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L’Aquila: Il nome dell’ultima porta ritrovata

E’ una voce potente quella che arriva dalle mura dell’Aquila, 5 Km di cinta, una delle più grandi d’Italia, disconosciute, svilite, usate come pertinenze private, mura di garage o rimesse.

Un abuso che ha seppellito per secoli un diaframma uterino all’interno del quale è nata, cresciuta, morta e risorta questa incredibile città dell’Aquila, che dalle sue ceneri, chiamate macerie, si è ancora una volta  rialzata. Mura, porte e  torri che ci appaiono merlate  nel gonfalone di seta di Paolo Cardone, addobbate per il passaggio di Margherita d’Austria,  è il concio rosso ritrovato a Porta Barete a parlarne, custodi di pietre ancora più antiche nel tratto della stazione,è  l’Antica Claudia Nova, protettive contro Fortebraccio, aperte al passaggio di re Carlo D’Angiò e qui siamo ai vagiti del 1268, aperte, chiuse, poi riaperte come Porta Leone, si presentano nella varie piante come un abbraccio che contiene un’alta densità di chiese: 119 nel Fonticulano  – una ogni 63 abitanti e 117 nel Vandi – una ogni 51 abitanti.

Dobbiamo immaginarla, questa cinta muraria come un paradigma che si ripete lungo tutto il percorso: circa 15 le porte con torri svettanti, la più bella di tutte la Lavarete o Porta Barete con l’antiporta munita di due torri di fiancheggiamento  per entrare nel decumano, l’asse est-ovest, attraversarlo ed arrivare al controaltare di  Porta Bazzano in una città medievale visitata da stranieri,  re, regine e papi. La voce potente delle mura si affievolisce quando il sistema difensivo risulta superato dalle nuove tecniche di offesa. E’ l’inizio dell’oblio per arrivare all’oltraggio del secolo scorso, la costruzione di via XX settembre, l’interramento di  alcune parti e la perdita di un elemento segnico di forte identità civile. Ora siamo all’abuso pieno, all’oltraggio, alle rimesse appoggiate, ai muri di sostegno.

C’è un primo restauro nel 1999/2000 curato dal MiBACT. L’intervento regge, e salva, parte della cinta nel sisma del 2009. Altri tratti vengono invece danneggiati, le porte ruotano e crollano. Poi il finanziamento europeo di 8 milioni di euro, l’intervento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo con  sedi periferiche che intervengono e ci relazionano, oggi, qui alla sede dell’Ance, sul restauro e il recupero,  le erbe infestanti che si nutrono  della parte legante della malta,  e come si è frugato all’interno della muratura per estirparle.

Sono l’Arch. Maria Alessandra Vittorini, Soprintendente dell’Unica, e poi  l’Arch. Tonino Di Stefano a parlare. O sono le mura che parlano tramite loro, e del grande senso civico, lo stesso che le ha visto nascere, di chi rinuncia a parte della proprietà di un giardino a Porta di Bagno mentre si procede con l’uso  di   tecniche mano a mano più aggressive per rimuovere la vernice entrata nella pietra con i graffiti di imbecilli .   Giano bifronte: alcune porte, appena recuperate, presentano già incuria ed abusi, paletti e sostegni che si appoggiano alla cinta medievale mentre l’Arch. Di Stefano parla di Nino e  Alessandro, e di come questa manovalanza, forse semplice ma appassionata, di fronte una pietra trovata nel tratto della stazione, hanno scavato , e insistito, sotto la guida dei funzionari, trovato gli stipiti e riportato alla luce una porta fino ad allora murata.

E’ la scoperta. E’ la sorpresa. E’ la meraviglia. E’ la domanda: che porta sarà? E’ una voce potente, questa delle mura, che non si arrende. E allora si torna a Buccio, e poi alle piante  e poi all’Antinori e lì in una nota l’Arch. Di Stefano trova l’appunto. E’ Porta di Poggio Santa Maria, vicino l’ultimo baluardo,  come  quinta di teatro, dell’antica caserma De Rosa del 1800. E qui il cerchio si chiude. Nino, Alessandro, i funzionari ministeriali, i cittadini che rinunciano alla proprietà, costituiscono un abbraccio, forte come una cinta muraria, intorno ad una città che è potente solo se  cittadini ed amministratori guardano nella stessa direzione,  vigilano sul bene comune. Sarà questo, forse,  il senso  che permetterà di vivere le mura con camminamenti  illuminati. Quasi un percorso catartico, a restituire elementi costitutivi di una comunità, ancora lontani viste le ultime vicende giudiziarie dell’amministrazione comunale,  che possa ricucire l’identità storica e civica ridefinendo  nuove, oculate, e trasparenti trasformazioni.

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