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Lettere rocchiggiane: ‘Il profumo d’aprile’

di Valter Marcone
Lettere rocchiggiane“, come scrive Mauro Orlando in Alimentiamo il “fuoco paesologico”, nascono a partire dalla vita semplice, solitaria, riflessiva poeticamente della cosiddetta ‘periferia’ dell’uomo e della terra che si abita, piuttosto che dalla analisi critica o decostruttiva del cosidetto “centro” individualistico e sociale, rivendicando il corpo, la terra, l’aria, l’acqua come “arkè fùsei“, principi naturali che si legano alla vita nomade, tribale, della strada, dei piccoli paesi non con il miraggio di un percorso di senso o orizzonti finali per il recupero della intersoggettività e neanche per farsi rinchiudere nell’isolamento narcisistico ed autoreferenziale.

Sono un viandare estetico (aistesis, esperienza materiale) non etico, religioso, filosofico, politico, per rivalutare le situazioni, i momenti, gli incontri fuggevoli e provvisori, i parlamenti paesologici come occasioni e momenti per riprendere in mano il bandolo di un filo razionale d’Arianna consumato e disperso nei miraggi di una mondializzazione non solo finanziaria senza umanesimo vitale e materiale.

Le poesie che nelle prossime settimane saranno pubblicate in “Lettere rocchiggiane” riflettono questi sentimenti e raccolgono queste emozioni a cominciare appunto da “Il profumo d’aprile”.

 

 

 

 

Il profumo d’aprile

Il profumo d’aprile
bruciato dal vento di giugno
annuncia qui l’estate delle lucertole
fermentata nel tempo
delle pietre, dei boschi,
della terra, e torna
con letizia soprattutto la pena:
acqua alle radici, luce sempre accesa;
la pena per quello che passa
la pena per quello che resta, tutto confuso,
nell’equazione impossibile
di persone e cose che diventano attesa
per la vita in un paese
affogato tra antiche smorfie
di muri dal caos molecolare
e vecchie lampadine ingiallite
appese ai lampioni che l’enel
una volta cambiava quando si fulminavano
e che restano ora appese annerite.
L’attesa in una stretta passatoia
di tempo e pensieri
regolati dal vento che qui diventa
giorno, notte e poi ancora giorno e notte.

In foto un’opera di Mimmo Emanuele