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Migranti invisibili, gli emigranti climatici e il problema dell’acqua

di Valter Marcone

Dice Giuseppe Palmisano dell’Istituto di Studi Giuridici Internazionali (ISGI):

«Il lago Ciad è il quarto bacino africano e dalle sue riserve d’acqua dipende l’economia di tutta la regione del Sahel, ovvero la sopravvivenza e lo sviluppo economico di oltre trenta milioni di persone. Il suo progressivo inaridimento, che, in circa cinquant’anni, l’ha ridotto a meno di un decimo dell’estensione che aveva negli anni Sessanta, rischia di provocare una catastrofe ambientale, ecologica e umana di enormi dimensioni, causando anche una crisi economica e geopolitica che interesserà una vasta area e che avrà senza dubbio influenza anche sulle ondate migratorie già in atto e dirette verso l’Europa».

Il lago Ciad rischia di scomparire dopo aver perso i tre quarti della sua superficie, passando dagli oltre 26.000 km2 degli anni ’60 ai meno di 5.000 km2 di oggi, e, intanto, le sue sponde si sono trasformate in una delle aree a massima concentrazione di rifugiati climatici ed ospitano circa la metà dei 30 milioni di abitanti del bacino lacustre. Cinquanta anni fa, il lago Ciad era più vasto dello stato di Israele. Oggi, ha una superficie dieci volte più piccola e si prevede possa scomparire del tutto entro 20 anni.

I 30 milioni di persone che, nei diversi Paesi, vivono nell’area del lago devono combattere contro problemi di siccità e quindi di sussistenza. La riduzione della quarta riserva d’acqua dolce del Continente nero sta diventando un problema ambientale ed ecologico e una crisi umanitaria di peso considerevole.

Già nel 2013, Boubakary Mana, della segreteria esecutiva della Commission du Bassin du Lac Tchad (Cblt), spiegava:

«E’ anche una zona prediletta dai rifugiati climatici. Oggi, nel lago Ciad si parla di una popolazione di 30 milioni. Direi che la metà sono certamente dei rifugiati climatici. Anche gli altri sono più o meno colpiti nelle loro attività. La popolazione lavora nell’agricoltura, erano pescatori e sono diventati allevatori».

La Commission du Bassin du Lac Tchad ( Cblt )è stata istituita nel 1964 ed ha sede a N’Djamena, la capitale del Ciad, si tratta di una organizzazione alla quale partecipano Camerun, Libia, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana e Ciad, in qualche modo interessati dal quello che ormai era il grande bacino del Lago Ciad.

Di recente Fao, Cnr, Cia, Società geografica italiana e Accademia nazionale delle scienze hanno organizzato all’EXPO milanese una conferenza internazionale nella quale è stata sottolineata l’importanza della salvaguardia del Lago, dal quale dipende la sopravvivenza di trenta milioni di persone. «La progressiva desertificazione, la perdita costante e progressiva di acqua e cibo rendono inospitale l’intera area favorendo il radicalizzarsi dei conflitti e dei fondamentalismi concause delle attuali grandi ondate migratorie»,  spiega Luigi Nicolais, presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che insieme a Confederazione italiana agricoltori, Fao, Società geografica italiana e Accademia nazionale delle scienze detta dei XL, ha organizzato il convegno: “Il lago Ciad: un serbatoio di cibo e acqua tra disastro ambientale e cooperazione internazionale. Quale contributo possibile dal ‘sistema Italia’?

Gli esperti della Nasa, che seguono da sempre la malattia del lago Ciad, non hanno dubbi. Sul prosciugamento di uno dei bacini idrici più importanti del continente africano ha inciso pesantemente la mano dell’uomo. Dal drenaggio dell’acqua per irrigare i terreni, ai cambiamenti climatici dovuti all’effetto serra. La terribile siccità che negli scorsi decenni ha colpito l’area, proprio a ridosso della regione del Sahel, ha infatti tolto al lago la sua principale fonte d’approvvigionamento: le piogge monsoniche che avrebbero dovuto riempire il bacino. Il calo delle precipitazioni e la conseguente desertificazione hanno trasformato il Ciad in una specie di stagno. Dall’inizio degli anni Ottanta, poi, è stata la volta del drenaggio dell’acqua per irrigare campi. Una pratica che è aumentata di quattro volte nel giro di poco più di un decennio e che ha pesato per un buon 50 per cento nel continuo prosciugamento, segnando il punto di non ritorno per un lago che è fondamentale per la vita di tutti i paesi che vi si affacciano: il Camerun, la Nigeria, il Niger e la Repubblica centrafricana.

Fame, spostamento di popolazioni, moria di animali. Per correre ai ripari, gli Stati rivieraschi hanno deciso di contribuire con un milione di dollari all’ultimo piano di salvataggio. Che però non è possibile realizzare se non se ne raccolgono altri sei, che sono ben poca cosa rispetto ai 200 milioni di dollari che la Banca mondiale ha deciso di prestare a Ciad e Camerun per il progetto di costruzione di un oleodotto lungo oltre mille chilometri che dovrebbe sbucare nel Golfo di Guinea. Opera che avrà un enorme impatto sull’ecosistema dell’intera area. Compreso il rischio di inquinamento delle falde acquifere.

La situazione del Lago Ciad è solo un elemento che contribuisce, appunto, alle grandi migrazioni. Infatti non sono solo le guerre o le crisi economiche in atto a far muovere milioni e milioni di persone. Basti pensare che dal 2008 al 2014 circa 157 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro abitazioni a causa di eventi meteorologici estremi, almeno secondo quanto riportato nel recente rapporto Migrazioni e cambiamento climatico a cura di Cespi, Focsiv e Wwf Italia diffuso alla vigilia della Cop21 di Parigi. Più nel dettaglio tempeste e alluvioni coprono 85% delle cause, sempre più frequenti negli ultimi anni a causa dei cambiamenti climatici in atto. Sempre secondo il rapporto, infatti, ogni persona ha il 60% di possibilità in più di abbandonare la propria abitazione rispetto al solo 1975.

Il rapporto, inoltre, individua 5 forme di migrazione: a carattere internazionale, a carattere permanente e di spostamento di interi nuclei familiari; sfollati interni e profughi a livello internazionale a causa di calamità naturali improvvise (il caso limite delle piccole isole del Pacifico, Kiribati o Tuvalu); ricollocazione di intere comunità per ridurre la loro esposizione a grandi rischi naturali e climatici. Sono infatti più di 32 milioni le persone che non possono tornare nelle loro case ma non hanno diritto al riconoscimento di rifugiato stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che nasceva per proteggere quanti erano costretti a lasciare i loro paesi a causa di persecuzioni. Stiamo parlando dei migranti climatici, oggi in aumento in molte parti del pianeta, costretti ad abbandonare le loro terre a causa di cambiamenti ambientale: uragani, innalzamento del livello del mare, tsunami, terremoti, alluvioni e desertificazioni. Cambiamenti che possono essere temporanei o permanenti.

Nel 2012 l’Africa contava 8,2 milioni di eco-profughi. La situazione peggiore. I movimenti della popolazione causati dai mutamenti climatici rappresentano il 98% dello spostamento globale delle persone. I numeri più alti si registrano in India, dove nel 2012 ci sono state quasi 7 milioni di persone sfollate a causa di alluvioni e piogge cicloniche, e in Nigeria, dove nello stesso anno a causa di inondazioni durante la stagione delle piogge si contano più di 6 milioni di persone scappate sotto la pressione questa minaccia.

Cosa succede a quanti sono costretti non solo a lasciare le loro case, ma ad emigrare in un altro stato? Uno delle organizzazioni umanitarie più attive in questo campo, il Consiglio Italiano per i Rifugiati, esprime grande preoccupazione per l’assenza di risposte convincenti su questo tema da parte degli organismi internazionali e dagli stati. L’attuale quadro legislativo fa di questi migranti degli “invisibili”: non c’è alcuna risposta di protezione né un sistema improntato alla gestione e difesa di questi “nuovi” flussi.

Sono solamente 2 i paesi in Europa che si sono dotati di un quadro normativo al riguardo: la Finlandia e la Svezia. In questi Stati le persone che non possono tornare in modo sicuro nei loro paesi di origine a causa di disastri ambientali possono ottenere una protezione temporanea o una protezione umanitaria permanente. Gli Stati Uniti prevedono una protezione solo temporanea per le persone vittime di disastri ambientali provenienti da paesi in cui ci sia un notevole, ma temporaneo, disfacimento delle condizioni di vita; o nel caso in cui un paese sia temporaneamente incapace di affrontare il ritorno di suo cittadini; oppure anche quando un paese straniero richieda ufficialmente questa protezione.

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