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Gran Sasso star ecologica internazionale

Ieri mattina numerosi ricercatori provenienti da tutto il mondo hanno visitato la Stazione Lter del Gran Sasso d’Italia, gestita dal Corpo Forestale dello Stato.

I rappresentanti di 30 reti nazionali di ricerca ecologica a lungo termine dei cinque continenti – da tutta l’Europa, dalla Cina, dal Giappone, dall’Africa, dal Nord e Sud-America, dal Medioriente e dall’Australia – al termine del meeting internazionale della Rete Lter, che, per la prima volta, si è tenuto in Italia, sono saliti fino ai 2300 metri di quota della Stazione di ricerca di Monte Portella, dove gli ecologi del Corpo Forestale dello Stato hanno illustrato le ricerche in corso.

Il coordinatore della rete mondiale I-Lter, l’austriaco Michael Mirtl, nell’esprimere il suo apprezzamento per i risultati ottenuti nella Stazione di ricerca del Gran Sasso, ha sottolineato che «la Stazione Lter del Gran Sasso, con la sua quota così elevata e la sua posizione al centro del massiccio montuoso più importante della catena appenninica, è una risorsa unica e preziosa nel panorama mondiale, poiché consente di comprendere i processi ecologici in corso negli ecosistemi di alta quota, particolarmente fragili ed esposti alle nefaste conseguenze dei cambiamenti climatici in corso». «Il mantenimento di questi habitat in condizioni di buona conservazione – ha aggiunto – è pre-condizione per il successo di queste ricerche, che possono svolgersi con buoni risultati soltanto in aree protette a livello nazionale ed internazionale».

La Stazione di ricerca ecologica a lungo termine del Gran Sasso d’Italia, con i sui 2200/2300 metri di quota, è infatti una delle più elevate d’Italia. Si trova nel territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e in quello di due aree della Rete Natura 2000 (il SIC IT7110202 “Gran Sasso” e la ZPS IT7110128 “Parco Nazionale Gran Sasso – Monti della Laga”). La Stazione fa parte del macro-sito Lter-Italia “Appennini: ecosistemi di alta quota“, che comprende altre tre Stazioni di ricerca sull’Appennino Abruzzese (Velino e Majella) e sull’Appennino Tosco-Emiliano. Si tratta di un ambiente molto severo, con temperature estreme sotto lo zero per oltre otto mesi l’anno e innevamento prolungato fino a sei mesi all’anno.

Dal 1986 gli ecologi, prima delle Università di Roma e dell’Aquila e ora del Corpo Forestale dello Stato, studiano con continuità lo stato della vegetazione di alta quota, analizzando tutte le specie vegetali presenti in aree fisse di campionamento, dove effettuano rilevamenti periodici una volta l’anno. Dal 2006 gli stessi ecologi studiano le presenze dei rari uccelli di alta quota, effettuandone il monitoraggio una volta alla settimana. E dal 2013 si è cominciato a studiare direttamente anche la neve e il microclima, attraverso apparecchi automatici di rilevamento della temperatura.

Dai primi trent’anni di osservazioni sulla vegetazione emerge una chiara tendenza all’adattamento all’aridità delle comunità vegetali d’alta quota, nelle quali è in corso un processo di graduale degenerazione, con forte diminuzione delle rare specie adattate ai climi più freddi e l’invasione di quelle più termofile: si tratta verosimilmente degli effetti del generale cambiamento climatico osservato in tutta l’Italia Centro-Meridionale negli ultimi 50/60 anni che, in alta montagna, si esprime soprattutto attraverso la forte riduzione della durata del manto nevoso.

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