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Il mistero del tesoro di Alarico

di Andrea Giallonardo

Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su ‘l Busento
Cupo il fiume li rimormora
Dal suo gorgo sonnolento

Su e giù pe ‘l fiume passano
E ripassano ombre lente
Alarico i Goti piangono
Il gran morto di lor gente.

Le due quartine su riportate fanno parte della poesia La Tomba nel Busento, composta nel 1820 dal poeta tedesco August Von Platen e tradotta poi in italiano da Giosuè Carducci. La composizione è ispirata alla figura di Alarico I, re dei Visigoti dal 395 DC sino alla morte, avvenuta nel 410 nei pressi di Cosenza. L’autore concentra l’attenzione proprio sulle circostanze relative alla morte e alle esequie del condottiero, ma chi era Alarico I e perché il suo nome ha suscitato nei secoli un continuo interesse da parte di scrittori e storici?

Si tratta di un capo barbaro che visse a cavallo tra il IV e il V secolo DC, in un contesto politico che vedeva l’Impero Romano d’Occidente in disfacimento. Come altri capi barbari in quel tempo combattè a fasi alterne come alleato e nemico dell’Impero che, ormai moribondo, era costretto a pagare le tribù barbare affinchè non molestassero i confini. L’equilibrio che ne derivò, come ben sappiamo, fu effimero e i barbari finirono con l’insediarsi in maniera definitiva nelle terre ad ovest del Reno e del Danubio gettando le basi dell’Europa medievale. Il fenomeno investì l’intera Europa occidentale, la nostra Penisola fu vittima di scorrerie e Roma stessa venne fatta oggetto di ripetuti saccheggi. Il primo fu compiuto nel 410 DC proprio dai Goti di Alarico, egli fu il primo capo barbaro a varcare le mura di Roma, ottocento anni dopo il sacco operato dai Galli di Brenno. Ma, a differenza di allora, nel 410 DC non vi fu nessun Furio Camillo a giungere in soccorso della Città Eterna e i Goti, dopo tre giorni di razzie, poterono allontanarsi indisturbati con un bottino immenso e numerosi ostaggi tra cui la sorella dello stesso Imperatore Onorio, Galla Placidia, la cui vicenda umana potrebbe ispirare una moderna fiction. L’orda barbarica si diresse quindi verso sud con l’intenzione di salpare alla volta dell’Africa, tuttavia a largo di Reggio una tempesta affondò gran parte della flotta proprio quando essa era in procinto di partire. Alarico guidò allora il suo popolo di nuovo verso nord ma nei dintorni di Cosenza si ammalò e morì.

Notizie riguardanti uno straordinario funerale sono state attestate sin dai decenni immediatamente successivi la morte di Alarico, Cassiodoro di Squillace ne parla nell’ HISTORIA GOTHORUM, redatta all’incirca tra il 526 ed il 533 DC. Notizie più dettagliate ci sono state fornite dallo storico bizantino Giordane nei GETICA, opera storiografica composta intorno al 552 DC; egli attesta che gli uomini di Alarico, per dare degna sepoltura al loro capo, costrinsero dei prigionieri a deviare il corso del fiume Busento nel cui letto fu poi eretta la tomba. Una volta che il sovrano vi fu seppellito con tutti i tesori trafugati da Roma le acque del fiume furono riconvogliate nel loro naturale alveo ed i lavoratori uccisi affinchè non potessero mai rivelare l’esatta ubicazione della sepoltura.

Qui si giunge al nocciolo della questione, il sud del nostro Paese ha conosciuto le dominazioni di arabi, svevi, angioini ed aragonesi, ma la leggenda del tesoro di Alarico non ha mai perduto il suo fascino e nei secoli molti sono stati i cercatori di tesori che hanno cercato invano di individuare la leggendaria tomba. Ora sembra che qualcuno voglia davvero fare le cose serie, costui è Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza, che martedì 20 ottobre ha annunciato alla Camera dei Deputati l’imminente avvio di un’accurata campagna di ricerca. Le spese saranno coperte per intero dalla Fondazione Cassa di Risparmio della Calabria e della Lucania ma non si esclude il contributo di privati. Se fossi ricco non esiterei a fare la mia parte, sarebbe meraviglioso poter contribuire a far luce su una simile leggenda così come su tutte le vicende storiche mai del tutto studiate e chiarite.

In base ai resoconti antichi il tesoro consisterebbe in venticinque tonnellate d’oro e centocinquanta tonnellate d’argento più un gran numero di monili e preziosissimi camei. Vi sarebbe inoltre la famosa Menorah, il candelabro a sette bracci simbolo della religione ebraica, portato a Roma da Tito nel 70 DC a seguito della distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Ovviamente questi dati non vanno presi alla lettera, tuttavia, anche il ritrovamento della sola sepoltura insieme al corredo funerario sarebbe una scoperta sensazionale, l’interessamento del sindaco Occhiuto, inoltre, dimostra lungimiranza poiché i siti archeologici, molti dei quali ancora da scavare, rappresentano l’unica vera ricchezza dell’Italia e del Mezzogiorno in particolare. In questo ambizioso progetto è coinvolto il politologo americano Edward Luttwak che ha mostrato un grande interesse per la vicenda e il 23 ottobre è stato ospite di Mario Occhiuto presso il Palazzo dei Bruzi a Cosenza. Il politologo ha spiegato che, essendo da anni consigliere strategico di Israele, potrebbe convincere un ingegnere israeliano a fornire per le ricerche uno dei droni che il loro governo utilizza per individuare i depositi di armi di Hamas. Si tratta di tecnologie avanzatissime, tuttavia le autorità israeliane hanno fatto sapere che si muoveranno solo davanti a prove certe, il che dovrebbe costituire un motivo in più per dare inizio a serie ricerche.

In verità viene da pensare se sia davvero necessario ricorrere agli israeliani, è mai possibile che un Paese come l’Italia non abbia i mezzi necessari per svolgere autonomamente minuziose ricerche archeologiche? C’è da dire poi che il tesoro continuerebbe ad esercitare un potere attrattivo anche se non venisse trovato poiché le suggestioni, se ben utilizzate, attirano curiosi e studiosi anche se poco fondate. Si tratta, come già detto, di saperle utilizzare, ma su questo è meglio tacere in quanto sulla cattiva gestione dei nostri inestimabili tesori di monumenti e memorie millenarie si potrebbe scrivere un libro nero. Auguriamoci invece che queste ricerche possano essere felicemente avviate e magari concludersi con un successo.

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