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‘Scacco al Duce’, lo sguardo di uno spettatore

di Andrea Giallonardo*

Sull’enorme successo della trilogia dedicata alla figura di Benito Mussolini, scritta e diretta da Pier Francesco Pingitore, si è già scritto molto. L’ultimo atto, [i]Scacco al Duce[/i], è stato quello che ha riscosso maggior successo e, al di là dei numeri, vale la pena dare spazio alle impressioni di chi ha assistito allo spettacolo.

La scenografia è stata essenziale, tutto si è svolto nel salone delle feste, dove è stato ricostruito un caminetto dinanzi al quale è stato posto un semplice tavolo di legno con una sedia. Questi semplici elementi dovevano ricordare l’interno di una casa di campagna, nello specifico la cascina De Maria a Bolzanigo, dove Mussolini e l’amante trascorsero la loro ultima notte. Ai lati due porticine: da una hanno fatto ingresso Mussolini, Claretta Petacci e il loro sorvegliante; dall’altra si sono avvicendate sulla scena le varie figure con cui il protagonista ha interagito.

Il resto è stato affidato al talento degli attori, che hanno inscenato un dramma dalle tinte sheakesperiane. In effetti, se potessimo davvero scandagliare i sentimenti più intimi dell’ex Duce durante gli eventi che seguirono la fatidica notte del 25 luglio 1943 è probabile che troveremmo riflessioni molto simili a quelle esternate dal Mussolini interpretato da Luca Biagini. Dietro il grande capo carismatico, il Duce “che ha sempre ragione”, c’era, dopo tutto, un uomo, con le sue convinzioni e aspirazioni, dubbi e sentimenti; se le convinzioni e le aspirazioni lo guidarono per venti anni, i dubbi e i sentimenti vennero prepotentemente fuori nei due anni che seguirono la perdita del potere e le tristi vicende che videro coinvolta la sua famiglia. Le dinamiche su cui si è basato lo spettacolo hanno reso chiaro come Pingitore sia stato consapevole di questo.

La rappresentazione ha avuto inizio con un giovane partigiano che è entrato da una delle due porte seguito dai due prigionieri. La tensione drammatica si è fatta sentire sin dalle primissime battute, con un forte alterco tra Mussolini e il partigiano incaricato di sorvegliarlo, il giovane ha dato voce ad un’intera generazione che la propaganda fascista aveva riempito di illusioni e di sogni. Tuttavia, con le leggi razziali, che andarono a colpire addirittura ebrei che avevano sostenuto il Fascismo, e l’esito catastrofico di una guerra intrapresa senza i mezzi adeguati, è arrivata la disillusione e la rabbia verso un regime che ha portato il Paese alla distruzione. E’ stato questo ad aver spinto il ragazzo, laureando in architettura, a prendere la via delle montagne per unirsi alla Resistenza.

Il discorso fra i due è stato a tratti interrotto dalle suppliche di Claretta Petacci, una vittima degli eventi, un’eroina romantica. In effetti, se si potesse dimenticare il contesto politico in cui ha avuto luogo, la vicenda di Claretta e del suo amato Ben sarebbe da ispirazione per una ballata. Sembrava di avere davvero davanti agli occhi i veri personaggi, abbracciati eppure divisi tra speranza e rassegnazione, dignità e disperazione; se tra qualche secolo dovesse nascere un nuovo Shakespeare è probabile che vi scriverà una tragedia.

Le riflessioni del Duce sugli errori commessi e su quelli che invece avrebbero potuto essere evitati sono state arricchite dai dialoghi che il personaggio ha avuto con alcune delle figure che nella sua vicenda umana e politica hanno avuto un peso determinante.

Il primo dialogo è avvenuto tra Mussolini e Re Vittorio Emanuele III, certo l’incontro reale si è svolto ben due anni prima tuttavia è probabile che i toni siano stati i medesimi. Quante volte Mussolini avrà ripensato a quel ‘piccolo monarca senza spina dorsale che gli doveva tutta la gloria e i titoli di cui si era fregiato per anni’. Re d’Italia e d’Albania (benché da lui definita “quattro sassi”) nonché Imperatore d’Etiopia, ma grazie a chi? Per anni il Re ha appoggiato il Duce, poi, quando le cose si sono messe male lo ha scaricato condannandolo a pagare per tutti e due. Queste sono state le basi della discussione tra il Re e Mussolini.

Successivamente è entrata in scena la figura che ha in buona parte ispirato il movimento fascista, la figura di un esteta, un vate, un eroe: Gabriele D’Annunzio. Il discorso si è così portato su come l’impresa di Fiume abbia fatto da incubazione per i primi sussulti fascisti, sulle analogie tra i due personaggi ma anche sui dissidi che vi furono, tanto che Mussolini fu ben contento di relegare D’Annunzio nel lussuoso Vittoriale, pagando persino i suoi debiti.

Con l’ingresso di Edda, quella che un tempo era la figlia prediletta del Duce, Pingitore ha presentato al pubblico una figura degna della miglior tragedia greca. Vedova per colpa del padre, mai avrebbe immaginato che sarebbe accaduta una cosa simile, quel padre che lei ha tanto amato è stato il responsabile della morte del marito Galeazzo e tutto l’affetto che negli anni ha provato per lui ora si è mutato in odio. Poco importa che Mussolini non abbia avuto poi molta voce in capitolo sulla vicenda, che non abbia deciso lui di far fucilare l’ex ministro degli esteri insieme a gran parte dei “venticinqueluglisti”, agli occhi della figlia è comunque responsabile.

Sono stati momenti amari per il Duce, ridotto al fantasma dell’uomo che era un tempo, piegato dai rimpianti, stritolato da un ingranaggio spietato, quello della storia. Eppure, dinanzi alla figura della Vita che prima della fine gli ha chiesto se desiderasse rinnegare tutto egli ha fermamente rifiutato, del resto che uomo potrebbe essere un uomo che rinnega sé stesso?

Nelle battute finali è montata l’empatia, favorita dall’eccezionale interpretazione di Biagini e dei suoi colleghi, empatia che è cresciuta nei confronti della sventurata Claretta che, quando il suo amato Ben è stato portato fuori, si è aggrappata a lui compiendo un gesto di amore incondizionato in un clima colmo di un odio indescrivibile. Il rumore di una scarica di mitra completa la catarsi.

*giovane lettore

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