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Moda Low Cost: fast-food del fashion

di Marzia Ponzi

Un tempo erano i grandi magazzini come Upim e Standa (ve li ricordate?) a creare un compromesso equo e solidale tra i capi di alta qualità e la filosofia del buon mercato, vendendo in mezzo ad una mole infinita di prodotti anche capi di abbigliamento che, strizzando l’occhio alla moda mantenevano prezzi bassi ed accessibili a tutti i portafogli.

Poi via via quegli ordinati bazar tutti nostrani hanno dovuto lasciare il passo alle multinazionali e ben più competitive catene law cost caratterizzate da un modello commerciale del tutto innovativo in cui le fasi del processo produttivo sono ridotte al minimo e la capacità di distribuzione elevata all’ennesima potenza.

Contando su un’armata di stilisti talentuosi e un’agguerrita rete di cool hunter (cacciatori di tendenze) distribuita in tutto il pianeta questi grandi fast-food del tessile hanno in pochi anni sbaragliato ogni concorrenza sferrando il colpo finale all’inossidabile e super esclusivo mondo del pret-à-porter, al quale pure si sono sempre ispirati, copiando a volte di sana pianta e senza diniego intere collezioni rivendute poi, salvo immodestia, alla velocità della luce.

Perché diciamola tutta, la ex classe media, erosa da una crisi che non accenna a placarsi va ora a riempire le fila di quegli pseudo poveri non ancora sull’orlo delle sopravvivenza che nonostante tutto continuano a muovere la macchina con il loro lavoro, con i loro acquisti intelligenti, con le vacanze fai da te, con le utilitarie a metano, e anche, perché no, con gli abiti low cost. Così i colossi come Zara, H&M, Mango, Gap ecc.. aumentano il loro fatturato di anno in anno fino a raggiungere un giro d’affari da far impallidire persino le più stabili e consolidate spa, mentre le poche grandi griffe sopravvissute ad una decimazione senza precedenti arrancano a fatica aggrappandosi a l’unica arma loro rimasta: fabbricare sogni.

Ma questi sogni appartengono a una visione della moda d’altri tempi, tempi in cui gli abiti erano concepiti come oggetti di valore e sopravvivevano alle donne che li avevano posseduti, passando di madre in figlia come un’eredità inestimabile.

Oggi gli abiti rappresentano un modo di vivere molto più veloce e precario, interpretano la tendenza del momento e si esauriscono nell’arco di una sola stagione, lasciando il posto a capi nuovi di zecca ma sempre a marchio low cost. Tale flessibilità ha convinto anche le ancora ricche signore borghesi un tempo pronte a fare follie per un capo griffato oggi attratte in maniera compulsiva e maniacale da tanta paccottiglia che è chic proprio perché cheap.

Ovviamente catturare una clientela che ostenta e sfoggia solo per impressionare gli impressionabili era davvero la vetta più alta da scalare, ma ora che la democratizzazione del fashion system è avvenuta e tutti, ricchi e poveri, indossano indistintamente la stessa “stilosa robaccia” come faremo a distinguerci? Se l’omologazione di cui tanto si parla passasse proprio per queste economiche divise?

Il risultato è che tra un po’saremo tutti dei composti ed ubbidienti soldatini che credono di essere cool e originali con pochi euro e si scoprono invece cloni di milioni di altre persone nel mondo manipolati da pochi e saccenti professionisti del controllo delle menti capaci, dopo aver spento l’estro dei grandi stilisti di uccidere anche ogni forma di espressione personale che passa o almeno passava anche per la scelta del proprio look. Una provocazione? Lo spero tanto.