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Perdonanza 2015, chiusa la Porta Santa

Con la chiusura della Porta Santa della basilica di Collemaggio – aperta ieri dopo il tradizionale Corteo della Bolla di Celestino V – cala il sipario sulla 721esima edizione della Perdonanza Celestiniana, anche se quest’anno la celebrazione religiosa sarà seguita dall’iniziativa ‘Verso il Giubileo della Misericordia‘, che andrà avanti fino al 6 settembre.

Dopo la santa messa e il rito di chiusura della porta, il tradizionale corteo di rientro della Bolla di Celestino V.

Quest’anno, per la prima volta, l’omelia dell’arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi ha assunto una veste ‘social’, con una diretta Twitter gestita da @VolaLaquila.

IL TESTO COMPLETO DELL’OMELIA

«La Perdonanza che abbiamo celebrato costituisce un evento ecclesiale mirato ad introdurci all’ormai prossimo Giubileo della Misericordia, che verrà solennemente aperto l’8 dicembre. Se dovessi esprimere in una immagine il mio pensiero, disegnerei un ponte maestoso, i cui pilastri portanti sono Celestino V e Papa Francesco – entrambi apostoli della Misericordia – collegati da una grande arcata “spirituale”, sviluppata negli oltre sette secoli che li congiungono. Su questa solida struttura pastorale traccerei la “Strada del Perdono” (ricevuto, vissuto e donato), che, partendo dalla Porta Santa della Basilica di Collemaggio, arriva alla Porta Santa della Basilica di San Pietro. La Chiesa aquilana, in piena comunione con la Chiesa universale, con una sola voce si fa eco delle parole appassionate che abbiamo ascoltato dall’apostolo Paolo: «[i]noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio[/i]» (2 Cor 5,20-21).

Comunicazione e carità fraterna. Riconciliazione evangelica fa rima con guarigione interiore dell’uomo, che, in Gesù crocifisso e risorto, è chiamato a diventare una “creatura nuova” (2 Cor 5,17). Questo risanamento dell’anima ripristina, secondo il modello evangelico, anche le relazioni interpersonali, rendendole autentiche vie di comunicazione. Secondo i maestri di spiritualità, come anche secondo gli esperti di Scienze umane, in ogni comunicazione interpersonale occorre distinguere tra “contenuto” e “relazione”. Il contenuto si riferisce a “ciò” che si trasmette; la relazione, invece, qualifica “come” si comunica. E’ a tutti noto che la stessa cosa si può dire e si può fare in “modi” diversi. Secondo la prospettiva cristiana, anche se sul piano dei “contenuti” compaiono divergenze, sul piano della relazione (quindi del confronto “io-tu”) si deve sempre assicurare il rispetto, la benevolenza e la ricerca perseverante del dialogo. Perciò, qualunque sia la questione da risolvere, prima di mettersi a discutere sui “contenuti” di un problema, bisogna assicurarsi che la rete dei rapporti interpersonali sia regolata da atteggiamenti di comprensione reciproca, di dedizione sincera, di prontezza a riconoscere il positivo che c’è nell’altro. Tanti dibattiti, infatti, sono destinati a contorcersi su se stessi e a sviluppare crescente conflittualità proprio perché non sono guidati dall’amore e dalla tensione fattiva verso la verità.

La “buona relazione” secondo il Vangelo. Questa regola d’oro vale in tutti gli ambiti sociali: anche nei rapporti familiari, parentali o professionali. Negli anni in cui ho accompagnato coppie di sposi in difficoltà, consigliavo sempre al marito di sgombrare il campo da diffidenze o da rancori, prima di mettersi a parlare con la moglie di argomenti “spinosi”. Gli suggerivo: «dille – a parole e con i fatti – che le vuoi bene: non come strategia di “politica coniugale”, ma come un attestato di amore che scaturisce dal cuore. Infatti – ribadivo – le donne hanno “sensori” affettivi più sensibili rispetto a quelli maschili: perciò tua moglie si accorgerebbe se tu bari, e questa “stonatura comportamentale” comprometterebbe il buon esito del confronto. Neanche l’insistere sulla tua tesi, con ferree argomentazioni, servirebbe a sciogliere i nodi: anzi, rischierebbe di moltiplicare l’irritazione e le reazioni di rigetto». Infatti, senza il carburante dell’amore, il motore della buona relazione non funziona! E se si ferma quello, si blocca tutto il resto. Il Vangelo vissuto ripara questo genere di guasti e rende raggiungibili risultati che altrimenti sarebbe impossibile sperare! In particolare, occorre esercitare la pazienza e la misericordia, attraverso una costante “purificazione” della memoria, per evitare l’accumulo di incomprensioni e di risentimenti negli archivi dell’anima. Si tratta di un imperativo morale, al quale nessun credente può sottrarsi: qualunque cosa accada, bisogna evitare reazioni scomposte e polemiche, per garantire che in tutto scorra la carità, la sola in grado di assicurare l’apertura incondizionata alla verità e la pratica della giustizia.

Su queste tematiche san Paolo utilizza espressioni forti e vincolanti: «[i]scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo[/i]» (Ef 4,31-32). Ed insiste perché lo stile relazionale del cristiano sia sempre improntato alla cordialità: «[i]la vostra affabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino[/i]» (Fil 4,4). E l’apostolo Pietro precisa che anche quando bisogna riprendere qualcuno, «[i]sia fatto con dolcezza e rispetto, con retta coscienza[/i]» (1Pt 3,16). Si può parlare, senza gridare; si può essere decisi senza graffiare; si può dissentire, senza offendere; si può commentare, senza sparlare; si può contestare, senza ustionare. Si può avere idee opposte e rimanere amici; si può discutere animatamente restando collaborativi; si può essere trattati male e rispondere con il bene. Quello cristiano è un amore gratuito e tenace, che non si arrende, pure di fronte al rifiuto dell’altro, perché sa che è Dio ad avere l’ultima parola. Per questo sant’Agostino esortava i fedeli a mantenere relazioni amicali anche nei confronti degli avversari: «[i]che lo vogliano o no, sono nostri fratelli[/i]»; «[i]dicano contro di noi quel che vogliono: amiamoli anche se non vogliono[/i]».

Lasciarsi trasformare dalla grazia. Per vivere così occorre un controllo stretto delle proprie emozioni: perciò, i sentimenti magmatici e violenti vanno tenuti a bada. Ma questo è un risultato che si può acquisire solo con l’aiuto di Dio, che ci viene largamente elargito attraverso il ministero della Chiesa. Giustamente ha scritto un sacerdote-poeta: «[i]l’uomo, con Dio, redime la terra, e rende civile un cuore selvaggio. L’uomo da solo non riuscirà a bonificare neppure un solco e farà del cuore umano un nido di vipere[/i]» (don Titta Zarra). Erodiade è l’esempio estremo di una relazione distorta, portata alla cecità spirituale da un rancore omicida (cfr. Mc 6, 18-19). Sa che Giovanni il Battista è un profeta, ma non capisce che i richiami severi, che la riguardano, nascono dall’amore. Appena si presenta l’occasione, utilizza il fascino della figlia Salome per ottenere la testa di Giovanni. In questo anche Erode si dimostra migliore di lei: infatti, l’evangelista Marco ci riferisce che, pur essendo un despota e un uomo vizioso, «[i]temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri[/i]» (Mc 6, 20). In lui, i rimproveri pubblici che gli aveva fatto Giovanni il Battista, pur suscitando una indispettita contrarietà, non avevano completamente ostruito la via della relazione, basata sulla stima e su un ascolto attento, per quanto “problematico”.

Per “depurare” l’ambiente, individuale e comunitario, da “inquinamenti” di tipo conflittivo occorre abbassare il tasso di aggressività e il livello di abrasione che circola nei rapporti interpersonali e sociali. Per questo va subito neutralizzato il virus contagioso e tendenzialmente epidemico del giudizio cattivo e svalutante. Scrive papa Francesco nella Misericordiae Vultus: «[i]gli uomini con il loro giudizio si fermano alla superficie, mentre il Padre guarda nell’intimo. Quanto male fanno le parole quando sono mosse da sentimenti di gelosia e invidia! Parlare male del fratello in sua assenza equivale a porlo in cattiva luce, a compromettere la sua reputazione e lasciarlo in balia della chiacchiera. Non giudicare e non condannare significa, in positivo, saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto[/i]» (Misericordie vulnus, n. 14).

La battaglia interiore. La Perdonanza rappresenta una grazia straordinaria, donata alla Comunità ecclesiale e civile di L’Aquila: un invito, rivolto a tutti e a ciascuno, a lasciarsi raggiungere dalla misericordia di Dio, in Cristo Gesù, il crocifisso e risorto. Celebrarla significa crescere nella capacità di farsi perdonare, per perdonarsi e perdonare, diventando così testimoni efficaci di comunione. Non si può avanzare in questa dimensione evangelica, senza affrontare l’opposizione di quelle “forze oscure”, segnate dal peccato, che si agitano dentro e fuori di noi. Ma il testo del profeta Geremia ci assicura che, in questo scontro, a prevalere è l’amore che sa perdonare: «[i]ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti[/i]» (Ger 1, 19). Forti di questa promessa affrontiamo l’unica battaglia che vale la pena di combattere: quella contro l’egoismo, la menzogna, la sopraffazione e ogni forma di illegalità. Maria, Madre della Perdonanza, ci accompagni nella “santa avventura” di vivere ogni giorno e con tutti “relazioni fraterne”, affinché, nella fedeltà ai valori cristiani e umani, possiamo diventare abili e tenaci costruttori di unità, di giustizia e di pace. Amen!». Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo.