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Ma davvero all’Aquila ‘non ci sta niente’?

Passato il periodo delle emozioni forti legate al terremoto, il momento dell’Orgoglio Aquilano e dell’I love Aq, torna tra molti aquilani (non tutti, per fortuna) un tormentone che già prima del terremoto aveva trovato fortuna: “all’Aquila non ci sta niente”. Sembra essere già finito, infatti, quell’intramezzo sincero, puro, quello dei “quanto era bella L’Aquila” veri, di cuore, come di fratelli che nostalgici ricordano la loro madre, senza vergognarsi di mostrare un loro debole. Sono tanti, forse troppi, persino i giovani e giovanissimi a ripetere oggi il ritornello: “non ci sta niente”.

A questo punto vorrei ricordare una cosa: credo che a volte ci si scordi di come solo sei anni e mezzo fa andavamo alla ricerca persino di un paio di mutande! Una mela nei primi giorni dopo il 6 aprile era oro, un jeans un mese dopo era altrettanto. Nel 2010 ancora migliaia di aquilani erano sulla costa, altre migliaia hanno dovuto reinventarsi un lavoro, altrettanti dovevano scendere in piazza, andare fino a Roma, per far valere i diritti degli aquilani; la scalinata di San Bernardino era impraticabile per l’erba alta quasi un metro, gli accessi al centro erano bloccati dai militari, la s.s. 17 finiva al bivio di Martini. E pensare che pochi anni fa ci chiedevamo tutti se mai L’Aquila sarebbe tornata a vivere o se avremmo avuto una nuova Pompei. A nessuno di noi piacerà leggere ancora queste cose, in realtà fresche nella nostra mente, ma poiché spesso abbiamo la memoria a breve termine, serve ricordare.

Ciò che voglio evidenziare in questa riflessione è come una città che 6 anni fa aveva emergenze all’ordine del giorno, oggi sia riuscita non solo a riportare molti degli appuntamenti che c’erano nella vita di prima, ma tante tante novità che stanno facendo dell’Aquila un laboratorio creativo e culturale di carattere nazionale. Si pensi al Jazz per L’Aquila (50mila presenze), che ha portato in città oltre 500 jazzisti italiani che hanno animato il centro storico per una giornata intera; si pensi a Sharper (oltre 25mila visitatori quest’anno) che ha portato oltre 700 scienziati e ricercatori a dialogare coi cittadini; si pensi all’Adunata Nazionale degli Alpini, che con le sue centinaia di migliaia di presenze ci ha dato una consapevolezza: L’Aquila può ospitare grandi eventi nonostante le condizioni in cui ancora versa. Con alcuni problemi, quelli forse ci sono sempre in caso di grandi eventi, ma con tante emozioni e tanta spensieratezza.

Dopo il terremoto, quasi come un paradosso, sono nati festival (musicali e non), fiere, saloni, tornei, contest, premi, appuntamenti ormai consolidati, sinonimo di un gran fermento culturale di una città che ha voglia di vivere. Prendiamo come esempio il mese che sta per chiudersi: a settembre L’Aquila ha ospitato il festival Jazz, il premio Città di L’Aquila, il festival musicale A Lot, la festa dell’unità, la notte europea dei ricercatori, il festival di street art Re_acto, gli spettacoli di luci di Re_place, concerti, danze, spettacolo, sport e sfilate di moda in Piazza Duomo, la rievocazione del circuito di Collemaggio, la corsa Miguel e Michela, il raduno di sidecar, il congresso nazionale della società italiana Trapianti d’Organo, oltre dieci mostre, passeggiate organizzate, circo acquatico, teatro, il Mammut, il torneo di subbuteo, il Duathlon, il trofeo di tiro a segno, il festival internazionale della chitarra e potremmo continuare citando manifestazioni e sagre dei comuni del circondario. Non me ne voglia chi non è stato citato, c’è davvero tanto in programma. E pensare che pochi anni fa qualcuno diceva: “L’Aquila è morta”. E ce ne sono di nuovi appuntamenti, nati dopo il 2009, ormai ben consolidati, come il salone della ricostruzione, il salone tipici dei parchi, il So Noize festival, l’A Lot festival, il festival della montagna, il festival del Gran Sasso, i Cantieri dell’Immaginario, la festa del cioccolato, il Pet Pride, la festa medievale, la festa dell’altra neve, il L’Aquila film festival solo per citarne alcuni. Per non parlare del proliferare di associazioni e movimenti o di un’altra grande sfida che ci attende a breve: i mondiali studenteschi di sci il prossimo febbraio.

E se questi eventi funzionano e si ripetono, vuol dire che gli aquilani partecipano, vuol dire che chi si lamenta, in realtà, fa registrare numeri da capogiro agli appuntamenti aquilani, tanto da spingere un ministro Franceschini a dire: “ogni prima domenica di settembre riporteremo la musica all’Aquila”. Il che mostra la grande curiosità degli aquilani verso ogni tipo di iniziativa organizzata in città.

Certo, non possiamo dire di essere tornati alla normalità. C’è ancora tanto lavoro da fare per riportare L’Aquila allo spendore che le appartiene. Bisogna dire che capitano anche piovosi pomeriggi autunnali in cui il cuore dell’Aquila è buio e silenzioso, nonostante, molto lentamente, abitanti, uffici e attività commerciali stiano tornando a ripopolarlo. Non è in questa sede che vogliamo parlare di ricostruzione materiale e lungaggini burocratiche o appalti truccati. Il senso di questa riflessione è che, se siamo rimasti qui, nonostante tutto, è perché forse all’ombra del Gran Sasso la vita c’è e lo sappiamo bene.

Un po’ di autostima, un po’ di orgoglio, un po’ di pubblicità gratuita ai forestieri, credere di più nelle proprie capacità, informarsi, informare e, perché no, vantarsi anche un po’: così magari potremmo sviluppare anche un turismo responsabile, che porti altra vitalità e indotto tra i monti d’Abruzzo. Bisognerebbe fare come altre popolazioni, fiere delle loro eccellenze. L’Aquila può diventare una città di grande qualità, grazie alla sua arte, alla sua storia, alla sua cultura, ai paesaggi, all’alta formazione e alla ricerca, allo sport, al commercio, ai grandi eventi e alla sua gente. Il futuro si costruisce ora: coi fatti, sì, ma anche con la circolazione di idee.

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