l’affidamento dovrebbe avvicinarsi molto al costo zero, se si vuole partire col piede giusto per cercare di recuperare il terreno fino ad oggi perduto.

La redazione dei piani di sviluppo turistico, se veramente si vuole risparmiare, potrebbe essere affidata alla locale Università con la irrisoria spesa di due o tre borse di studio. I tempi sono difficili. Le disponibilità economiche per gli investimenti sono scarse, sia pubbliche che private. A meno che i progetti non siano veramente mirati e aderenti alle reali possibilità di sviluppo e alle esigenze dell’utenza, alla quale dovrebbero essere indirizzati favorevoli ed economici pacchetti turistici estivi e invernali.

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