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Lavoro, i giovani e la nuova ‘valigia di cartone’

di Maria Tomassetti

Ricordate la valigia di cartone? Quella valigia protagonista non solo dei ricordi dei nostri nonni, ma anche dell’immaginario collettivo quando si parla di emigranti o emigrazione.

I nostri borghi sono stati per molti anni teatro di arrivi e partenze, di giovani pronti a lasciare la terra natia in cerca di fortuna. Per molto tempo questa immagine ci è apparsa come un ormai lontano ricordo e quella valigia di cartone sembrava destinata a restare sepolta in soffitta. Tuttavia, negli ultimi anni, ciò che avevamo relegato al passato rappresenta il presente e, ahimè, forse il futuro. Mi riferisco alla situazione che attualmente sono costretti a vivere ragazzi e ragazze che potremmo definire “giovani emigranti”: questi ultimi, come i loro nonni, sono pronti a raggiungere le mete più disparate in cerca di lavoro, “trasformando” il modello trolley in una valigia di cartone.

Sono reduce da una recente esperienza in Inghilterra. Lì ho incontrato tanti giovani, studenti ma soprattutto lavoratori. Nell’entrare in diversi esercizi commerciali, il mio stupore iniziale ha lasciato il posto all’abitudine nel vedere lavorare ragazzi con la mia stessa nazionalità. Parlando con molti di loro e chiedendogli come mai si trovassero lì, leggevo nei loro occhi la rabbia, la tristezza dell’essere lontani dal loro paese, ma anche la determinazione nel volercela fare per andare avanti.

Giovani delusi dall’Italia, un paese bellissimo, pieno di risorse che tuttavia costringe i propri giovani ad “armarsi e partire”. E allora mi sono chiesta: come può l’Italia lasciarsi sfuggire persone che rappresentano una ricchezza per il proprio Paese e permettere che le stesse diventino una risorsa per un’altra Nazione? Ragazzi volenterosi e soprattutto coraggiosi; si, perché ci vuole coraggio e determinazione a lasciare la propria casa, le proprie abitudini, i propri affetti e adattarsi a stare in un posto a volte completamente diverso e spesso ostile per cercare di sopravvivere. E allora il mio pensiero è andato anche a quei tanti emigranti che giorno dopo giorno arrivano sulle nostre coste e che tanti di noi criticano. Sentiamo la mancanza della nostra casa anche dopo pochi giorni di vacanza, figuriamoci se si è costretti a lasciarla non sapendo quando si potrà tornare; per questo sono convinta che se queste persone si fossero trovate nelle condizioni di vivere dignitosamente nel loro paese non l’avrebbero di certo lasciato. E allora mi sono nuovamente chiesta: come può una Nazione occuparsi di gestire e tutelare coloro che arrivano sulle nostre coste in cerca di fortuna, se permette che i propri cittadini a loro volta lascino le stesse coste in cerca di altrettanta fortuna?

Forse solo uno dei nostri nonni emigranti potrebbe darci la risposta a tutte queste domande. Io una risposta non sono riuscita a darla, per questo preferisco lasciare aperto il quesito e rimettere, come disse Manzoni in uno dei suoi celebri componimenti, “ai posteri l’ardua sentenza”.