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Rinasce Graziani a Capistrello, Filippo: «Canto un padre artista da artista»

di Gioia Chiostri

La densità di un sangue talentuoso fra le note di un rock resuscitato. Non si spezza mai la lancia scagliata in nome della musica d’autore. Tutt’al più, essa potrebbe flettersi al cospetto del suo pubblico più visionario. Piazza stracolma di cuori battenti, cuori stracolmi delle note più autentiche dello storytelling del rock, a Capistrello, durante il ‘Pigro in Tour’. «Sono stato ospite a casa mia, straniero cantante nelle corde musicali di famiglia. Più volte mi sono esibito nella Marsica; ho sempre trovato una grande accoglienza. ‘Pigro in tour’, il progetto messo in piedi qualche anno fa per onorare il bagliore di mio padre, si riassume nel cammino di un’idea: quella di continuare a far circolare autonomamente le spine dolci di Ivan Graziani: le sue canzoni». Filippo Graziani, figlio minore del cantautore originario di Teramo, scomparso assai prematuramente dal panorama musicale italiano di valore, un momento prima di immergersi nell’aria da concerto, ha dipinto così la macchina di un sogno che cammina da solo. Un momento prima di salire sul palco della piazza comunale di Capistrello, cioè, nella veste, come ha ben specificato lui stesso, di un ‘deus ex machina’ – poiché interno al sangue ma esterno alla magia di un progetto autonomamente vitale – Filippo ha ribadito con costanza la volontà di voler far parte di un tour che ricordasse il volo pindarico di suo padre, chitarra battagliera dal cipiglio progressista.

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La notte del 16 agosto, nel Comune marsicano, grazie al team manager abruzzese Tony Orlandi e al Comitato Feste Patronale locale, capeggiato da Vittorio Palleschi, lo ieri della musica d’autore ha incontrato l’oggi nostalgico di essa stessa. Il tutto sul palco dello show. Brividi ed emozioni, ricordi e nuove conoscenze: l’aria frizzantina del rock ribelle ha manipolato una notte calma prima e ammattita poi dagli spartiti ruggenti. In parole povere: un successo d’altri tempi. «L’idea di realizzare una sorta di tour musicale che ripercorresse, grazie all’eternità delle sue canzoni, la vita professionale di mio padre, eternizzandola, è stata di mio fratello Tommy, il batterista del gruppo del progetto, accompagnato da musicisti storici di mio padre quali Carlo Simonari, Bip Gismondi e Marco Battistini. Io sto semplicemente seguendo i lavori in corso da lontano. Potrei definire ‘Pigro in Tour’ una sorta di meravigliosa StartUp, fatta di musica e parole. Per quest’estate, io ho assunto la responsabilità di dare la voce all’idea, ma non è un concetto scontato, per via del mio legame di sangue. ‘Pigro in Tour’, infatti, è esterno a me e cammina con le sue gambe».

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Filippo Graziani, ad onor del vero, ha incarnato, di fatti, la rivelazione musicale nell’anno 2014. La sua ‘Le cose belle’ ha fatto incetta di ‘medaglie’ al valore, conquistando sia il Premio Tenco che il Premio Lunezia. Un testo, questo, che gli è valso lo scoppio di una fiamma robusta, quale quella dell’emancipazione dal nome del padre. «’Le cose belle’ mi ha aiutato a individualizzarmi, in un certo senso. Un artista gioca sempre con le carte del destino e percepisce i segnali del mondo esterno. Ora, sto lavorando ad un nuovo album che uscirà, molto probabilmente, nel 2016, più precisamente nell’inverno venturo. Io – specifica Filippo – più che un animale da studio, sono un animale da concerto, quindi adoro inebriarmi dell’aria calda tipica del palco e credo che un progetto musicale, per essere di qualità, debba avere in sé il seme della lenta maturazione. Fare dischi troppo in fretta, non fa mai bene. Io ho preso il mio tempo ed ora, giorno dopo giorno, vivo la semina e la raccolta».

Filippo ha respirato l’aria della musica e della produzione di essa sin dalla tenera età, anche se, specifica lui stesso, «la vita a casa Graziani è sempre stata caratterizzata da una calma normalissima e da una routine quotidiana sana. Il mio approccio con il palco è avvenuto relativamente presto. – racconta – Ho incominciato, in realtà, a fare tutt’altro, per poi scoprirmi o riscoprirmi cantante e scrittore di parole da musicare. La verità è che sono sempre stato attratto dal palco, oggi più che mai tutto ciò si sta configurando come un lavoro a tempo pieno». Si potrebbe, quindi, ben dire che la musica, come fu per Graziani padre, abbia preso tutto il cuore di Graziani figlio? «Ogni tanto mi scopro a riflettere su questo aspetto. Oggi scrivo e canto, ma posso affermare che la musica, vivendola lavorativamente in ottica quotidiana, non può essere considerata solo e soltanto una mia passione. Sto cercando ancora di capire dov’è di casa la mia strada, anche se, lo ammetto, l’atto del creare un prodotto culturale, del dargli vita e del vederlo fiorire tra la gente, come potrebbe essere, in fondo, la scia di una canzone, è un’esperienza che sfama l’anima e la mente».

Cosa significa per un figlio che protende verso la musica, omaggiare un padre che, in un certo senso, fu musica? «Io ho un rapporto molto sereno con le canzoni di mio padre; forse cinque o sei anni fa, quando ho incominciato a cantare i brani di papà, sentivo maggiormente il loro peso intimo e sociale. Oggi, invece, posso ben dire che riesco a godermi le canzoni nel momento in cui le interpreto, proprio perché ho la mia strada artistica parallela al ‘Pigro in Tour’. Quando salgo sul palco per omaggiare mio padre, mi approccio al suo repertorio come un artista che guarda un altro artista. Canto le sue parole con profonda ammirazione e con il giusto distacco professionale. In tutti questi anni, sono riuscito a esiliarmi dal contesto di sangue e a cantare Ivan Graziani nella veste di Ivan Graziani: il che, per me, non è così scontato. Canto, di fatti, le canzoni che sento più vicine al mio modo di essere e al mio modo di fare arte in musica. Alcuni brani, ad esempio, anche se molto personali, scelgo volutamente di non cantarli poiché mi approccio alla loro essenza nella veste di un artista ‘forestiero’».

«La bellezza di essere ospite dentro quello che, in più occasioni, è stato definito un ‘contenitore di idee e di progetti in nome di Ivan Graziani’, – conclude Filippo – è proprio questa: quella di rendere omaggio in maniera personale e totalmente arbitraria». A 34 anni di età, Filippo già dimostra di avere la vena tipica di un ricercatore di storie da suonare a più non posso. Quel cipiglio di raccontare, cioè, grazie ai suoi schemi metrici, qualche verità rimasta, per noia o per mancanza di attenzione generale, all’angolo più buio della strada. La generazione di Filippo è quella che, forse più di tutte, ascolta poco la musica che parla. «Non ci vuole molto a scrivere una bella canzone, – afferma il cantante – il difficile sta nel farla arrivare al grande pubblico. Ultimamente, il dialogo con la gente è davvero burrascoso: ci troviamo di fronte ad un impoverimento della voglia di reperire musica che faccia ragionare su qualcosa; è un momento, questo, di profondo egoismo ed egocentrismo. I canali di diffusione virtuali, a mio avviso, ci distaccano dall’arte vera, che non è quella di oggi, in balia delle voglie della massa. Ai grandi cantautori degli anni ’70, fra cui spiccava oltre a mio padre, anche il mitico De André e l’eterno De Gregori, si richiedeva una musica con un’anima ben marcata, che parlasse di qualcosa o sostenesse un qualcosa. Oggi, invece, siamo circondati da rumore: la musica, una volta, era la voce del popolo; adesso, il deficit di attenzione del pubblico risulta abbassatosi di molto e la musica che parla non l’ascolta più nessuno. Io, però, rimango fedele a me stesso e lotto ogni giorno per una musica che sappia arrivare ad una meta. Rimango legato alla speranza che, ad un certo punto della vita, qualsiasi uomo avrà bisogno di udire di nuovo una musica che suggerisca e non offuschi. Io continuo a cantare, poi: chi vivrà, vedrà».

Il narratore russo Gogol’ scrisse di un cappotto che divenne l’incarnazione materiale di uno status sociale in fin dei conti vuoto. La musica di oggi si veste e si sveste di svariate etichette colorate, al di à delle quali, poche volte, si percepisce un’essenza atta ad essere ricordata. Eppure, per far sì che i sogni continuino a far parte di questo bislacco mondo, parafrasando Filippo Graziani stesso, occorrerebbe, forse, indossare un po’ più spesso i panni di un pirata e continuare a navigare. Controcorrente.

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